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Nessuno può mettere il cinema in un angolo

Andare al cinema è un appuntamento galante: ci si fa belli, si hanno ansia, aspettative, delusioni, è una storia d’amore. Anche se il cinema è nato morto, anche se le piattaforme, anche se TikTok, torniamo sempre dove siamo stati bene. Lettera d’amore eterno e diversamente rilevante, firmata: uno che guarda i film

«Ma c’è sempre lei?», mi fa una signora alla presentazione di un film – una delle mie ormai incalcolabili presentazioni di film – in una freddissima domenica mattina milanese di nebbia e panettone. «Anche lei c’è sempre», le rispondo io, perché ormai li riconosco, gli habitué delle matinée. C’è la coppia che si siede sempre a metà sala centrale, di solito lui è quello che rompe il ghiaccio con le domande all’ospite di turno, poi interviene lei per dire che è d’accordo. C’è la signora che preferisce le poltrone laterali delle prime file – sorella – e che di solito non fa domande, solo magari qualche osservazione, e ogni volta con il tono di chi sembra che ti starà per dire «che ciofeca», e invece vuole dire che il film «è bellissimo». C’è un ragazzo con gli occhiali, si siede in fondo. Una morettina coi capelli corti che viene da Padova, non sempre ma qualche volta ’ste vasche se le fa, eroina nella vita reale. C’è il primatista degli autografi che sta fisso fuori dal cinema, in attesa di qualsivoglia film e qualsivoglia attore o attrice, o regista maschio o femmina che sia, giovane o vecchio che sia, sconosciuto o famosissimo che sia. Non l’ho mai visto in sala a vedere i film, però mi ha assicurato che li recupera tutti. Sta all’ingresso del cinema con il suo blocco o il vecchio poster di un film di quel regista lì, di quell’attore lì.

«Ma possibile che la firma di Marco Bellocchio ancora non ce l’hai?», gli ho chiesto quest’estate. «Eh, l’ultima volta ha tirato dritto». Come biasimare il Maestro, che però quella sera di luglio l’autografo gliel’avrebbe finalmente regalato. Autografo e foto. In verticale e in orizzontale. Chissà dove finiscono quegli autografi, chissà chi vedrà quelle foto.

Il multisala più intellò del centro di Milano è un punto d’osservazione falsato, direte voi. E c’avete pure ragione, il Paese Reale sta altrove, chi lo sa dove. Però se il cinema non funziona, se va male, se è morto per sempre, allora lo sarebbe anche qui, anzi da qui si vedrebbe ancora più chiaramente. Prima buttano giù le cattedrali, e qualche chiesetta di campagna potrebbe piuttosto sopravvivere. Invece il multisala milanese era pieno pure l’ultima domenica d’agosto, che tu quasi avresti voluto dire a tutti ma cosa fate qua, andate al mare, che v’importa del cinema, il cinema è morto. Prima la vita, poi il cinema – è una citazione recente che chi la sa, la sa.

«Il cinema non morirà mai, ormai è nato», diceva Mario Monicelli, che però era il più cinico di tutti, quindi vatti a fidare. E infatti per alcuni il cinema è nato, sì, ma è nato morto. L’importante è saperlo. Il libro sul cinema più bello di sempre, certamente quello che cito di più – La formula perfetta di David Thomson, da noi l’ha pubblicato di recente Adelphi, molti anni dopo l’uscita americana – insegna in buona sostanza che il cinema è un’arte nata zoppa, malaticcia, troppo ambiziosa, troppo costosa, forse neanche un’arte. Eppure siamo ancora qua, io e le mie sciure alle presentazioni, e tutti noi ai festival che si moltiplicano di stagione in stagione, e i dibattiti come nei vecchi cineclub, e i tappeti rossi, e i content dei creator, e il botteghino che non piange, o così pare. Parthenope è il film di Sorrentino che ha incassato di più, anche più del film con cui ha vinto l’Oscar uscito in tempi in cui – si direbbe oggi – al cinema ci si andava, mica come adesso. E invece. Parthenope si corre a vederlo, e di Parthenope si discute, è un capolavoro, ma va’ che dici mica ti sarà piaciuto sei matto, era tanto bello e ho pianto tanto, mi sono fatto due palle così. Come si faceva una volta, come evidentemente si fa ancora oggi.

Ma questo non è un racconto di numeri, è un racconto sentimentale. E il cinema – lo dice sempre Thomson – è, ogni volta, un atto di innamoramento. Innamorarsi sempre. Innamorarsi anche quando tutti quelli intorno a te ti dicono che quella volta lì proprio non devi. Innamorarsi tutte le volte di Nicole Kidman. «Mi è piaciuto da impazzire Babygirl», mi ha detto di recente una regista italiana che è una donna magica, e qualche mese fa, a Venezia, quello pareva un amore inconfessabile. Innamorarsi di Clint Eastwood che a novantaquattro anni ha fatto un drammone processuale con il sapore del vecchio cinema, anche negli errori di trama.
«In America volevano sbatterlo direttamente sulle piattaforme, invece hai visto che successo anche da noi!», si rallegrano fuori dalle sale certi arnesi del Novecento, me compreso. Numeri piccoli, ma gli amori restano grandi.

Oppure potrei dirlo così: l’amore è sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo. E però vogliamo credere che no. E però tutto sembra dirci che non è vero, che non è così. E allora innamorarsi – rinnamorarsi – di Hollywood, lo spettacolone, i numeroni musical, Wicked, il profumo di Oscar, l’attricecantante-diva che sa fare tutto come una volta, come Judy Garland, non ci frega niente delle statuette eppure alla fine ci frega sempre moltissimo. E Tom Cruise che tornerà, con l’ultima Mission: Impossible, a lanciarsi da treni e aerei, fa tutto da solo perché è così che si fa, è per questo che ci ha fatto innamorare. E Scarlett Johansson che va al Jurassic Park, l’eterno ritorno del cinemone, dei dinosauri, di Spielberg, della cucina coi velociraptor e loro (noi) bambini che sudano freddo, però con le dive di cui ci siamo innamorati oggi. Arriverà persino Dirty Dancing 2, l’inverno prossimo, perché nessuno mette Baby in un angolo, ma nemmeno il cinema.

Ci innamoriamo ancora, anche se non abbiamo creduto a niente. L’“esperienza della sala” che ci hanno detto essere la cosa più bella possibile sappiamo che sì, sarà anche bella, ma è bello pure stare sul divano a guardare L’amica geniale, a volte anche più bello di certe esperienze là fuori. Però non abbiamo creduto nemmeno al fatto che le piattaforme avrebbero sepolto o salvato tutto, a seconda di come le si guardava dopo la pandemia. Inganno non ucciderà Almodóvar, e nemmeno però ci ha salvati. Sulle piattaforme potevamo decidere finalmente cosa guardare, e invece è finita che lì siamo diventati spettatori passivi, e al cinema scegliamo cosa vedere. Scegliamo l’amore.

Sono le persone che girano attorno al cinema, a dirci che è ancora una storia d’amore. A un’altra presentazione, un tizio che ha fondato “un cinema ambulante” mi chiede come si fa a contattare la tal regista del tal film che vorrebbe portare in giro, «magari la aiuto un po’, visto che nelle sale è andato malissimo». Un altro film bellissimo che ha avuto poca fortuna in sala l’ho visto proiettato davanti a una platea di studenti di un liceo della Bassa, e ho visto alla fine della chiacchierata con la regista una ragazzina di sedici anni scoppiare a piangere davanti a trecento compagni di scuola, perché la ragazza del film era proprio come lei, disperata come lei, inceppata nel diventare grande come lei. Un’altra volta ancora ho visto un signore alzarsi in piedi e piangere davanti al regista, perché la storia (vera) che aveva raccontato nel suo film quel regista lì parlava dell’impresa che aveva fatto tanti anni prima il nonno di quel signore lì. E ho visto tutte le signore piangere dopo quell’altro film che sapete, quello che ha incassato più di tutti, diretto da quell’attrice amatissima da tutti. «Io non l’ho mai detto nemmeno alle mie amiche e lo voglio dire qui davanti a voi, che io sono come la protagonista del film». (Adesso succede un’altra cosa, con il film che stanno vedendo soprattutto gli adolescenti, la storia triste di un ragazzino suicida per bullismo. E la reazione è aggiornata al mezzo generazionale: non più le lacrime dopo il dibattito in sala, ma i video di TikTok in cui si fa vedere che si è entrati in sala tranquilli e se n’è usciti con gli occhi pieni di lacrime. Qualcuno mi ha detto che quei ragazzini fanno per finta, che piangono solo per il contenuto – pardon – da pubblicare sui social. Ma chi l’ha detto che è poi così sbagliato. Sempre amore è).

Hanno più valore i numeri o gli amori? Paolo Sorrentino ha detto, non mi ricordo a chi, una cosa molto giusta, durante quel suo infinito tour per il suo ultimo film. Ha detto – lo scrivo come lo ricordo – che non è che il cinema oggi è meno rilevante. È che è diversamente rilevante: le persone che il cinema incontra ora forse saranno meno, ma verranno ugualmente cambiate, emozionate, irritate, divertite, terremotate, turbate o imperturbate, come quando andavano a vedere Fellini a vagonate.

«Per il critico, come per il normale spettatore, andare a vedere certi film è come andare a un appuntamento galante», scrive Thomson in quel suo libro magnifico, e io faccio così da sempre, in tanti facciamo così da sempre, e lo facciamo ancora. Ci facciamo belli. Abbiamo l’ansia che chi ci troveremo di fronte quella sera mantenga le promesse, che sia figo come ci ricordavamo, che tutto funzioni, che la conversazione sia piacevole, il cibo buono, e poi magari vieni a dormire da me. Abbiamo il terrore che tutto vada all’incontrario, che l’attore o l’attrice o il regista o la regista non siano più quelli di cui ci siamo innamorati, e magari li ameremo ancora, ci sforzeremo di farlo, oppure decideremo di lasciarli per sempre, e di lasciare per sempre anche un po’ di noi. Ho sentito persone pronunciare le parole «l’ultimo Nanni Moretti non mi è piaciuto» come se avessero annunciato la fine del loro matrimonio. E a volte bisogna prendere coraggio e lasciarli davvero, gli amori del cinema: «Divorzio da te. Divorzio da te. Divorzio da te», come in quel bellissimo romanzo di Eugenides. E chi lo sa, se e quando arriverà un amore nuovo.

Il più bel racconto sentimentale sul cinema – quello che era e quel che ne è rimasto, con tutte le sue derive storte, pazze, nerd, teneramente pericolose – è quello che avviene tutte le volte dentro la videoteca di Criterion. Uno stanzino con tre pareti piene di Dvd fino al soffitto, per chi ancora ha i lettori dove farli girare. I distributori cinéphile più ganzi d’America invitano lì dentro attori e attrici, registi e registe, giovani o vecchi, sconosciuti o famosissimi. Ciascuno di loro ha qualche minuto per fare le sue Closet Picks, come da nome del format, cioè mettere in un cestino i film che catturano la sua attenzione. Pochissimi scelgono titoli che non hanno mai visto. Tutti vanno dove sono stati bene. Non bisogna mai tornare dove si è stati felici, ma al cinema sì. Bisogna tornare da Rohmer, da Preminger, da Varda, da Fassbinder.

A un’altra presentazione ancora, una signora mi chiede se non mi sono stufato di vedere tutti questi film di cui poi parliamo in quattro amici al bar. E io voglio dirle: «E non si è stufata anche lei?», che è un’altra di quelli che vedo sempre, e forse si vergogna di mostrarsi in pubblico ancora così innamorata, perché pare inopportuno, perché sembra una cosa che non si fa più. E voglio anche dirle che no, che non mi sono stufato e non mi stuferò mai, che quando mi dicono «ma tu che cosa fai?» io non rispondo mai che faccio il giornalista, che scrivo di film, e che li presento, li racconto, che intervisto questo e quello, io dico sempre «sono uno che guarda i film», e quella cosa basta a sé stessa, perché è quello che ho sempre fatto e che faccio ancora e che farei sempre. Perché quello è l’amore mio.

Mattia Carzaniga (Vimercate, 1983), giornalista. Ha scritto “L’amore ai tempi di Facebook” (Zelig, 2009, con Giuseppe Civati) e “Facce da schiaffi” (ADD editore, 2011).