È il novembre del 2019, il sole è ancora generoso a Gaza. Davanti ai miei occhi si materializza un paesaggio lunare: dune e avvallamenti si susseguono lungo il confine con l’Egitto, a Rafah, modellati da scavi incessanti e bombardamenti israeliani. Sotto questa striscia di sabbia povera e disperata scorre un fiume invisibile di denaro. Il sottosuolo è una groviera di tunnel, la via privilegiata per il contrabbando. Da lì entra ed esce di tutto: sacchi di farina e vestiti, capi di bestiame ed esseri umani, cemento e macchinari, moto e auto. E naturalmente le armi, tante armi.
In quella trasferta mi accompagnava una producer palestinese indipendente, una delle poche donne di Gaza a rifiutarsi di indossare l’hijab. Suo marito era stato capo della sicurezza di Abu Mazen, fino a quando, nel 2007, Hamas prese il potere, sgominò le forze di Fatah e giustiziò i fedelissimi gettandoli giù, incaprettati, da palazzi in costruzione. Quel colpo di stato spense la speranza accesa due anni prima dal premier israeliano Ariel Sharon, che con l’hitnatkut – la “disconnessione” – aveva ordinato il ritiro da Gaza di coloni e soldati. Non fu un’operazione facile: migliaia di israeliani furono trascinati a forza fuori dalle loro case e sinagoghe, accusando i soldati di fare ciò che i nazisti avevano fatto ai loro parenti. Parole che colpivano diritte al cuore dei non pochi militari figli di sopravvissuti all’Olocausto. Non avevo mai visto un esercito in lacrime come in quei giorni, che pure sembravano aprire uno spiraglio di storia nuova.
Quattro anni dopo, quella speranza si era sciolta come neve al sole. L’ascesa al potere di Hamas aveva bloccato ogni possibile investimento occidentale. Gli ex insediamenti ebraici erano stati trasformati in campi di addestramento. E gli islamisti ammassavano nei bunker razzi e missili.
Ricordo bene quel mattino di novembre: io e il mio cameraman, Franco Ceccarelli, passammo il valico di Eretz e raggiungemmo Rafah. Sotto una tenda ci attendeva Abu Said Hilail, capomastro. Tre pali, piantati nella sabbia, sorreggevano una carrucola. Mi legai una corda alla vita e scesi nella bocca quadrata che conduceva a un tunnel in costruzione. Otto metri più in giù, sentii la sabbia che mi entrava nelle scarpe. Il tunnel era alto appena 80 centimetri e lungo due chilometri, la distanza necessaria per sbucare nel Sinai, in Egitto. Gli occhi spiritati di bambini-talpa si muovevano in quell’angusto spazio scavando con mezzi artigianali. Non avevano più di dodici anni: per lavorare agevolmente in tunnel del genere è necessario essere di piccola statura. La terra era friabile. L’umidità opprimente. I bimbi lavoravano per 25 dollari per un turno di 12 ore. Una miseria, col nostro metro; una fortuna a Gaza. Ma spesso per loro era il prezzo di un biglietto per il paradiso: ne morivano ogni giorno, nelle viscere della terra, per le frane accidentali, per quelle causate dalle bombe israeliane, o asfissiati dai gas iniettati dagli agenti egiziani nella loro opera di contrasto al contrabbando.
All’epoca, le agenzie di stampa occidentali ancora parlavano di “sedicenti tunnel del contrabbando”. Uno di questi tunnel, ora, si apriva davanti ai miei occhi e grazie alle immagini e alle voci dei protagonisti ero in grado di accendere i riflettori su un pezzo di realtà. Parlando con Abu Said, scoprii che la costruzione di tunnel a Gaza era un’attività economica strettamente regolamentata da Hamas. Era il movimento islamico al potere a vendere le licenze di scavo, e una volta completata l’opera a incassare percentuali sul valore delle merci contrabbandate. Non tutti i tunnel erano appaltati a privati. I più strategici erano gestiti direttamente da Hamas che li usava per il contrabbando delle armi. Oggi sappiamo che dal 2007 per 16 anni il movimento islamico ha scavato nelle viscere una rete di centinaia di chilometri di tunnel, dove ha stipato decine di migliaia di missili: la più densa piattaforma terroristica mai realizzata nella storia.
Ecco perché non si può rinunciare a cuor leggero a inviare corrispondenti nei luoghi cruciali del mondo. Oggi, con la crisi dell’editoria, molte testate hanno chiuso uffici o ridotto drasticamente il numero di inviati, lasciando scoperte aree decisive. Io ho avuto il privilegio di vivere 25 anni da corrispondente all’estero: Parigi, Gerusalemme, Pechino, New York. Devo ringraziare la Rai, che ha sempre considerato i suoi uffici di corrispondenza un fiore all’occhiello, uno strumento indispensabile di servizio pubblico.
Alcuni ricordi sono legati alla Cina, paese che in Italia conta pochi detrattori e molti estimatori. Pochi giorni dopo il mio arrivo a Pechino, nel 2014, un’amica mi raccontò un episodio rivelatore. Era stata convocata dal preside della scuola della figlia, che aveva dieci anni. Mi meravigliai, perché me l’aveva sempre descritta come un’alunna modello. E infatti il motivo della convocazione non era un cattivo rendimento scolastico. Il preside aveva scoperto che la bambina aveva un diario con lucchetto. La madre aveva spiegato che glielo aveva regalato lei per il compleanno. Con sguardo di rimprovero, lui aveva replicato che il diario, sequestrato, aperto e letto, conteneva espressioni di critica all’insegnante di cinese. Aveva aggiunto che in futuro avrebbe dovuto esercitare sulla figlia un controllo maggiore: la figura dell’insegnante, l’autorità costituita, non doveva essere messa in discussione in alcun modo.
Nell’ascoltare il racconto trasecolai, pensando a cosa accadrebbe in Italia per molto meno: la protesta dei genitori, articoli sui giornali, un provvedimento disciplinare per il preside. Ma in Cina non c’è tutela della privacy neppure per uno studente. È richiesto, anzi, che comportamenti devianti vengano repressi sin dalla tenera età. Il presidente cinese Xi Jinping, in un’occasione, ha detto che una camicia va abbottonata bene dal primo bottone, altrimenti tutti gli altri saranno storti. La scuola, insomma, è il primo pilastro di un regime che chiede obbedienza al popolo.
Chi in Italia esalta i progressi tecnologici cinesi dimentica il contesto. Non è solo una questione economica: Pechino propone un modello politico e valoriale opposto alle democrazie liberali. Se prevalesse sugli Stati Uniti, la libertà di parola e di impresa subirebbero limitazioni globali. Solo vivendo in Cina ci si accorge della distanza di valori e dell’anelito di libertà che serpeggia dietro l’apparente consenso, mantenuto anche grazie a un uso massiccio dell’intelligenza artificiale per il controllo sociale. Un sistema che fa impallidire quello immaginato da Orwell.
L’elogio del mestiere di corrispondente potrebbe proseguire a lungo. Mi piace ricordare un episodio del 2018, durante un documentario sulle Vie della seta. Il caso volle che entrassi nello Xinjiang il primo giorno di Ramadan. Per le autorità cinesi, era il segno che avevo fiutato quel che nessuno all’epoca ancora sapeva con certezza: l’internamento di un milione di uiguri in campi di rieducazione.
I dieci giorni successivi furono un vero incubo. In ogni città, che arrivassimo in treno o in aereo, ad aspettarci c’era il capo locale della polizia. Immancabilmente, dopo un lungo interrogatorio, ci forniva una non richiesta e assolutamente non gradita scorta.
Accompagnatori che di fatto cercavano di impedirci di avere qualunque contatto con la gente del posto. Anche con queste limitazioni, quel viaggio servì a farci capire che qualcosa di inedito ed estremamente grave stava accadendo all’insaputa del mondo.
A Turpan, la roccaforte del movimento indipendentista uiguro, la tensione era a livelli altissimi. C’era una stazione volante di polizia ogni cento metri. A ogni incrocio stazionavano volanti con lampeggianti accesi e sirene spiegate, giorno e notte, senza interruzioni. Si aveva la sensazione che fosse accaduto qualcosa di grave. E invece era solo un espediente per intimidire la gente del posto. Gli “angeli custodi” impedivano sistematicamente al mio cameraman di puntare la telecamera sulle moschee. Ho giocato a guardie e ladri, con queste fastidiose spie alle calcagna, per strappare col cellulare frammenti di verità.
Le moschee, in pieno Ramadan, erano sigillate e davanti agli ingressi erano state issate alte bandiere rosse della Repubblica popolare. In giro non c’era nessuno che osservasse il digiuno islamico. La ragione di queste anomalie venne alla luce poche settimane dopo. Troupe televisive occidentali riuscirono a riprendere gli esterni blindati dei centri di detenzione in cui le autorità cinesi avevano rinchiuso i musulmani osservanti. Le prime testimonianze dei programmi di “rieducazione” forzata cominciarono a emergere. A quel punto, Pechino ne ammise l’esistenza sostenendo però che si trattava di centri di formazione volontaria. Assordante il silenzio del mondo islamico. Furono solo europei e americani a denunciare le pesanti violazioni dei diritti umani cui era sottoposta la minoranza uigura dello Xinjiang.
Si può raccontare il mondo da lontano, certo. Si può leggere, studiare, commentare. Ma senza l’odore delle strade, senza il sapore dei mercati, senza le voci della gente, l’informazione perde carne e sangue. È questo il valore aggiunto del corrispondente: stare sul posto, vedere, ascoltare, testimoniare. Difendo questo mestiere perché è la garanzia che la verità, almeno in parte, possa ancora essere raccontata.