Incontro gente che conosco appena che mi chiede se sto scrivendo un altro libro.
La risposta è no. Per evitare insistenze dico che ho un “writer’s block”, come se si trattasse di una malattia permanente, ma aggiungo che va bene così, che non ha importanza se non scrivo più un altro romanzo. Naturalmente mento, perché invece soffro.
Non riesco più a scrivere storie di finzione perché non trovo più una buona ragione per inventarle. Mi dico che forse in questo tempo di smarrimento cosmico – date le guerre, le ingiustizie, la crudeltà, la fine della terra, la fine dell’acqua, la fine dell’intelligenza umana – cosa ce ne importa di personaggi inventati che si tradiscono, che commettono crimini o scoprono vecchi segreti di famiglia? Questo momento orribile non ci sta forse chiedendo di parlare in prima persona invece di continuare a nasconderci dietro le quinte come i burattinai di un teatrino?
Autofiction, memoir? Non riesco, sono una persona troppo privata e non voglio parlare di me. So bene che la mia riservatezza non è pudore ma una forma di vigliaccheria. La mia strategia di sopravvivenza (che peraltro ha funzionato egregiamente) è stata rimuovere traumi e dolori e guardare avanti. Ho vissuto cancellando il passato ad ogni passo, perché era l’unica opzione che avevo per restare in piedi.
Quindi mi convinco che sia questa la ragione per cui non riesco più a scrivere. Né fiction né memoir.
Poi succede che sento una scrittrice parlare di un periodo molto difficile durante il quale aveva smesso di scrivere. Descrive il suo blocco come una crepa nella quale era rimasta intrappolata tra il dolore che provava e l’impossibilità di tradurlo in scrittura. Diceva di averlo superato quando ha capito che quell’abisso “è esattamente lo spazio nel quale la scrittura prende vita”. Per me è una rivelazione.
Sono precipitata anch’io in quella crepa? Sì, forse quello spazio doloroso, è proprio il luogo che contiene qualcosa di vivo, che non voglio affrontare ma che mi riguarda e sta scalciando per uscire. Improvvisamente ho sentito un’urgenza: ho tirato giù i diari dalla libreria. Non li rileggevo da quasi trent’anni.
I diari sono una serie di vecchi quaderni che ho riempito meticolosamente tra il 1990 e il 2000 quando vivevo in Kenya e da allora non li ho più aperti. Quel decennio è stato il più felice, intenso, il più avventuroso e allo stesso tempo il più tragico della mia vita. Sono ancora terrorizzata di parlarne e di spiegare per quale ragione sono dovuta tornare a vivere in Italia. Perché tanta reticenza? Forse perché ogni volta mi sembra di aver scagliato una granata nel mezzo della conversazione. Lo spavento che leggo negli occhi dei miei interlocutori mi fa sentire spaventosa a mia volta. E anche se cerco di raccontare i fatti nel modo più neutro, sento che quella granata ha prodotto una voragine. Ed è difficile riprendere il discorso con naturalezza.
Mi sono trasferita in Kenya per un desiderio improvviso di cambiare radicalmente vita, insieme ad un uomo del quale ero innamorata. Uno scrittore. Insieme siamo andati a vivere a Waa, un luogo remoto che non stava nemmeno sulla mappa, in una casa spartana di fronte alla barriera corallina, con un tetto di foglie di palma, attraversata dalla brezza e dagli uccelli. I primi anni li descrivo nei diari con una gran leggerezza. Sono innamorata di tutto: il mio compagno scrive il suo libro nella veranda davanti al mare, io apro una piccola società di produzione per girare dei reportage per la televisione italiana. Andiamo spesso in safari con amici, in poche ore di macchina siamo nel bush, il nostro “giant playground”. Mettiamo su il campo, dormiamo sotto le stelle, di notte sentiamo i leoni che si chiamano da lontano, gli elefanti ci vengono a trovare nel mezzo della notte con passi felpati. Beviamo gin and tonic al tramonto. A Waa, come tutti, abbiamo due persone in cucina che si occupano di noi. Ma a un certo punto comincio a pormi delle domande, divento irrequieta.
23 Dicembre 1994, Waa
Il mio quarto Natale in questa casa. Un’ombra di malinconia. Qui è tutto così difficile. I bambini che vivono qui intorno si ammalano e i sintomi sono sempre spaventosi: vomito, dolori allo stomaco, non si capisce se sono i vermi, l’appendicite, la cistifellea. La bambina di Ali Masumbuko, di pochi mesi, è morta mentre eravamo via in Europa. Ho una sua foto di lei appena nata, con il kohl negli occhi (per tenere lontano il malocchio). Non ci sono ospedali qui o, solo quella che loro chiamano “the clinic”, ma è solo una stanzetta chiusa da una tenda. Tornano sempre con due o tre pillole in una bustina di carta, che poi sono solo aspirine o Panadol. Oggi G. ha portato il figlio di Salimu all’ospedale di Mombasa. Ha dolori terribili, non riesce neanche a camminare. È spaventoso che sia così facile morire qui. Ma ancora più allarmante è quanto noi impariamo ad accettarlo. A volte mi sembra difficile stabilire il limite: fino a che punto abbiamo la volontà di fare tutto il possibile per aiutarli?
È il 1994. Vado spesso a Nairobi per lavoro e inizio a frequentare un gruppo di giornalisti che vanno nelle zone di guerra nei paesi vicini. Ai miei nuovi amici non interessa la natura, gli animali selvatici, quel cielo immenso. Vanno e vengono dal Sudan, Somalia, Sierra Leone. Poi quando scoppia il genocidio in Rwanda (che durerà per mesi e farà più di un milione di morti) li vedo tornare a Nairobi distrutti. Hanno visto montagne di cadaveri impilati nelle chiese, donne e bambini sterminati dagli Hutu, il sangue che inonda le strade. Sono giovani, hanno poco più di trent’anni e sono già amari, spezzati.
22 Aprile 1994
A Nairobi vado a dormire da Caroline a Dik Dik Road. C’è anche Sam Kiley che scrive per il Times, con il quale avrei voglia di parlare, raccontargli le mie sensazioni, ma siamo tutti guardinghi, come gatti che arricciano il pelo. Beviamo troppo caffè, e la sera ci viene voglia di piangere. Sam sta per partire per la Sierra Leone, c’è qualcosa in lui che fa male guardare per via della sua solitudine e della sua amarezza. Dice che in questo paese non ci vuole più vivere, che non crede che gli africani “ce la faranno mai” anche perché lui dell’Africa vede solo il lato più spaventoso, quello delle guerre, della morte. Credo che abbia ragione: degli africani in fondo non ce ne frega nulla, vogliamo tutti vivere qui solo perché siamo conquistati dalla forza di questo paesaggio.
6 Maggio, Waa
La settimana scorsa in Rwanda sono state trucidate duemila persone, donne e bambini. Uccise uno a uno con delle mazze chiodate, dai loro vicini di casa. L’illusione infantile del paradiso perduto svanisce, il “giant playground” si è trasformato in un campo di guerra. Puoi scegliere di non vedere, di continuare ostinatamente a godere delle notti nel bush sotto le stelle, a contare quanti leopardi o elefanti ti hanno sbarrato la strada, oppure puoi leggere i giornali di questo paese, o, meglio ancora, andare di persona a vedere cosa succede in Somalia, in Rwanda, in Sudan. Ecco, è questo il libro che vorrei scrivere. Il nostro giant playground che si trasforma in the Heart of darkness.
Io e il mio compagno ci allontaniamo lentamente. Le nostre vite si stanno divaricando: lui resta a Waa a scrivere, in quella casa chiara, lontano dal resto del mondo e dalle sue complessità. Io sono piena di dubbi. Perché abbiamo solo amici bianchi? Cosa ci spinge a vivere da privilegiati in un paese che non è il nostro? Giro un documentario sui corrispondenti di guerra che vivono da mesi a Mogadiscio mentre fuori impazza la guerra. Vado a girare in Ghana, in Benin e in Togo poi al fronte in Darfur tra i ribelli della Sudan Liberation Army. In Sudan non c’è quasi nulla da mangiare, fa un caldo impossibile. Dormo in una capanna infestata di topi che ogni notte divorano i miei vestiti. Mi ammalo. Io e il mio compagno abbiamo preso strade diverse e ci lasciamo senza un vero dramma, lui dice di aver bisogno di stare un po’ in Europa, ma io so che non tornerà. Il terrore di essere rimasta sola si alterna ad una specie di euforia.
10 Maggio, Waa
A Waa sono arrivate le piogge. La casa brulica di insetti notturni che si moltiplicano intorno alle lampade. La notte è ancora senza luna. Sono sola. Combatto con le falene, non ho più un buon libro da leggere. Sono stanca e mi sento debole dopo la malaria. Mi dispiace ammetterlo ma questo non è un paese dove una donna dovrebbe vivere da sola. Non so cos’è che mi spinge a cercare, a cambiare, a mettermi alla prova. Non so cos’è questa pazzia per cui ho quasi quarant’anni e sono ancora in movimento come quando ne avevo venti, senza figli, senza casa, senza soldi. Non so perché faccio tutto questo, ma dietro c’è una forma di passione per l’azzardo, per vincere ancora un’altra partita. Io non so niente e forse sto sbagliando tutto, ma non mi sono mai sentita così viva, così profondamente dentro la vita così com’è.
Con una determinazione che non sapevo di avere, vendo un’assicurazione sulla vita dove avevo messo tutti i miei risparmi. Mi servono soldi, devo comprarmi del tempo, quello necessario per scrivere il romanzo sulla fine dell’illusione idilliaca e sulle contraddizioni che viviamo in questo paese che non è il nostro. Devo farcela in otto, nove mesi al massimo. Scrivo in inglese perché è così che parlano i miei personaggi. Ma non solo: mi sento protetta da una lingua che non è la mia madrelingua e non ha legami con la mia origine. Ora sono io a scrivere nella veranda a Waa, ma a un certo punto, colta da un’euforica irrequietezza, salgo in macchina con il manoscritto e vado verso Nord. È bassa stagione, chiedo agli amici che lavorano nel business dei safari se posso andare a scrivere nei loro campi, che ora sono vuoti. Saranno mesi di felicità assoluta, nel profondo del bush.
Olarro Camp, 15 luglio ’97
Mi sveglio in una tenda sopra la gola dove scorre l’Ewaso Nyro. Sono completamente sola nel campo salvo lo staff Ndorobo che vive qui. Ieri, appena arrivata, stavo per urlare per la gioia di avere questo paradiso tutto per me. Mi sento come un bambino chiuso in una pasticceria. Prima di partire mi sono fatta costruire un trabiccolo per poter lavorare senza elettricità, collegando il computer e una lampada da tavolo alla batteria della macchina e a un pannello solare. Ho guidato per ore da Nairobi attraverso la savana con la musica sparata a tutto volume, con tre Ndorobo che ho raccolto a Wamba, tra giraffe che saltellavano tra i cespugli come delle ballerine. Felicità incontrollata. Sono così fiera di essere riuscita a trovare la strada fino al campo senza perdermi. Undici anni fa, la prima volta che sono venuta in Kenya, ricordo di aver fatto lo stesso tragitto, le stesse giraffe che ostruivano la strada e pensare che non sarei mai stata capace di muovermi in questo paese da sola.
18 Luglio
Ho lavorato tutto il giorno. Il trabiccolo funziona perfettamente! La mia scrivania guarda la valle, dal letto vedo la cresta delle montagne, e di notte le stelle. I ragazzi Ndorobo che fanno la guardia al campo sono Kirindin (detto anche Firstborn) Lalya, magro e un po’ strabico, Kericho, Lelesi, Tue. Di notte si siedono attorno al fuoco e cantano con le loro voci basse e ritmate. Ridono molto. Non tutti parlano swahili, ma ci capiamo. È una sensazione bellissima averli intorno, sono così delicati e allo stesso tempo accoglienti. Sono andata a camminare con Kirindin e un ragazzino Turkana, eravamo seduti su un masso che si affaccia sulla pianura e lui mi raccontava di quando era un giovane murran e rubava il bestiame alle altre tribù. Buffo, sia ai Masai che ai Samburu e agli Ndorobo piace raccontare storie spericolate di furti di bestiame, è un’ossessione. D’altra parte per loro le mucche sono l’equivalente del denaro. La sera faccio una doccia bollente nello stone hut dove c’è una stufa a legna che scalda l’acqua. È bello il riflesso del fuoco sulla mia pelle, respiro l’odore della pietra calda mescolato al profumo del sapone, mi asciugo nuda a braccia spalancate davanti al fuoco. Fuori fa freddo, è già notte, la prima stella luccica dietro il profilo delle montagne. Faccio pipì e dalla tazza volano via una serie di pipistrelli. Non potrei essere più felice.
17 Agosto, Kitich camp
Mi sono spostata a Kitich Camp, lungo il fiume. Anche qui niente clienti, di nuovo da sola, io e lo staff Samburu. Prima del tramonto sono andata a fare una camminata con Rakson e un altro tipo di cui non ricordo il nome. Eravamo seduti su una collina, e il tipo indicava la foresta sotto di noi, diceva che lì tempo prima lo aveva caricato un elefante, e un uomo era stato ucciso da un leopardo. Lui e Rakson si scambiavano racconti di caccia come fossero le cronache di una partita di calcio. Poi, mentre stavamo tornando al campo, poco distante da noi, sentiamo un rumore sospetto. Rakson mi fa segno di indietreggiare. Suspense: trattengo il fiato, indietreggiamo in silenzio, quando il tipo che sta più avanti di noi ci fa cenno che dobbiamo correre. Dai cespugli sbuca un elefante, è enorme e incazzato. Ce la diamo a gambe, ridendo a crepapelle, io appesa al braccio di Rakson che corre come un dannato. Arriviamo al campo senza fiato, abbiamo le lacrime agli occhi. Avvinghiata al suo braccio non ho avuto nessuna paura.
Letteralmente il giorno dopo aver scritto l’ultima pagina sono salita su un aereo per Londra e ho spedito il manoscritto ad un agente letterario, che nel giro di una settimana ha scatenato un’asta tra varie case editrici. In pochi giorni l’editore americano Knopf ha acquistato il libro, e in poche settimane è stato venduto in 17 paesi. Ero incredula, sotto choc.
Ero a Miami, in un albergo dove alloggiavano fotografi e fotomodelle, nel mezzo del mio primo “book tour”, ancora stupefatta da quel successo inaspettato. Nel frattempo alcuni amici erano andati a stare a Waa con i bambini; la mia casa era sempre aperta anche quando io non c’ero. Emma, la mia più cara amica, era lì con il suo compagno Giles. Ero felice di saperli là mentre io mi godevo il mio momento di gloria.
E poi, è crollato tutto.
26 Ottobre
Si dice che su un aereo ci sarà sempre una persona che ha gli occhi rossi perché ha appena perso qualcuno. L’incubo di viaggiare da soli circondati da sconosciuti con un’immagine fissa: il volto della persona che non c’è più. Quella persona con gli occhi rossi adesso sei tu. Ieri notte Giles è stato ucciso a sangue freddo da una gang di banditi che hanno fatto irruzione a Waa. Emma ha tentato di portarlo all’ospedale fino a Mombasa, ma è morto in macchina, non ce l’ha fatta.
«Se n’è andato in un soffio» mi ha detto lei in un sussurro. Il telefono della mia stanza era squillato alle sei di mattina. Era Julian. Appena ho sentito la sua voce ho capito che doveva essere successo qualcosa di grave.
Dead. Giles. Shot. Waa. Emma. The kids are fine. Killed. Cold blood.
Le parole mi vorticano intorno come una giostra impazzita. Tremo, mi esce il sangue dal naso mentre avanzo barcollando tra modelle che sussurrano nei loro cellulari, adoni in bermuda allungati sui divani. Lascio il mio passaporto al concierge e gli chiedo di cercare il primo volo per Nairobi. Sorride.
«Che bello, va per un fashion shoot? Beata lei. Il Kenya è sempre stato il mio sogno».
Quando atterro a Nairobi, per la prima volta da quando vivo qui, ogni faccia nera che vedo mi pare quella di un assassino.
29 Ottobre, Borana, Laikipia
Lunedì abbiamo organizzato il funerale di Giles a Borana, appena a nord dell’equatore. Lo abbiamo cremato su una pira coperta di erica e piume di struzzo in cima a una collina dalla quale si guarda a una distesa infinita. Dieci tra i suoi amici più cari hanno dato fuoco alla pira con delle torce e abbiamo passato tutta la notte accampati intorno al fuoco, aspettando che Giles diventasse cenere. Ci vogliono più di otto ore per consumare un corpo. Abbiamo pianto, riso, mangiato, bevuto, ballato, ci siamo tenuti stretti, bevuto ancora. Giles era stato il nostro Achille, era invincibile. Non aveva mai avuto paura di nulla, non sembrava mai stanco, non aveva mai freddo, né sonno. Rideva sempre. Non so che dire, tranne che questa è la cosa più difficile che ho mai dovuto affrontare in vita mia.
31 Ottobre, Waa
Tornare qui è stata durissima. La casa è morta, non c’è più un soffio di vita. Un involucro vuoto. Sono a pezzi. Simon Dugdale è venuto con me fino a Waa per non lasciarmi da sola, almeno per qualche giorno. Ci siamo seduti vicino al posto dove è stato ucciso Giles, proprio dietro la cucina, dove stendiamo il bucato. C’è ancora una macchia di sangue sul pavimento. Simon ha dormito con me per non lasciarmi sola, ma non ho chiuso occhio. Sono rimasta immobile accanto a lui come un animale impaurito. Per la prima volta mi rendo conto che non sono in grado di affrontare tutto questo da sola. Oltre al dolore, mi sento responsabile, è stata colpa mia: non ho mai pensato ad avere un sistema di sicurezza decente. L’unica precauzione mai presa era Salimu, il guardiano notturno con arco e frecce. Quanta arroganza nel credere che Waa sia quel luogo incantato, al riparo da tutto. Gli amici che mi chiamano dall’Italia mi pregano di tornare in Italia. Qualcuno è perfino irritato. «Ora basta», mi dice uno, spazientito. «Falla finita con questa storia e torna». Come se la mia vita qui fosse un capriccio. O una recita.
Quando ho scelto la frase di Rian Malan per l’esergo del libro, non avevo ancora idea di quanto sarebbe stata profetica:
«Mi sono detto che se vuoi davvero vivere in Africa, devi essere capace di guardarti dentro e dirti: devi avere il coraggio di amarla, la devi accettare così com’è – guardala bene, perché non è una strada facile. Credo che capirai cosa intendo se ti dico che l’amore non vale nulla finché non è messo alla prova dalla propria sconfitta. Ho capito che mi veniva chiesto di amare senza temere le conseguenze e ho capito che l’amore, anche se finisce nella sconfitta, ti rende onore comunque. Ma se non sei in grado di amare allora non avrai neanche l’onore. (Rian Malan, «My Traitor’s heart»)
Sono rimasta in Kenya testardamente per altri due anni, e lentamente la casa è resuscitata e la vita si è normalizzata. Poi un’altra gang ha fatto irruzione nel mezzo della notte. Io non c’ero, ma un mio amico è stato aggredito e derubato. E così ho capito che era arrivata l’ora. Non avevo alternative.
Qualche anno dopo ho scritto un romanzo ambientato a Waa, dove un uomo viene ucciso per una rapina andata male. L’ho scritto perché avevo bisogno di elaborare quel lutto, come direbbe un terapeuta. Era una storia di finzione, ma il sentimento che c’era dentro era troppo vicino a quello che avevo provato, così all’ultimo minuto, prima di firmare il contratto con la casa editrice, ho cambiato idea. Ho detto al mio editore che non volevo pubblicarlo più, era una storia troppo privata, che avrebbe toccato persone a me molto vicine – Emma per esempio – e che non me la sentivo di utilizzare fatti avvenuti per dare spessore a un romanzo. Il mio editore, irritato, mi disse «Se tutti facessero come te non esisterebbe la letteratura».
Sono passati altri anni. Ho ripensato a quel romanzo lasciato nel cassetto, e un giorno l’ho tirato fuori e l’ho riletto. Erano i primi anni Venti, nel pieno del woke americano. La mia agente a New York, dopo averlo letto mi ha detto che era la cosa migliore che avevo scritto. Poi ha aggiunto che non avrebbe saputo a chi proporlo. «Nessuno oggi avrebbe il coraggio di pubblicare un libro che si svolge in Africa scritto da una bianca. Nobody will touch it».
Nessuno lo avrebbe toccato. Avevo scritto un materiale radioattivo? L’ironia è che qualsiasi scrittrice nera americana mai stata in Africa avrebbe avuto più diritto di me di scrivere quella storia.
L’ho raccontata oggi, con un certo sforzo, parlandone in prima persona, perché se non mi può appartenere nella finzione, questa storia è comunque la mia. Io sono il prodotto di questa vicenda, che piaccia o no agli americani. Sta nelle mie cellule. Quindi il ciclo si chiude qui, in questa pagina.
E forse, dal fondo di quella crepa dov’ero caduta, ricomincerò a scrivere.
Miu Miu Literary Club, 22-24 aprile a Milano
La scrittrice e sceneggiatrice Francesca Marciano parteciperà al Miu Miu Literary Club, Politics of Desire, sotto la direzione di Miuccia Prada, che si terrà il 22, il 23 e il 24 aprile 2026 presso il Circolo Filologico di Milano. Il progetto, lanciato nel 2024, è incentrato su autrici femminili, e dimostra il potere della scrittura come mezzo creativo che, da secoli, consente alle donne di esprimere desideri e ideali, affermare la propria indipendenza e ispirare le generazioni future. I romanzi scelti sono Memoria di ragazza di Annie Ernaux e Cambiare di Ama Ata Aidoo. Marciano partecipa alla seconda giornata, dedicata al libro di Aidoo. L’evento prevede conversazioni, lecture e performance dal vivo. Tutti i dettagli saranno disponibili dal
13 aprile su miumiu.com.