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Perché non possiamo soltanto essere felici?

Leggere Diario per John è come andare in terapia, perché la scrittura di Joan Didion è contundente e decodifica le domande. L’alcolismo della figlia Quintana ci interroga su noi stessi, sulla nostra famiglia, se ami tuo marito, quanto senso di colpa hai, quanto litighi con tua madre e tuo figlio. Quanto pensi solo a te, alla tua via d’uscita

Sulla questione Zoloft ho detto che per circa un’ora dopo che l’avevo preso mi ero sentita come se avessi perso il mio principio organizzatore, un po’ come bere un Planter’s Punch prima di un pranzo ai tropici». A chi si chiede se sia lecito pubblicare postumo il diario di Joan Didion, autrice di capolavori del New Journalism, scrittrice, sceneggiatrice, saggista, vincitrice del National Book Award per la saggistica con L’anno del pensiero magico, vorrei rispondere con questo incipit.

Non so se pubblicare è lecito o non lo è. Non so se Kafka sarebbe felice o meno di sapere che i suoi scritti sono stati divulgati. Non so se Beppe Fenoglio è lì da qualche parte e sa che noi lo amiamo da morire, mi fa una rabbia pazzesca pensare che Goliarda Sapienza sia morta nell’indigenza e senza pubblicare più nulla per anni, distrutta dai rifiuti. Mi fa rabbia che non sappia che noi oggi la vediamo. Mi fa rabbia che Elsa Morante non possa essere qui a godere dei frutti del suo capolavoro. Ma mi fa rabbia anche che scompaiano le persone che non hanno mai scritto un libro, le persone che nessuno tranne noi ha conosciuto, mi fa rabbia la morte in assoluto («Ho detto che pensavo a questo sin da quando ero molto piccola», scrive Didion in Diario per John, «Non alla “morte”, ma a questo fatto di “esistere” o “non esistere”. Ancora ricordo che provavo a girarmi di scatto per vedere se il mondo continuava a esistere anche se io non lo vedevo»). Joan Didion ha lasciato le centocinquanta pagine del suo Diario per John in una cartellina portadocumenti accanto alla scrivania. Nella cartellina c’erano anche altri oggetti – i biglietti del portinaio risalenti alla notte in cui suo marito era morto, il discorso per il matrimonio della figlia e altro. Sapeva che sarebbero stati trovati e pubblicati? Al momento della morte, nel 2021, Didion era una figura di spicco mondiale. L’anno del pensiero magico e Blue Nights erano finiti nelle mani di milioni di persone. Aveva sempre raccontato il dolore e il tentativo di sfuggire al dolore, anche quando lavorava per Vogue, anche quando scriveva la sceneggiatura di È nata una stella, anche quando era diventata madre di colpo, dal giorno alla notte, e aveva accolto la neonata Quintana Roo nella sua vita. Alcuni indizi ci fanno pensare che volesse che il suo diario fosse pubblicato. Altri – come la mancanza di un messaggio, un’indicazione in merito – no. Ma adesso il suo diario è qui.

E l’incipit di questo libro, di questo Diario per John, dichiara la letterarietà, la potenza di ciò che c’è qui dentro. La scrittura è indagine, è domanda. Se lo nomini, compare, se lo scrivi, esiste per sempre. Se lo nomini ti fa male, se lo scrivi ti può distruggere.

Dal 29 dicembre 1999 al 3 gennaio 2002, Joan Didion riporta su carta le sue sedute con un eminente psichiatra, il dottor MacKinnon. Le scrive in prima persona, ma le rivolge a un tu. Quel tu è suo marito, lo scrittore, sceneggiatore e giornalista John Gregory Dunne, persona con cui visse in simbiosi per quarant’anni. È strano che una cosa così privata come delle sedute psicoanalitiche siano rivolte proprio alla persona che, normalmente, meno vorresti ne venisse a parte (generalizzo, ma quante volte non si dice la verità proprio alla persona che si ama per paura di ferirla, di uscirne sminuiti, o indeboliti, di minare l’idea di sé che si è faticosamente consegnata – con successo o meno – alle persone che temiamo di perdere?). Didion no. Sembra considerare sé e John un’unica persona, o meglio due aspetti della stessa persona – la protezione verso gli altri di lei, la seraficità a volte alterata dalla rabbia di lui. Non teme di deluderlo, di ferirlo, non mette mai in discussione il rapporto con lui, mi sembra quasi che si rifiuti di guardare. Il 30 dicembre 2003, poco dopo la fine di questo diario, John muore. Il 26 agosto 2005 muore anche Quintana. Come sopravvivere? Ne vengono due libri, L’anno del pensiero magico e Blue Nights, ma ciò non vuol dire che Didion sia sopravvissuta. Vuol dire solo che è riuscita a continuare a fare l’unica cosa che, usando le sue parole, riempiva quel vuoto, quel buco che tutti abbiamo. C’è chi lo fa con l’alcol, come Quintana, chi con i figli, chi con la droga, chi con il lavoro, e via dicendo. La scrittura era l’unica pausa dal dolore di Didion. L’unico momento in cui si sentiva giusta, o meglio riparata. Purtroppo come tutte le droghe – o antidepressivi, come la definisce il dottor MacKinnon – anche la scrittura esauriva il suo effetto, e allora bisognava lavorare ancora, ancora e ancora. Chi di noi non conosce questa sensazione? Qualunque sia il nostro riparo dal buco – o dal pozzo, come lo chiamava Natalia Ginzburg – sappiamo che senza un approdo impazziremmo. O moriremmo.

La scrittura decodifica le domande. Diario per John lo fa in modo totalizzante. Come dire, contundente. Non è possibile leggerlo senza pensare che sia un Diario per me. Che non chieda a me che rapporto ho coi miei genitori, con mia figlia, con mio marito, con gli amici. Che non chieda a me se ho voluto rendere mia figlia dipendente da me perché in realtà ero io ad aver bisogno di un figlio, un bisogno inconfessabile che mio figlio non mi abbandonasse mai. Il senso di colpa è la colonna portante di questo libro, come fosse la colla, l’impalcatura che lega le sue pagine. La mia copia, mentre la leggevo, ha perso delle pagine. Si sono staccate, una ventina, avevo paura di perderle, quando riporrò il libro disordinatamente – perché sono disordinata – da qualche parte nel caos in cui vivo, quelle pagine andranno sicuramente perse. È colpa mia che non riesco ad aver cura di nulla? È un segno? Una casualità? Il dottor MacKinnon lo dice a Joan: non pensare che tutto sia frutto di una colpa, a volte gli avvenimenti sono frutto del caso.

Ci sono andata anche io, in terapia da MacKinnon, mentre leggevo questo libro. Ho letto ad alta voce delle frasi che mi descrivevano precisamente, ma non erano aspetti di una sola persona – alcuni erano di Joan, alcuni della figlia Quintana, alcuni di John. Vuol dire che siamo tutti e nessuno?

Sono andata in terapia ma ci sono andata grazie alla scrittura di Didion. Che lei volesse pubblicarlo o meno, questo è un libro letterario. «3 gennaio 2002. Parlato dello Zoloft. Aumentato a una compressa intera. Parlato di inghiottire pasticche in generale. Ho detto di aver notato di fare fatica a inghiottire, che mi sembrava di soffocare». Così finiscono le pagine nella cartellina. Lo Zoloft come inizio e come fine, la ricerca di una pace, direi, di una tregua, che è la cosa che facciamo tutti ogni momento. Poi c’è un file sul computer, 9 gennaio 2003. Racconta un’altra seduta, stavolta col dottor Kass, psichiatra di Quintana, madre e figlia sono insieme dal terapeuta. Parlano dell’alcolismo di Quintana, di un nuovo medico da vedere. Il libro finisce così: «E si potrà discutere un piano».

Che finale strepitoso. Non vorremmo tutti discutere un piano per stare meglio, stare bene, una volta per tutte, un piano fatto di punti, cifre, scadenze, un piano ordinato, stampato in caratteri né troppo grandi né troppo piccoli su un foglio così bianco da essere lucente, un piano infallibile per capire come si vive, dodici passi degli Alcolisti Anonimi, fai questo fai quest’altro e andrà tutto bene? Cercando disperatamente una via d’uscita dall’alcolismo per sua figlia, un modo giusto di essere madre, un perdono ai suoi errori, alle sue assenze, Didion cerca una cura per sé stessa. Lavora moltissimo, spesso è fuori casa, ed è una donna. L’ha sempre fatto, anche quando Quintana era piccola. In che modo può compensare quello che, come donna, come madre, ha tolto a sua figlia coltivando un’ambizione, svolgendo un lavoro? Sono domande a cui non abbiamo ancora trovato una risposta. Didion sta male se non lavora, ma non riesce a lavorare a causa delle angosce che le dà l’alcolismo di sua figlia. In certi sprazzi in cui Quintana sembra stare meglio, Didion riesce a lavorare, e anche suo marito, a ritirarsi dalla scrittura di sceneggiature che non le piace, a pensare al suo nuovo libro, e suo marito al suo romanzo.

Ma quel tempo che, come donna, come madre, quell’istante, quel secondo in cui, mentre lavoravi, hai smesso di pensare a tua figlia, quel momento in cui sei tornata un essere umano unico, quel tempo quanto ti costerà in termini di colpa?

Mi sembra che il vulnus di Diario per John sia qui, in questa eterna battaglia. «Ho detto che questo fine settimana era successa una cosa che mi aveva fatto così male che a malapena riuscivo a dirla: mi era capitato più volte di pensare che lei non mi piaceva». Il piaceva è scritto in corsivo, com’è possibile che mia figlia non mi piaccia? Che mi estenui, che sia proprio il tipo di persona che ho evitato per tutta la vita, quello che mi causa guai?

Bella domanda.

È scritto qui, nero su bianco. Mi è capitato di pensare che mia figlia non mi piaceva. E adesso?

È scritto, ho detto. Scritto per esistere per sempre. Un interrogativo che fa così male che di solito non si riesce a dire. È qui, nella sua sfacciata limpidezza. E noi possiamo leggere, e finalmente essere legittimati a porci la domanda.

Anche noi, mentre leggiamo, siamo esasperati da Quintana che non fa altro che chiedere ai genitori nonostante i suoi trentaquattro anni, e forse un po’ la invidiamo per la vita che ha fatto da bambina, per i viaggi, per gli stimoli, pure per i soldi. No no e no. Quintana non riesce a vivere, non riesce a smettere di chiedere. Beve, smette, riprende, le trovano un lavoro, si esalta, lo perde, vuole fare la fotografa, le comprano le macchine fotografiche, vuole andare alle Hawaii a lavorare nei campi di ananas, vuole i soldi dai genitori (centomila dollari!, strabuzziamo gli occhi), non li vuole più e li accusa di volerla controllare. No no e no. Come Joan, sottovoce, senza dirlo a nessuno, estenuati ci viene da pensare: ma non potrebbe semplicemente smettere di bere?

Eppure quel fastidio, quello stremo delle forze e della pazienza che ci prende, se lo leggiamo con attenzione – lì, nero su bianco – è il fastidio che abbiamo per noi stessi. Non potremmo semplicemente smettere di bere?

Perché non possiamo, semplicemente, diligentemente, essere felici?

L’anno del pensiero magico finisce con l’immagine di una caverna nell’acqua, a Portuguese Bend, dove Joan e John potevano passare solo nel momento in cui la marea era al punto giusto. Poi, c’era troppa acqua. «Ogni volta che lo facevamo avevo paura di perdere il momento giusto della marea, di restare indietro, di sbagliare il tempo. John mai. Dovevi sentirla cambiare, la marea. E dovevi abbandonarti al cambiamento. Me lo disse lui». Blue Nights inizia così: «26 luglio 2010. Oggi sarebbe l’anniversario del suo matrimonio. Lo stesso giorno di sette anni fa togliemmo le ghirlande dalle scatole del fiorista e scrollammo l’acqua in cui erano conservate sull’erba fuori dalla cattedrale di St. John the Divine in Amsterdam Avenue». Possibile che non mi sia accorta del momento in cui sono stata felice?

Joan Didion se lo chiede, in tutto quello che scrive, e scrive io credo per fermare l’attimo, scandagliarlo, sezionarlo, indagarlo, in cerca di una soluzione, scrive per necessità, per salvarsi dal buio, per cercare di salvare le persone che ama e, quando le persone che ama muoiono una dopo l’altra, continua ancora a scrivere per cercare di salvarle. Perché tornino. Perché non siano mai andate.

È possibile.

La scrittura può. Non può tutto. Oh, sarebbe bello se potesse tutto. Ma può cose che nessun altro può fare. Cose che nessun altro può immaginare.

Antonella Lattanzi (Bari, 1979), scrittrice e sceneggiatrice. I suoi ultimi libri sono “Devozione” (Einaudi, 2010), “Prima che tu mi tradisca” (Einaudi, 2013), “Una storia nera” (Mondadori, 2017), “Questo giorno che incombe” (HarperCollins, 2021) e “Salvarsi”, (Einaudi, Quanti, 2021). Il suo ultimo racconto è nell’antologia “Willie lo Strambo” (Sperling & Kupfer), ora in libreria.