Se dovessi riassumere il Novecento, direi: non sapevamo le cose. È un lusso perduto, quello di non sapere le cose, di non capire le cose. Da piccoli eravamo circondati da roba che non capivamo, perché non era fatta per parlare a noi (quasi nulla era fatto per parlare a noi: un’altra fortuna che è andata perduta). La prima volta che ho sentito Coming around again, sono abbastanza sicura che sia stata nello spot del Carte d’or Algida, che andava in onda quando stavo finendo il liceo. Mi piacque subito moltissimo (è ancora la mia canzone di Carly Simon preferita), ma ci avrei messo almeno altri vent’anni a capirla, perché Coming around again è una canzone sulla vita adulta: «Paghi la spesa, aggiusti il tostapane, ti congedi cerimoniosamente da una cena. E poi spacchi il vetro d’una finestra, bruci il soufflé, strilli una ninna nanna».
Non so quando ho visto per la prima volta Affari di cuore, ma so che non sapevo chi fosse Nora Ephron, perché in Italia in quegli anni non lo sapeva nessuno, neanche le revisioniste autobiografiche che ora giurano d’esserne state ammiratrici della prima ora. Adesso sembra impossibile, ma c’è stato un tempo in cui le cose le sapevi solo se inciampavi in un giornale o un libro che ne parlassero, mica avevi la biblioteca di Borges nel telefono, e in quel tempo quello famoso era l’ex marito di Nora, mica lei.
C’è stato un tempo in cui Affari di cuore, vedendo in ritardo il quale io dissi «ma hanno rubato la canzone allo spot dei gelati», era un film con Jack Nicholson, e io lo guardavo solo per quello: perché in seconda liceo avevo visto Le streghe di Eastwick, e avevo deciso che quello era esattamente il tipo di stronzo che volevo essere da grande; e perché in terza liceo mi ero innamorata d’un tizio con velleità culturali che mi aveva fatto vedere Conoscenza carnale, e avevo avuto conferma che sì, io da grande volevo proprio essere Jack. Ma continuavo a non sapere chi fosse l’autrice di quella storia autobiografica: una che nella seconda metà degli anni Ottanta, in Italia, era il nome noto solo agli addetti ai lavori che era stata quindici anni prima in America. Il 14 aprile saranno cinquant’anni dalle seconde nozze di Nora Ephron, che all’epoca non era neppure nel titolo del trafiletto mondano del New York Times sulle sue nozze. “Bernstein, coautore dei libri su Nixon, si sposa”. Bernstein era Carl, quell’omino che in quel momento al cinema era Dustin Hoffman: uno dei «libri su Nixon» era Tutti gli uomini del presidente, uscito la settimana prima al cinema, per prolungare la gloria di Carl e Bob, che per i cinquanta successivi anni avrebbero vissuto della rendita d’essere stati quelli del Watergate.
La sceneggiatura di Tutti gli uomini del presidente ebbe molti passaggi, uno dei tentativi bocciati era firmato da Bernstein e Ephron, che se la loro versione fosse stata utilizzata sarebbero diventati un doppione dei genitori di lei: Phoebe e Henry Ephron erano due sceneggiatori, scrissero tra le altre cose il delizioso La segretaria quasi privata (eccoci di nuovo qui con la coppia nella vita e nel lavoro: Katharine Hepburn e Spencer Tracy). La vita di Nora Ephron è una vita del Novecento, perlopiù inconoscibile: come tutte quelle che hanno scritto molto di sé, ha svuotato la possibilità per terzi di ritrarla e di svelare cose che non fossero esattamente quelle che intendeva far sapere. Non sappiamo, quindi, se Carl avesse sofferto questo tentativo di replica della carriera dei suoceri. Suoceri dei quali la leggenda famigliare diceva che, alla fine del primo appuntamento, Henry avesse chiesto a Phoebe di sposarlo, e Phoebe avesse risposto «prima fammi leggere quel che scrivi».
Sappiamo però che quando Tutti gli uomini del presidente esce (ufficialmente sceneggiato da William Goldman), e quando i due si sposano, sebbene fosse per diritto di nascita destinata al cinema, Nora Ephron doveva ancora fare tutto: era una giornalista di Esquire, era appena uscita la seconda raccolta dei suoi pezzi pieni di «io». Ma era cinquant’anni fa: se scrivevi di te eri una scemetta, mica un premio Strega. Poiché la finzione è sempre più interessante della realtà, prendo da Affari di cuore la descrizione di come Nora e Carl si erano messi insieme: «Andammo a letto e ci restammo tre settimane. Di tanto in tanto ci alzavamo, Mark per scrivere un articolo e io per andare a chiamare la mia segreteria telefonica a New York e controllare se c’era qualche ragione che m’impedisse di restare a Washington un altro po’. Non ce n’erano».
Affari di cuore è il libro che darà una nuova vita al concetto di crisi del settimo anno. Uscirà nel 1983, che è anche l’anno in cui esce il primo film sceneggiato da Nora, Silkwood. A quel punto siamo già nel dopo tutto. Dopo che Carl aveva tradito Nora mentre lei aspettava il secondo figlio (e il primo aveva un anno). Dopo che lei aveva perciò deciso di divorziare. Dopo quella foto micidiale a una cena, lui con in braccio una signorina, lei che guarda da un’altra parte col genere di nervosa continenza che o diviene strage o letteratura. Il libro viene disapprovato dal New York Times, la cui stroncatura comincia con «La signorina Ephron ha dato prova d’essere brava a farsi pubblicità», nonostante Nora abbia cambiato i nomi: lei era Rachel, lui Mark. Tuttavia Bernstein era comunque indignato, accusava la cornuta d’aver fatto delle corna uno spettacolo d’arte varia. Quando il libro ha compiuto venticinque anni, Nora Ephron ha scritto per la nuova edizione una postfazione che trovate anche nell’edizione che ha pubblicato l’anno scorso Feltrinelli. Diceva: cosa si aspettava? Cosa pensi, quando sposi una che scrive di sé: che quando poi le fai le corna lei all’improvviso faccia il voto del silenzio?
Nora Ephron era del 1941. Se non fosse morta settantunenne, a maggio compirebbe ottantacinque anni. Ogni tanto si dice, delle donne di quella generazione, cos’hanno fatto per i diritti delle donne, loro che erano nate (ed erano diventate grandi) quando una donna americana neanche poteva aprirsi un conto corrente senza la controfirma del padre o del marito. Sento di poter dire che Nora Ephron ha inventato un mestiere. Nota a margine: dicesi “mestiere” perché è fatto per danaro. Ve lo faccio dire da Alice Arlen, alla quale Ephron si rivolse quando le chiesero di scrivere Silkwood, perché non sapeva nulla di quel caso di cronaca che Arlen invece aveva seguito. «Grazie a Dio, Nora mi ha insegnato a non scrivere una riga se non sono pagata per farlo. Mai».
È un mestiere che però non esiste più, perché i social l’hanno slabbrato e ora «io» lo scrivono proprio tutte, persino quelle che non sanno scrivere, persino quelle che quando scrivono «io» hanno la mala creanza di intendere davvero «io». Ma, se per un decennio prima dei social io ho potuto guadagnarmi da vivere scrivendo «io», è perché Nora Ephron aveva, in Affari di cuore, scritto il manifesto del diritto d’una donna all’io narrante. Faceva così: «Aggiunsi la storiella al mio repertorio. “Perché devi sempre trasformare tutto in una storia?” mi domandò Vera. E io le spiegai il perché. Perché in questo modo sono io che do la mia versione. Perché posso far ridere la gente e preferisco di gran lunga che si rida di me piuttosto che mi si compianga. Perché così fa meno male. Perché riesco a superare il trauma più in fretta». (Naturalmente non è vero: trasformi tutto in una storia per la stessa ragione che diede Bill Clinton a chi gli chiedeva perché si fosse intrattenuto con Monica Lewinsky. Perché puoi. Perché la natura ti ha dato il talento di fare di tutto materiale narrativo. Il talento, e il conseguente delirio d’onnipotenza: quella parte della tua vita che incrocia la mia mi appartiene, perché io so raccontarla e tu no). Il problema di democratizzare un diritto è che lo concedi a una pletora di gente inadeguata, vale per il diritto al turismo a basso costo così come per quello alla laurea, figuriamoci il diritto a consolarsi dei propri guai scrivendoci un libro.
Il problema di chi è venuto dopo è che quasi mai è in possesso di quella invidiabile combinazione ephroniana di senso del comico (non c’è una pagina di Affari di cuore che non faccia ridere: forse il mio passaggio preferito è quello in cui il padre consola la figlia cornuta dicendole cose molto commoventi che «provenivano pari pari dal copione di un oscuro film con Betty Grable in cui aveva impersonato un pediatra») e mancanza di bisogno di uscirne bene: Nora Ephron non smania per fare bella figura, perché sa che nessun testo d’un qualche valore è mai stato prodotto da un autore che tenesse a uscire da quel testo come vincitore morale. La questione è che è molto difficile essere Nora Ephron, mica basta la poetica delle piccole cose. E tuttavia la poetica delle piccole cose è quell’inganno che nel Novecento ti rendeva popolare – quella lì parla di cose che capisco – e ora ti rende apparentemente intercambiabile col tuo pubblico: quella lì scrive della ricrescita della tinta, saprei scriverne anch’io. L’autobiografa media, al cospetto di Ephron, è Diana, la compagna di terapia di gruppo che, quando Rachel racconta che Mark s’è innamorato d’un’altra, frigna: «Perché a Rachel capita sempre qualcosa e a me mai?».
C’è una frase che anche chi non ha confidenza con la produzione artistica di Ephron conosce, è una frase di sua madre Phoebe e diventò, undici anni fa, il titolo del documentario che Jacob Bernstein diresse sulla madre Nora. La frase è «everything is copy», è tutto materiale, e Nora Ephron fuori da Affari di cuore la spiegava in modo più dritto rispetto al farne una storia per soffrirci meno, rendendo chiaro quanto non somigliasse al pubblico che se ne sente erede. «È tutto materiale» Phoebe lo diceva alle figlie quando tornavano a casa con qualche tragedia giovanile tipo «mi si è disfatto l’orlo del vestito nel mezzo della festa», ma anche, mentre stava morendo, alle figlie al suo capezzale: prendete appunti, è tutto materiale. Nella traduzione Feltrinelli diventa «tutto è trascrizione»: traduzione probabilmente influenzata dalla recente convinzione che quell’«io» che sta sulla pagina sia proprio una trascrizione di quel che è successo davvero. Che tempi poco poetici, abitiamo.
Diceva Nora che, se ti guardano scivolare su una buccia di banana, ridono di te, ma se racconti che sei scivolata, ti appropri della risata, e passi da vittima a eroina di quella storia. Non poteva prevedere che poi sarebbe diventato un mondo di autrici che raccontano la scivolata aspirando al ruolo di vittima. Jacob Bernstein raccontava d’aver girato il documentario alla ricerca della vulnerabilità della madre, che gli sembrava inesistente quand’era viva, e di non averla trovata neanche da morta. «Forse era diversa da noi». Non sai quanto, ragazzo.
In un libro scritto dopo la sua morte – She made me laugh My friend Nora Ephron – Richard Cohen racconta del legame speciale tra Nora e Mike Nichols: l’uomo che la fece esordire come sceneggiatrice, l’uomo che diresse l’adattamento del suo romanzo di corna, ma anche l’uomo che aveva diretto Jack Nicholson in Conoscenza carnale. Avevano, scrive Cohen, una casta tresca. E avevano un loro linguaggio incomprensibile agli altri, fatto di ammiccamenti complici e arricciamenti di naso e comuni riferimenti culturali. E sapevano chi aveva un matrimonio di copertura e chi un problema di droga. E conoscevano l’ambiente, quello del cinema e quello del teatro e, poiché erano lettori voraci, anche quello dei libri e dei giornali. Una cosa evidentissima e incomprensibile alle migliaia di aspiranti Ephron dell’oggi era che no, non somigliavano, né lei né Nichols, a noi, però si somigliavano tra di loro: colti e sofisticati e assai pettegoli.
Ad aprile saranno cinquant’anni dal matrimonio Ephron/Bernstein, ma quest’estate saranno quarant’anni da Affari di cuore il film. Il che significa che dieci anni sono il tempo che è servito perché quei due figliassero, si disamorassero, diventassero materiale narrativo per la seconda o terza vita professionale di Nora, quella di romanziera, andassero per tribunali perché Carl non voleva che il libro diventasse un film, e sono bastati perché lui ottenesse il diritto di leggere le versioni della sceneggiatura e rassicurazioni circa il fatto che sarebbe stato pittato come un buon padre (ma io sono certissima che non l’essere spacciato per un padre degenere, temesse, ma quelle tre righe in cui Ephron scriveva «a volte affermava di aver letto un libro mentre si era limitato a scorrerne le prime cinquanta pagine»).
A giugno dell’85, quando il divorzio di Nora e Carl venne formalizzato, il Washington Post (il giornale sul quale Bernstein era diventato quello-del-Watergate) titolò Divorzio con clausola Affari di cuore. «Il noto matrimonio di Carl Bernstein e Nora Ephron è finito con un divorzio giovedì scorso davanti alla corte superiore del distretto di Columbia, ma il dramma continua. Al centro dell’accordo di separazione tra l’ex giornalista investigativo del Washington Post e l’autrice Ephron c’è il modo in cui Bernstein e i figli della coppia saranno rappresentati nel film di Mike Nichols basato sul romanzo bestseller di Ephron, Affari di cuore. Meryl Streep e Mandy Patinkin interpreteranno i ruoli principali. Il libro è generalmente considerato un resoconto vagamente dissimulato della fine del loro matrimonio».
Un’altra cosa che era diversa, nel mondo in cui non sapevamo le cose, è che non eravamo ossessionati dal saperle. A me piaceva da pazzi Jack Nicholson, avevo letto da qualche parte che in quel film doveva invece esserci Mandy Patinkin (per chi sa due cose di storia del cinema: quello di Yentl; per tutti gli altri: quello di Homeland), ma la me del secolo scorso non si era interessata del perché, era solo felice di avere Jack sullo schermo. La me adulta, appreso che Bernstein aveva ottenuto tramite avvocati il diritto di dire la sua, si è baloccata per anni con una fantasia cui era affezionatissima: quel rospo di Bernstein ha acconsentito al film ottenendo in cambio il miracolo di avere l’aspetto di Jack Nicholson, quando gli ricapita al bruttino di Tutti gli uomini del presidente d’essere invece il più figo del mondo. La me di questo secolo è purtroppo piena di biografie di Mike Nichols, e sa che non andò così.
Che a Mike Nichols non piaceva come funzionava Patinkin sullo schermo, troppo preoccupato che il suo personaggio non risultasse odioso, e lo licenziò dopo cinque giorni. Che la sua prima scelta per sostituirlo, Kevin Kline, rifiutò. Che a quel punto Nicholson gli disse «Nick, se hai bisogno arrivo» (Jack e Mike si chiamavano l’un l’altro “Nick”). Che poi l’agente di Nicholson chiese cinque milioni di dollari, mentre Patinkin il film lo faceva per due lupini e un’oliva. Che Nora e Meryl erano parecchio incazzate, che Meryl dovette dire a Mike «questa è la storia di una donna che viene investita da un autobus, non dell’autobus», e che Nora quando seppe che per fare il suo ex avevano preso Nicholson borbottò «adesso piacerà a tutti, quello stronzo». La me adolescente avrebbe pensato che aveva ragione, Nora, perché la me adolescente pensava che l’amore fosse meritocratico. Sei una donna dall’aspetto ordinario, se sei riuscita ad accaparrarti Jack Nicholson te lo tieni con tutte le corna, non è credibile che lo molli. La me che sa le cose sa che questa è un’analisi sbagliata, perché non funziona così, il mondo ha gerarchie inesatte, i rapporti umani sono complicati e c’è un pieno di cessi che cornificano strafighe o di bruttine che piantano belli. Però nulla di ciò che so da grande può ridimensionare l’imprinting di Jack da piccola. Quel dialogo di Conoscenza carnale in cui Mike Nichols faceva dire a Art Garfunkel «La bellezza non è tutto», e faceva rispondere a Jack: credi a me, la bellezza è tutto. Quelle verità di cui avevamo il privilegio d’intuire l’assolutezza, quando non sapevamo le cose.