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Non aprite i libri, vi perseguiteranno per sempre

Chi ha mai pensato che le persone quando non sono con te non esistono? Per i libri è lo stesso, non finiscono mai, e battono alla finestra con mani ossute. Come Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan

Ma era un’altra ragazza, giovane e nuova in città, che armeggiava con le chiavi di casa» (Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, pagina 391 dell’edizione 2011 pubblicata da minimum fax).

Oggi Jennifer Egan ha 64 anni, capelli biondi, occhi verdi, una linea dritta di labbra sottili tirata in mezzo al viso rettangolare (intendo un rettangolo in verticale, non una faccia enorme in orizzontale). Perfettamente in mezzo al rettangolo c’è il naso, narici strette. Di solito porta una specie di caschetto e nel 2011 ha vinto il Pulitzer per il suo quarto romanzo, Il tempo è un bastardo, nelle foto ride quando è con un gatto tigrato – non so chi sia – o un cane bianco e nero – preferisco di grandissima lunga. Non so se quello che sto guardando ora sia il suo account ufficiale (sono le 3.40 di notte, o di mattina, mi perdonerete se non mi butto in una ricerca approfondita), ma su Facebook posa in abito da sposa (o comunque in bianco lungo, fiori in mano) col marito sia nella foto profilo che in quella di copertina, molto verde dappertutto (verde nel senso di vegetazione), Il tempo è un bastardo piega davvero il tempo, e può piegare i suoi personaggi, salvarli, o svelarne il futuro – dire il futuro è una pratica violenta, spietata –, comincia con una donna, Sasha, che non può proprio smettere di rubare perché quello è il suo antidoto alla morte (come fa, chi di voi non ha bisogno di antidoti alla morte?), è un antidoto alla morte esso stesso (Il tempo è un bastardo, intendo, sono le 3.57 del mattino e forse non parlo bene l’italiano), e adesso vi spiego perché.

Cominciamo così: perché parlare ancora di Il tempo è un bastardo dopo 16 anni, ormai non si è detto tutto? «“A quel punto come ti è sembrato, il cacciavite?”. C’era stato un silenzio. “Normale”» (Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, pagina 17 dell’edizione 2011 pubblicata da minimum fax). Ve lo dico perché: perché un libro non finisce mai («Amore è tutto ciò che si può ancora tradire» – Andrea Pazienza; e, ve lo assicuro: questo è amore). Non aprite i libri, vi perseguiteranno. Vi diranno, non solo nell’anno in cui sono stati pubblicati, ma ancora e ancora e ancora, e per sempre, che «STAVOLTA. LA. FINE. È. VERA» (Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, in grassetto nero maiuscolo e puntato, pagina 327 dell’edizione minimum fax 2011).

2010: anno della prima pubblicazione. 2010 sono solo delle cifre: 2 0 1 0. Chi ha mai pensato che le persone quando non sono con te non esistono? Per i libri è lo stesso. Non finiscono mai, e vi dicono la verità: stavolta la fine è vera. La verità non è bella, non è giusta, non è utile ma è qui, nero su bianco, e non la puoi negare.

Una volta una persona a me molto cara ha lanciato Il male oscuro di Giuseppe Berto contro il muro giallo ocra perché il male oscuro che aveva, lei (questa persona, intendo) non lo voleva vedere. Sul muro è rimasto in buchino, come la beccata decisa di un uccello. Smetterà mai l’eroico dannato Pompeo di Andrea Pazienza di buttarsi nel vuoto come fosse stato, all’improvviso, spintonato? Lo fa di continuo. Ogni momento. Se aprite l’ultima pagina de Gli ultimi giorni di Pompeo lo sta facendo anche ora. Smetterà mai il conte di attendere e sperare, all’ultima pagina de Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas padre? Se fai silenzio, e ascolti, lo senti ancora sperare. Smetterà mai la piccola mano fredda come il ghiaccio di Catherine di Cime tempestose del presumibilmente uomo Ellis Bell (no scherzo, è di Emily Brontë), o meglio del fantasma di Catherine, di battere contro la finestra della stanza di Wuthering Heights nella notte impenetrabile, e poi, quando la finestra si apre, di aggrapparsi nel buio e nel vento alla mano di Mr Lockwood mentre la voce mestissima di quella povera donna, di quel fantasma dannato singhiozza: Fammi entrare? Sentite la mano che bussa, bussa, bussa per sempre? (a proposito, sapevate che il termine wuthering, che si può tradurre come tempestoso, in inglese è usato quasi soltanto nel romanzo di Emily Brontë?). «Suo padre è caldo, quasi rovente, i battiti del suo cuore sembrano i colpi di una mano su una porta pesante» (Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, pagina 96, minimum fax 2011), «Entra, diceva la sua faccia, e io lo avevo fatto. Per un attimo, le ero entrato dentro» (Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, non ho segnato la pagina ma sono le 4.19 del mattino, mi perdonerete se non mi metto a cercarla), «Ecco quale fu l’impressione di Dolly: che tra il mondo del generale e quello di Kitty esistesse una porta a senso unico» (come sopra). Non vi è mai capitato di sentire, sentire chiaramente, che tra voi e il mondo ci fosse una porta a senso unico? Non li sentite i battiti del cuore di vostro padre rovente battere come i colpi di una mano su una porta pesante? «Il nostro cuore dolente e pulsante» (J.E., I.t.èu.b., scusate, le 4.27, non so la pagina). Quanto male possono farci i battiti del cuore di nostro padre, o di nostra madre roventi? Quante volte abbiamo pensato che stesse proprio per spaccarsi nel petto, il nostro cuore dolente e pulsante? «In verità – perché non dovrei ammetterlo? – in quel momento mi si stava spezzando il cuore» (Kazuo Ishiguro, Quel che resta del giorno). Proprio stamattina mi si è spezzato il cuore mentre firmavo sotto la frase: STAVOLTA. LA. FINE. È. VERA. Perché non dovrei ammetterlo?

«“A quel punto come ti è sembrato, il cacciavite”. C’era stato un silenzio. “Normale”», ne abbiamo già parlato (J.E.). Davvero non vi è mai capitato che un oggetto – un cacciavite, per esempio – nelle mani degli altri fosse luccicante, magico e nelle vostre diventasse solo cenere, nulla, un’allucinazione? State attenti, perché se non rispondete la verità ai libri quelli batteranno alla vostra finestra nella notte (per esempio alle 4.35), con mani ossute, ghiacciate, per sempre. In Lasciami entrare di Lindqvist, a Blackeberg, sobborgo di Stoccolma freddo come la morte o come chi ti spezza il cuore (e lo sai che quando si spezza è per sempre), arriva Eli, una ragazzina vampiro schiacciata da un carico enorme di dolore e insidiata da un desiderio orrorifico. Quando incontra Oskar, dodicenne solo come le tue mani quando stringono il cacciavite ormai senza colore, Eli gli chiede di lasciarla entrare. In casa, certo, ma anche nel cuore. Nel film omonimo diretto da Tomas Alfredson e sceneggiato dallo stesso Lindqvist, l’assenza di suono nell’acqua di una piscina dove precipitano bambini come corpi è la misura dello scatenarsi della rabbia, della forza, della devastazione di Eli contro chi osa far del male a Oskar: assenza di suono come misura dell’amore.

«Più di una volta Coz aveva tentato di mettere in relazione l’idraulico con il padre di Sasha, scomparso quando lei aveva sei anni. Sasha evitava accuratamente di seguirlo in quel genere di ragionamento. “Di lui non mi ricordo”, aveva detto a Coz. “Non ho niente da dire”. Lo faceva per proteggere Coz, ma anche se stessa: insieme stavano scrivendo una storia di riscatto, di nuovi inizi e seconde possibilità. Mentre in quella direzione non c’era altro che dolore» (sempre Jennifer). Dolore, amore, non ho niente da dire: sappiamo tutto, no? «Tu non saprai mai quanto ti capisco» (ancora Jenny). Lo dico a te, proprio a te, te, ti indico pure con l’indice fuori dalla pagina anche se lo so che non si fa. Ehi, tu? Io ti capisco. Tu non mi conosci, non mi vedrai mai, oppure sei un mio amico, il mio compagno, mio figlio: fino a che punto ti capisco, non lo saprai mai. Oppure sì, io spero, quando lo leggerà qui, nero su bianco, vero senza possibilità di scampo: i libri ti capiscono, Jennifer Egan ti capisce e ti capirà fino a quando i tempi non finiranno nella nebbia o nel Nulla che divora Fantasia (il tempo è un bastardo, non c’è dubbio, ma quando non finisce è strepitoso); io ti capisco. Veramente.

Buonanotte
sempre tua
T.

Ps. «che agli occhi di Sasha quasi tremava sotto il carico di imbarazzi e rischi scampati e piccoli trionfi e momenti di pura esaltazione. Conteneva, compressi, anni interi della sua vita», «traguardi, successi, momenti d’orgoglio, tutto quanto spazzato via, al punto che non rimaneva nulla, lui non era più nulla», «Ti prego non esserci ti prego non rispondere ti prego», «un uomo grasso e malato con un’ultima, coraggiosa idea» (fantastico), «Di tanto in tanto, Ted sentiva altri inquilini, altre presenze incorporee muoversi nelle loro stanze. Immaginò di essere un elemento del palazzo stesso, una cornice o un gradino senziente il cui destino era quello di assistere al susseguirsi delle generazioni, sentendo l’edificio adagiare la propria massa medievale sempre più a fondo nel terreno. Un anno ancora, altri cinquanta» («e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola», Shirley Jackson, L’incubo di Hill House), «lasciando Robert Freeman Jr. a vedersela con la corrente da solo, mentre tu arretri nel paesaggio: l’acqua e i palazzi e le strade, i viali come corridoi infiniti, il tuo studentato pieno di ragazzi immersi nel sonno, l’aria appesantita dal loro respiro collettivo. Scivoli nella finestra aperta di Sasha, sorvolando il davanzale su cui sono allineati gli oggetti raccolti nei suoi viaggi: una conchiglia bianca, una piccola pagoda dorata, una coppia di dadi rossi. La sua arpa in un angolo, con lo sgabellino di legno. Sasha dorme nel suo letto angusto, i capelli rossi che odorano di bruciato scuri contro le lenzuola. Ti inginocchi accanto a lei, respiri l’odore familiare del suo sonno, le sussurri all’orecchio un miscuglio di Scusami e Io credo in te e Ti sarò sempre vicino, ti proteggerò e Non ti abbandonerò mai, rimarrò rannicchiato intorno al tuo cuore per il resto dei tuoi giorni» (davvero non vi è mai capitato di barricarvi nel passato, nei ricordi, rifiutando del tutto la realtà, quando avete avuto paura, avete provato troppo dolore o avete sentito la vita abbandonarvi?), «Resisti! Resisti! Resisti!», «Un ticchettio di tacchi sul marciapiede bucò il silenzio. Alex aprì gli occhi di colpo, e lui e Bennie si voltarono – velocissimi – cercando Sasha nel buio cinereo. Ma era un’altra ragazza, giovane e nuova in città, che armeggiava con le chiavi di casa»,

«Resisti!».

Amate parole di amata J.E. ne Il tempo è un bastardo, pagine sparse (perdonatemi, sono le 5.03). Anzi, perché non lo rileggete? Buongiorno incombente, anche se il sole qui non sorgerà che tra 45 minuti – ho ancora un po’ di tempo, pochissimo, per cercare sangue umano da succhiare, come Eli, come Edward in Twilight di Stephenie Meyer (romanzo che mi ha fatto tornare la voglia di baciare!), come i vampiri di Io sono leggenda
(libro!) di Richard Matheson,
ancora vostra
T.

«È una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie», Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio (non credete mai alle scrittrici e agli scrittori!)

Abbiate una buona giornata.

Jennifer Egan

Il tempo è un bastardo

(dedica)
(eserghi vari)
(pagina bianca)
A

1.OGGETTI RITROVATI

Cominciò come al solito, nel bagno del Lassimo Hotel. Sasha si stava
(continua tu. te l’ho detto: rileggiamo?)
Resisti!

Antonella Lattanzi (Bari, 1979), scrittrice e sceneggiatrice. I suoi ultimi libri sono “Devozione” (Einaudi, 2010), “Prima che tu mi tradisca” (Einaudi, 2013), “Una storia nera” (Mondadori, 2017), “Questo giorno che incombe” (HarperCollins, 2021) e “Salvarsi”, (Einaudi, Quanti, 2021). Il suo ultimo racconto è nell’antologia “Willie lo Strambo” (Sperling & Kupfer), ora in libreria.