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Oh natura, perché di tanto inganni i figli tuoi?

In DJ Bambi di Audur Ava Ólafsdóttir, Logn, una donna transgender sessantenne, si mette in lista d’attesa per una vaginoplastica. Le sue giornate scorrono calme, si avvicendano come le stagioni, e osservarla è come osservare una volpe, un gabbiano o un cavalluccio marino. La convinzione che gli animali non umani parlino proprio a noi, e di noi, smentita da un nido di vespe (non metaforico)

Ci sono molti animali nel romanzo DJ Bambi, scritto dall’islandese Audur Ava Ólafsdóttir e pubblicato in Italia da Einaudi.

I gabbiani che tormentano il condominio dove abita la protagonista, Logn, uccelli che ormai non migrano più e sembrano stanziare di proposito fuori dalla sua finestra, in cerca di riparo. Il cadavere di una piccola balenottera, abbandonata dalla madre sulla spiaggia, il cui odore di decomposizione arriva fin nella stanza dove Logn fa terapia. E poi gli orsi polari, l’animale preferito dell’ex moglie di Logn. Mentre erano ancora sposati, per farsi perdonare di essere così infelice, Logn ha deciso di tatuarselo sulla clavicola, con l’inchiostro bianco.

Ora che è sola, nella sua casa assediata dai gabbiani, sei anni dopo aver fatto coming out come persona trans, Logn desidera un cane. Magari un pastore tedesco che possa farle compagnia, e trascorre i pomeriggi a sfogliare su internet annunci di adozioni.

Leggere descrizioni di animali, in alcuni romanzi, mi fa lo stesso effetto di quando mi imbatto nei resoconti di cosa mangiano i personaggi, le ricette specifiche, la preparazione, gli ingredienti scelti. D’un tratto sento la scrittura più vicina, più autentica e intima, forse proprio perché parla di cose non umane.

Logn fa la biochimica, ed è ossessionata dalla natura, dall’osservazione di ciò che le vive e muore attorno, perché è stata la natura a compiere con lei un clamoroso errore: l’ha messa nel corpo di un uomo, e obbligata quindi a fingere di continuo, per anni, a costruire un’intera vita su una bugia.

Di questo si tratta, per Logn, uno sbaglio, un’approssimazione di calcolo come quella che ha permesso a un tricheco di approdare sulla spiaggia vicino casa. A causa del riscaldamento del mare, il ghiaccio artico si riduce e il tricheco si disorienta, non sa più dove andare e rischia di morire così, lontano dai suoi simili.

Di una cosa è sicura Logn, che non morirà nel corpo di un uomo. Nella tomba in cui la seppelliranno dovrà essere uguale a sé stessa, e così a sessant’anni decide di mettersi in lista per effettuare una vaginoplastica attraverso il Sistema sanitario nazionale, un’attesa perpetua che si insinua nelle sue giornate calme, nei pomeriggi al computer, i pranzi con il fratello gemello che è l’unico a chiamarla Bambi.

Era il nome di quando suonava nei locali gay, il DJ Bambi del titolo, ed è come Logn veniva appellata da sua nonna. Bambi come diminutivo di Bambina, la nonna conosceva quella parola perché aveva un’amica di penna italiana, ma anche il cervo dalla coda bianca della Disney, che nel film perde la mamma e poi si innamora, sconfigge i cervi rivali, diventa il Grande Principe della foresta.

Bambi per suo fratello, Logn sui documenti, V. (il nome che le hanno dato alla nascita) per chi le vuole fare del male, e un giorno, quando la sua famiglia lo accetterà, Guðríður, come sua nonna.

Un gabbiano reale, con le zampe rosa e il becco bianco, segue Logn dalla strada fino a casa, volteggia intorno al suo palazzo, le impedisce di entrare nel portone, si posa sullo sgabello del suo balcone e da lì la osserva. In natura, legge Logn su internet, i gabbiani sono creature sociali, si muovono in gruppo, solo in rari casi si isolano e preferiscono la solitudine. Logn si domanda perché il gabbiano abbia scelto proprio lei, perché abbia deciso di rinunciare alla compagnia dei propri simili per quell’interazione con una specie così diversa, così lontana. Si domanda come ha fatto a riconoscerla.

Qualche giorno fa, di sera, ho sentito un rumore provenire dal cassettone della tapparella, nel mio minuscolo appartamento. Era come un picchettare, un crepitio basso che all’inizio mi ha fatto pensare a delle foglie secche, o a una componente elettrica che si stesse surriscaldando. Ho chiuso il computer e sono salita in piedi sul divano per avvicinarmi al rumore, ascoltarlo meglio, ma non sono riuscita a capire e ho pensato di essermi immaginata tutto, ho lasciato stare. Il giorno dopo, sul davanzale ho trovato due vespe morte e quelli che mi sembravano escrementi, che poi ho scoperto essere detriti cartacei derivanti dalla masticazione del legno e della costruzione del nido. Le vespe si erano insinuate in una fessura nel muro e stavano costruendo la loro casa nella mia casa.

Un’impresa di spurgo e disinfestazione ha aperto il cassettone della tapparella e rimosso due nidi di vespe, piccoli come palline da tennis, per una cifra che faccio ancora fatica a digerire. Sei stata brava a chiamare subito, si sono congratulati, se avessi lasciato passare altro tempo la situazione sarebbe diventata pericolosa. Prima di andarsene con i due nidi e i miei soldi, hanno spruzzato dell’insetticida, mi hanno detto di non preoccuparmi se ne avessi vista qualcuna svolazzare intorno alla fessura. Si sarebbero presto accorte che la loro casa in costruzione non c’era più, che l’aria era tossica, e sarebbero andate via.

Ho mandato un messaggio a un’amica, scusandomi di non averle risposto prima, ma stavo cercando di liberarmi di un nido di vespe. Non metaforicamente, ho aggiunto. Mi sono rimessa a leggere DJ Bambi, a prendere appunti sul computer, ho pensato al suo gabbiano e alle mie vespe, a quanto sia facile trarre conclusioni dalla natura che ci circonda, pensare che stia parlando proprio a noi, e di noi, credere che gli animali abbiano caratteristiche umane, che sia possibile declinare su di loro le nostre inenarrabili tristezze, i nostri entusiasmi.

Il concetto di identità di genere è strettamente umano, non esiste una distinzione simile tra gli animali, ma è vero che esistono l’intersessualità, l’ermafroditismo, il cambio di sesso biologico.

In una delle sue sessioni di ricerca, Logn scopre la famosa storia dei cavallucci marini, «l’unico caso nel regno animale in cui a partorire sono i maschi. Dopo che la femmina depone le uova mature in una sacca incubatrice presente nel ventre del compagno, questi le feconda, le custodisce per due-quattro settimane e poi partorisce direttamente in acqua fino a un migliaio di piccoli cavallucci marini».

Poi ci sono i pesci pagliaccio, che nascono tutti maschi e quando la femmina dominante del gruppo muore, il maschio più grande sviluppa gli organi femminili.

Logn ha un figlio e una nipote di diciotto mesi, e quello che fa tutto il giorno, oltre a compiere le sue ricerche sulla fauna, è pensare a come rendere confortevole la stanza degli ospiti per invitarla qualche volta da lei, il giorno in cui glielo permetteranno.

Il figlio e la moglie del figlio accampano scuse: la bambina è troppo piccola, tu abiti troppo lontano, ma Logn sa che non è vero.

La sua famiglia è in lutto, come se Logn fosse già morta, come se andare contro ciò che la natura ha scelto per lei sia un gesto blasfemo, una provocazione. Sarebbe di certo tutto più semplice se io non esistessi, scrive senza pietismi ma come pura constatazione. A volte pensa di voler migrare, aprire le ali e andarsene in un posto in cui le persone transgender non debbano nascondersi, in cui le sia permesso indossare quello che vuole, trascorrere le giornate calme e noiose che la confortano e che somigliano allo scorrere delle stagioni, al lento progredire delle cose.

«Da quando ho cominciato ad assumere estrogeni è come se tutto fosse diventato più morbido, come se i margini del mondo si fossero levigati, come se gli angoli del mondo si fossero smussati, ed è anche come se tutto, nel mondo, fosse connesso e niente stesse come parte a sé, come se ogni singola cosa e ogni singolo essere vivente – persone, animali, piante e la natura tutta – fossero uniti da una catena in cui un capo dell’universo è legato al capo opposto e il tempo e la distanza fossero in realtà un unico grande malinteso».

A un certo punto, in quello che è forse uno dei passaggi più riusciti del romanzo, una scrittrice si avvicina a Logn. È una sua vecchia compagna di scuola, interessata alla sua storia, e trascorre del tempo con lei per intervistarla, farle domande sulla sua vita, sul suo matrimonio e i suoi figli, il suo passato da dj.

Logn si presta alla sua curiosità, più per senso del dovere nei confronti della sua amica che per volontà di parlare di sé, ma il progetto di scrivere un libro fallisce miseramente.

La scrittrice si rende conto che la vita di Logn è normale, che non c’è nulla di entusiasmante nell’avvicendarsi delle sue giornate, che il fatto di essere una persona transgender è un fatto, appunto, non un innesto narrativo. Non c’è abbastanza materiale per costruirci un libro attorno, e allo stesso tempo i fili della sua esistenza sono molteplici, molto più vasti della sua identità trans. In fondo trascorrere del tempo in compagnia di Logn è come osservare da vicino l’andamento notturno della volpe, il ritorno in primavera delle rondini, l’appostarsi paziente del camaleonte.

Nient’altro che la natura, noiosa, maestosa e terribile.

Greta Olivo (Roma, 1993), scrittrice. Il suo primo romanzo, «Spilli», è appena uscito per Einaudi.