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Patrizia end to end

Cinquant’anni di amicizia tumultuosa con Patrizia Cavalli. Vorace, accentratrice, furiosa, era sempre autentica, era sempre teatro. Le sue poesie non d’amore, ma di odioamore: il contrario della noia. Ricordo costante della poeta che si vantava di tutto fuorché di sé

Ho conosciuto Patrizia quando aveva 26 anni e io qualcuno di più, poco prima che pubblicasse il suo primo libro, Le mie poesie non cambieranno il mondo. Da allora fino alla fine abbiamo avuto un’amicizia tumultuosa.

Credo che qui molti l’abbiano conosciuta, e nessuno di loro si stupirà dell’aggettivo ‘tumultuosa’.

Ma qual era lo speciale tumulto di Patrizia?

Era vorace, accentratrice, furiosa. Aveva un’intelligenza perfetta, un’abilità molteplice, un’infinità di talenti. Era poeta.

Quando trascinava i piedi dal bagno alla cucina, quando preparava i suoi magnifici pranzi, quando recitava le sue poesie, quando ti guardava furibonda, quando si appendeva al telefono per raccontare le ultime traversie dei suoi amori, quando tornava dall’America ballando il tip-tap, quando si vendicava (non ti porterò più in 500!), quando con le braccia bloccava l’accesso al buffet di una festa in suo onore, quando cantava e suonava e ballava, era sempre autentica, era sempre teatro.

La sua autenticità teatrale forse l’hanno avuta anche altri (magari De Filippo, Troisi, non so), ma mi domando se non sia un carattere della poesia. Della poesia, non dei poeti. Questo farebbe di Patrizia qualcosa di un po’ diverso da un/una poeta. Farebbe di lei una produzione poetica. E credo che questo fosse il suo intimo tumulto. La poesia è tumultuosa. È una specie di cataclisma. Che poi si adagia in riposo sulla superficie. Un dopo terremoto.

Lei era quel terremoto. Ed è chiaro che il terremoto non ha tempo per i travestimenti, in cui noi tutti ci compiacciamo. Ma è anche chiaro il suo carattere teatrale, che è la premonizione del momento in cui sarà semplicemente il riposo della poesia sulla terra, sulla pagina.

 

Ogni parte di me fa quel che vuole e in più pretende che io la guardi, che la ascolti (cpg. 101)

 

Queste cose le penso ora. Non le ho mai pensate nel perpetuo duello con Patrizia, durato quasi una vita. Non l’ho mai pensato nei periodi, lunghi o brevi, in cui sparivo esasperata.

E non l’ho nemmeno pensato quando sono corsa all’ospedale e, arrivata in ritardo, sono rimasta con lei, sola nella saletta vuota in cui era riposto il suo corpo.

La sua autenticità teatrale era, credo, alla radice della collisione fra amore e odio. Una collisione originaria, che in lei perdurò fino alla fine, come tutto in lei perdurò fino alla fine.

Mi raccontò che una volta era andata da una psicanalista, una “buona, buona”, che le chiese: “Quanti anni pensa di avere?” Lei rispose cinque o sei. “No,” disse l’analista, “no, lei vagisce!”. Questo vagito vasto e indistinto era la sua arma di precisione. La sua baionetta.

Con essa, forse, infilzò le sue malattie, una per una, senza sbagliare; fu l’arma con cui la sua immensa ipocondria si destreggiò fino all’ultimo. Le dissi una volta che la malattia era il suo Messia: quella appena arrivata non era mai quella giusta, ma sempre un’altra, più minacciosa, che ancora non trapelava nemmeno negli studi medici. Fu sua la diagnosi della sua malattia mortale; diagnosi che il medico sbagliò.

Ma torniamo all’odioamore catulliano. Le poesie di Patrizia non sono poesie d’amore, ma di odioamore. Il contrario dell’odioamore è la noia. L’odioamore è l’antidoto alla noia. E viceversa.

 

Mi ero incagliata dentro un cupo errore Dentro l’odore scuro del tuo corpo Dentro il silenzio del tuo cuore accorto. Io tutti i giorni l’ho chiamato amore e non sapevo di chiamare un morto. (“A chi parlo quando parlo da sola”, in Vita meravigliosa, p. 40)

 

Sorprendentemente, Patrizia ha avuto dei maestri. Uno di questi era Franco Serpa, che se ne è andato il 9 settembre 2022. Un maestro che l’ha bocciata, al liceo di Todi. Ma poi è diventato suo amico. Dico sorprendentemente perché Elsa Morante, altra maestra, diceva di lei: “Patrizia è naturalmente colta”. Dunque non aveva veramente bisogno di maestri. Questo ossimoro mi è sempre parso esatto. Patrizia che studia? Impensabile. Patrizia sa una quantità di cose, non per averle studiate, ma per averle dentro, riposte nell’intelligenza. Per questo Serpa la bocciò, perché non studiava, non perché non sapeva, io credo. Elsa, invece, la promosse e la portò, con sé, in Paradiso.

Ma la cultura si può “assorbire naturalmente”? Evidentemente sì, se è una disposizione dell’animo, – non all’apertura di pensiero, che ha bisogno di informarsi –, ma all’“avere pensiero”. Un pensiero che si trova sempre in posizione, in presenza. Non lo cogli mai impreparato o distratto, e nemmeno particolarmente attento. È lì come un corpo, un corpo pigro, che si attarda qua e là, che traversa la casa o sale affaticato le scale. Un corpo con tutto il suo peso, che è poi la sua inconfondibile presenza. Il verbo pensare, del resto, deriva da “pesare”, pesare la lana. Ha a che fare con la pesantezza. L’“avere pensiero” di Patrizia era uguale all’“avere peso” del suo corpo. Qualcosa che non si fa dimenticare. Parlare con lei di qualsiasi cosa voleva dire essere sempre sorpresi da un pensiero pigro e girovago, che andava dritto al centro. Io mi chiedevo: ma come fa a pensare sempre “in un altro modo”? O anche: “che direbbe Patrizia?”, sicura di non indovinare.

Può darsi che la costante presenza del suo pensiero venisse dal continuo colloquio di Patrizia con se stessa. Aveva sempre con sé l’oggetto dei suoi pensieri. Patrizia era l’universo di Patrizia. Tutto quello che le capitava sottomano o all’orizzonte, faceva parte di questo pensiero.

Lo conosceva già perché era dentro di lei. Da lì la sua oziosa sicurezza.

 

L’originale, comunque, non lo voglio non voglio stare dove ogni momento se sbagli possono cacciarti via. Lo preferisco falso e permanente dove la legge la decido io. Abolirò memoria e nostalgia, non ci sarà intenzione né immaginazione ma un’aria mite e ferma che acconsente; si morirà per noia, dolcemente. (“Continuazione dell’Eden”, in Vita meravigliosa, p. 8)

 

Nelle tante conversazioni che abbiamo avuto, passeggiando per scoprire Roma la domenica, o in chilometriche telefonate, non c’erano astrazioni. Una volta monologai con lei sul sentimento del nulla, che ogni tanto ti prende come una pandemia individuale, lei ascoltò distrattamente e poi mi disse: “Brava! Hai fatto un bellissimo compito in classe”. Avevo parlato in astratto. Non parlavo di me, ma di qualcosa che non sapevo e di cui non mi poteva importare davvero.

La sua intelligenza era intelligenza della materia. Il discorso più astratto che ricordo con lei fu sul denaro. Lo dice del resto nel suo libro di prose che i soldi sono un’astrazione. “Quindi, scrive, i soldi non sono miei né mai la saranno”. Ma possono pioverti addosso, all’improvviso. E come spenderli nel caso che avessi vinto milioni alla lotteria? “Ho un’ambizione e diciamo pure una responsabilità: mostrare a me stessa e agli altri come si fa a godere davvero dei soldi, rendendoli servizievoli e silenziosi” (cpg. 102). Prima di tutto, avrebbe nascosto la sua vincita, per poter stupire tutti continuamente. (p. 103) Regnerà la sorpresa.

Che tutto capitasse dentro di lei me lo dimostrò chiaramente una volta che, sentendomi svenire al telefono, si precipitò da me agitatissima, mi trovò collassata, aprì tutte le finestre, fece venire la guardia medica, e si fece accuratamente visitare.

Conosceva le sue malattie come conosceva il suo corpo, e non c’era pezzo del corpo che non sapesse muovere con abilità, con agilità, come Cherubino che “fa bene tutto quel che fa”. Perché l’universo era tutto suo. Per questo, io credo, quello che diceva di sé, per ore e ore, era interessante. Patrizia si vantava di tutto, fuorché di se stessa. Non parlava di un oggetto cupidamente covato, ma ti faceva girare per la sua casa, ti mostrava questo o quell’oggetto, quella lampada, quel marmetto. La sua casa, infatti, era la sua pelle. All’interno c’erano gli organi, le mucose, le vene. Tu non eri mai l’ospite, eri il visitatore. C’era tutto quello che le capitava e, in particolare, come statue di cera, gli oggetti del suo amoreodio. Erano tutti lì dentro.

Il ruolo dell’amata, del resto, è sempre stato quello di rispondere all’attesa. L’amata non aveva altra vita. Obbedendo all’attesa, entrava a vivere nel patriziauniverso. Altrimenti vagava fuori, morta e già all’inferno.

 

Ora ogni oggetto ha trovato una dimora si offre casto al tempo
e aspetta uno spessore dalla polvere.
Tu porti le valige, muovendoti da una stanza all’altra traslochi una vestaglia
la crema le pantofole; di fronte alla carta del mondo ti fermi a viaggiare: sei mesi nel terzo mondo, tre mesi nel secondo
e gli altri tre passati a organizzare.
Per le strade domestiche odiose ti commuovi
staccando da un cofano le macchie sabbiose
venute dai deserti, stringendo gli occhi ti sembra quasi di vedere quel segnale che ti faccia sembrare la vita come tale.
(“A chi parlo quando parlo da sola”, in Vita meravigliosa, p. 51)

 

21 settembre 2022

28 novembre 2022

Ginevra Bompiani (Milano, 1939), scrittrice, traduttrice, editrice e accademica. Ha insegnato all’Università di Siena e nel 2002 ha fondato la casa editrice nottetempo. Tra i suoi ultimi libri: “Mela Zeta” (nottetempo, 2016), “L’altra metà di Dio” (Feltrinelli, 2019) e “La penultima illusione” (Feltrinelli, 2022).