Cerca

Portami una foto di mia mamma

Sulla parete della cella di K. c’è scritto «faccio sogni brutti». Il carcere minorile è un luogo di passaggio popolato da anime spente, dove i ragazzi stazionano ammassati e così insieme alla fragilità, e all’autolesionismo, sale la rabbia. «Tutto quello che siamo riusciti a fare è stato chiuderli qui dentro». Inchiesta negli spazi piccoli della discarica sociale, che è l’ultima speranza

Sai cosa penso? Chiese a Emilia. Che questo posto non dovrebbe esistere, al netto della scuola, delle amicizie e dei momenti belli che pure ci sono stati, un carcere per minorenni è un controsenso

Silvia Avallone, “Cuore nero” (Rizzoli)

Mamma dai non piangere le tue lacrime sono quello che odio fra ‘ste pagine, la vita che ho vissuto non è stata facile 365 giorni chiuso mi hanno reso instabile. Ho fatto troppi torti chiedo scusa a molti ma a casa mancavano i money e nel mio mazzo mancano i jolly

F.B., canzone

 

 «Tieni, questa canzone l’ho appena scritta» mi dice guardandomi dritto negli occhi F.B., metà italiano metà indiano, diventato maggiorenne nel carcere di Treviso, che sarà la sua casa ancora per un bel po’.

È in cortile per “l’aria” insieme agli altri e fuma, fumano tutti, «passiamo il tempo fumando». In effetti il tempo chiusi qui non passa se la palestra è rotta «ci cade l’acqua dentro», il cortile è piccolo e «non abbiamo neanche un campetto per giocare a calcio».

«Sono arrabbiato, sì, lo sono sempre stato. Quando non hai un padre, non hai soldi, non hai niente: ero arrabbiato prima e lo sono anche adesso».

Parla e intanto mi mostra la sua cella (andrebbero chiamate “camere di pernottamento” come prevede il nuovo lessico carcerario ma il bon ton stona qui dentro).

«Sarebbe per tre ma siamo in quattro e fino a ieri eravamo cinque». I posti in più sono materassi per terra. C’è un’unica sezione, sette celle, il quadro elettrico non è a norma, manca l’uscita d’emergenza e fa un caldo insopportabile che qualche ventilatore non allevia.

K. ha una cella singola molto stretta, «faccio sogni brutti» c’è scritto sul muro. È nervoso, sorride poco, anche da lui c’è un materasso per terra. «Ti mostro il bagno, è la chicca». Apre la porta di metallo e in quel metro quadro scarso c’è una turca sempre di metallo non troppo pulita. «Se abbassi la grata diventa la doccia, ci laviamo dove caghiamo».

L’istituto penale per minori di Treviso era la sezione femminile del carcere per adulti. È piccolo, 12 posti. Al momento i detenuti sono 21. Si chiama sovraffollamento: l’emergenza cronica delle carceri sta diventando un problema anche nei minorili. A fine 2023 erano 496 reclusi, nei primi otto mesi del 2024 sono già 550 e il numero cresce. Commettono più reati? No, i dati sono in linea con quelli degli ultimi anni. Ma dal decreto Caivano in poi (la misura in vigore da settembre 2023 che sull’onda dell’emotività per i fatti tragici di Caivano ha inasprito il sistema penale minorile) si finisce dentro per molto meno: oltraggio a pubblico ufficiale per esempio o furti semplici. Quasi nessuno ha una condanna definitiva, la maggioranza è in custodia cautelare, in un limbo insomma.

S. è marocchino, ha diciassette anni e da quando ne ha dodici è seguito da un neuropsichiatra. Ama scrivere lettere. Muore dalla voglia di dirmi i suoi reati e quelli dei suoi compagni e si capisce che loro si sentono quello che hanno commesso, c’è poco spazio per il resto. «Cosa voglio fare? Non lo so, quando esco sicuramente vorrei lavorare per fare soldi».

C., italiano, sta studiando per finire il liceo scientifico che frequentava anche fuori, K. è alla vigilia della sua prima uscita come volontario alla Caritas e ha paura.

Due volontari escono dalla sezione con in mano scatoloni pieni di libri.

«Oggi non riusciamo a fare nulla, sono agitati». Valentina è una delle cinque nuove educatrici, è qui da aprile ed è incinta. I detenuti le cercano di continuo.

È strano vederla muoversi in mezzo a questi ragazzoni irrequieti, è la sua prima esperienza in un carcere e ci è arrivata nel periodo peggiore forse. Racconta l’agitazione dei ragazzi, l’ultimo arrivato voleva fare il bullo ed è stato messo al suo posto dagli altri. Si sopravvive così.

Si può essere amici qui dentro? «Sì, se mi rispetti» rispondono quasi in coro aggiungendo che «dentro c’è gente migliore rispetto a fuori».

Chi c’è fuori che non va bene? Si guardano in silenzio, poi S. dice: «Gente che ti tradisce, a cui non interessa chi sei e cosa sei. E comunque senza soldi non si campa e noi dobbiamo campare».

Ma qual è’ il momento più difficile? «La notte».

È una notte di inizio agosto torrida. All’ora di cena ancora si discute dell’incontro alle Olimpiadi durato 46 secondi tra l’italiana Angela Carini e l’algerina Imane Khelif.

A Torino, nel cortile del carcere Ferrante Aporti, esplode una rivolta.

I sette agenti di turno stanno mangiando quando sentono le urla provenire dal corridoio. «Bastardi, figli di puttana» gridano i detenuti in un mix di arabo e italiano, «abbiamo occupato la stanza del comandante, ora ci prendiamo il Ferrante Aporti» e se lo pigliano davvero. Per distruggerlo, forse per evadere in massa, dirà qualcuno. Ma evadere è difficile, meglio spaccare tutto.

In questa struttura che i vecchi torinesi chiamano ancora “la Generala” ci sono cinquantatré reclusi. Quel numero lo scrivono loro stessi nella storia di Tik Tok che registrano in piena rivolta: «Se una cosa la filmi, esiste davvero» è il mantra di questa democrazia del like che vige anche dietro le sbarre.

In pochi minuti in rete viaggia un filmato in cui un gruppo di ragazzini urlanti mostra le chiavi della loro “casa” e ride senza capire che quello che stanno per combinare non farà bene a nessuno. Soprattutto a loro.

R.P. ha sedici anni. È dentro da un anno per tentato omicidio per aver tirato, insieme ad altri tre ragazzi, dalla balaustra dei Murazzi a Torino una bici elettrica. Che ha colpito Mauro Glorioso, studente universitario palermitano di 24 anni che da quel giorno è tetraplegico. La città era sconvolta.

«Non ho mai visto il pentimento sincero di quei ragazzi, non ho sentito le loro scuse» ha detto il padre di Glorioso dopo le condanne.

«Per il giudice non c’è stato un processo di revisione critica ma questo ragazzo ha molti problemi, lo hanno stabilito le perizie psichiatriche» dice il suo avvocato Domenico Peila senza volerlo giustificare ma quello che vuole dire appare piuttosto credibile.

«Il rischio è che dentro diventi un delinquente a tutti gli effetti, sta già accadendo». Questo ragazzo è il più grande di tre fratelli. Il padre è entrato in carcere quando lui faceva la prima elementare, ne è uscito l’anno scorso e dentro ci è finito lui. «Forse sarebbe stato meglio mandarlo a pulire le padelle dei ragazzi tetraplegici, in carcere è una testa calda. La convivenza con gli stranieri è difficile, sono solo due gli italiani al Ferrante Aporti. L’anno scorso in cella erano in quattro con una sola presa di corrente. O accendevano il ventilatore o la televisione – spiega sempre il legale – tenga presente che i minori se non hanno attività ricreative o la scuola stanno sempre e soltanto in cella, tutto il giorno».

Per aver partecipato alla rivolta che ha distrutto il carcere di Torino, R. P. è stato trasferito a Catanzaro. La madre è disperata. La punizione è sempre quella: fai casino, ti spostiamo in una struttura lontana da casa.

E sale la rabbia.

Una rabbia che corre da un minorile all’altro, dal Beccaria a Nisida, da Casal del Marmo fino a Treviso. Ce ne sono 17 in Italia di Ipm, istituti penali per minorenni. Era dalla fine degli anni Novanta che i riformatori non erano così pieni.

«Mai vista una cosa del genere» racconta Monica Gallo, la garante per i diritti dei detenuti di Torino. «Al Ferrante Aporti hanno dormito per giorni sui materassi per terra» racconta. La struttura può ospitare 43 persone, ce ne sono state fino a 60 negli ultimi mesi, è normale che siano arrabbiati. «Tu mi fai stare così, io ti distruggo il contenitore in cui mi hai rinchiuso».

«Cosa ti colpisce di più quando entri in un istituto penale per minorenni?». Susanna Marietti della Associazione Antigone non ci pensa un secondo: «La loro fragilità. La maggior parte sono minori stranieri non accompagnati. Immagino i viaggi che hanno fatto per arrivare fino a qui, il loro vissuto e la loro fatica. Pensare che tutto quello che siamo riusciti a fare noi è stato chiuderli qui dentro».

Perché? «Fuori manca la rete sociale, e manca l’accoglienza. Le comunità, educative e terapeutiche, sono pochissime».

Dentro i minorili non ci sono grandi criminali, gli stranieri di seconda generazione non si sentono né italiani né del paese dei loro genitori. «Se entrano in carcere e non c’è nessuno che traduce quello che dicono (i mediatori culturali mancano), se li lasci come corpi ammassati in celle piccole, come scarti, loro penseranno: che rispetto devo avere per uno Stato che mi tratta così?».

Il carcere dovrebbe essere l’ultima speranza di salvezza per la vita fuori, una vita nella maggior parte dei casi già difficile: il rischio ogni volta è che la salvezza diventi invece rabbia. La rabbia violenza, la violenza pena da scontare. La maggior parte dei ragazzi entra perché ha commesso un reato e una volta dentro ne accumula altri finendo per allungare i tempi della detenzione.

Dentro sono in aumento i casi di autolesionismo: si tatuano (la data di nascita della madre, il nome della fidanzata, una croce) con l’ago ricavato dalla molla degli accendini intinta di inchiostro, più spesso si tagliano. E poi c’è il problema della droga e degli psicofarmaci: come Lyrica, un’arma per sentirsi invincibili, o Ryvotril che calma gli effetti devastanti della cocaina cucinata dai poveri, il crack. Li usano fuori e quando arrivano dentro sono sfatti e stravolti: i medici provano a calmarli spesso usando benzodiazepine. Ma la fase iniziale è dura, i ragazzi sono aggressivi, minacciano, si fanno del male. Hanno bisogno di aiuto. Servono almeno 50 giorni per riprendersi un po’, una volta fuori, il rischio, concreto senza supporto né protezione, è ricaderci.

«Questi ragazzi hanno perso la speranza» Girolamo Monaco, 61 anni, siciliano, dopo aver guidato l’Ipm di Caltanissetta un anno e mezzo fa è arrivato a Treviso. «Le condizioni in cui li teniamo sono pessime, e in queste condizioni i ragazzi non hanno il senso della loro carcerazione, vivono un tempo che è vuoto».

Per Monaco il carcere è diventato un luogo di parcheggio, un garage esistenziale. E sembra di vederlo questo garage, senza luce, il livello più basso della società popolato da anime spente, che passano in cella la maggior parte del tempo, che contengono la rabbia ma poi la rabbia se la tieni troppo chiusa senza farci niente esplode. A Treviso è esplosa nel 2022, i detenuti hanno dato fuoco a una sezione bruciando i materassi, in carcere quando si è arrabbiati si bruciano i materassi, la struttura è rimasta chiusa un anno e mezzo per la ristrutturazione.

Meglio struscio di catene che tocco di campane (meglio in carcere che morti).

«Me lo ha detto la madre di un detenuto a Messina» dice il direttore che crede che ci si possa salvare «ma dobbiamo guardare davvero questi ragazzi. Invece ci sono troppi tecnicismi, non si vede più un magistrato di sorveglianza, il controllo lo fanno gli esterni, associazioni come Antigone o i garanti, la magistratura è meno sensibile. Ma in fondo chi sono i detenuti?». Mentre lo chiede fa una pausa, riflette. «Sono i figli di questa società. Se la società li abbandona, il carcere diventa una discarica sociale».

E un luogo di morte.

Bruciare i materassi. In questa lunga estate è successo troppe volte. Youssef Barsom a 18 anni appena compiuti è finito nell’inferno di San Vittore dove non sarebbe mai dovuto entrare. Con l’accendino avrebbe dato fuoco al materasso insieme al compagno di cella. Le fiamme e il fumo sono diventati una trappola. Gli agenti lo hanno trovato in bagno, il corpo carbonizzato. Perché Youssef era in quel carcere e non in una comunità terapeutica come le due perizie psichiatriche avevano espressamente richiesto? «Condizione psichica di gravità caratterizzata da importanti limitazioni nel funzionamento cognitivo» c’è scritto. Non era compatibile con il carcere.

Youssef veniva da un’area rurale dell’Egitto, famiglia semplice, zero soldi. Ha attraversato il deserto a 14 anni ed è rimasto tre mesi in un campo di detenzione in Libia. «Aveva diciotto anni anagrafici ma era come un bimbo traumatizzato. Non aveva mai tenuto una matita in mano» ci racconta l’avvocata Monica Bonessa che lo ha seguito quando entrava e usciva dai minorili per piccoli furti. Sorrideva sempre ma poteva reagire con rabbia alle parole di un adulto, anche per questo andava seguito, con i farmaci. Invece è rimasto incastrato in un sistema che non è stato capace di salvarlo. Appena è diventato maggiorenne a Milano ha rubato un cellulare: «Volevo chiamare mia mamma» ha detto al giudice.

Nelle comunità non c’era posto e quindi gli hanno aperto le porte di San Vittore, il carcere più sovraffollato d’Italia, uno dei più duri. Non c’è stato il tempo, in pieno agosto, per chiedere ed effettuare una nuova perizia, la terza. Da San Vittore, Youssef non è più uscito.

Le carceri sono piene di ragazzi problematici, la situazione non è più sostenibile. Il Beccaria di Milano, ex fiore all’occhiello caduto in disgrazia (fino a 80 ristretti quasi tutti italiani di seconda generazione in una struttura che potrebbe contenerne 70) è l’emblema di un malessere che sembra senza via d’uscita. A dicembre del 2022 la grande fuga di Natale, sette evasi, poi rientrati. Poi, lo scorso aprile, l’inchiesta che ha scioccato tutti: 13 agenti accusati anche di tortura sui giovani detenuti: umiliati, picchiati, legati. C’è una indagine in corso, ma dentro il Beccaria le cose vanno molto male. Da maggio le rivolte sono all’ordine del giorno, due tentativi di evasione, l’ultima i primi di settembre. «Il carcere a questa età non è la soluzione – dice il cappellano don Claudio Burgio, che con la sua comunità Kayros aiuta i ragazzi a capire che «non esistono ragazzi cattivi» e li segue nelle loro inclinazioni dalla musica rap al calcio al teatro – sono ragazzi irrequieti e sui grandi numeri diventa difficile contenere aggressività e voglia di evasione».

«Il problema è solo rimandato – sostiene don Otello il cappellano del carcere di Treviso mentre batte il cinque a un detenuto e consegna lo shampoo a un altro – perché quando escono da qui saranno più arrabbiati, senza il supporto della famiglia, senza servizi fuori e allora che cosa faranno?».

La risposta la lascia lì, appesa.

Silvio Ciappi, criminologo e psicoterapeuta, studia quello che passa nelle mente dei piccoli criminali, Il Branco è il titolo del suo libro in uscita. Dice che ha vinto la cultura del ricco «ma io non sono ricco quindi mi vendico. Essere poveri in un mondo di ricchi è una doppia dannazione, non essere all’altezza, non essere performanti come la società ci chiede, come i social ci chiedono – una volta tutto questo generava rabbia, ora genera depressione, noia, è una promessa mancata. C’è un’incapacità di sentire il dolore e le sue conseguenze, una anestesia».

«Portami una foto di mia mamma» mi diceva Fedi ogni volta che lo incontravo in carcere. Fatima Ben Hijji se lo ricorda bene quel ragazzone con il sorriso malinconico nato in Tunisia e arrivato in Italia a 11 anni, l’età in cui sogni di saltare su un traghetto che da Tunisi ti porta a Palermo e poi quel sogno diventa prima realtà, poi incubo.

«Ha avuto una vita sfortunata» dice la volontaria e presidente dell’associazione Pantagruel che praticamente vive nel carcere di Sollicciano.

È l’unica che riesce a parlare con questi ragazzi, «marocchina, parlo arabo, fra i mediatori che ci sono qui nessuno sa l’arabo». Sollicciano è un carcere per adulti, Fedi Ben Sassi ci è entrato a 19 anni perché l’ultimo reato lo ha commesso da maggiorenne, prima aveva girato almeno tre minorili e svariate comunità. Gli mancava poco più di un anno al fine pena.

«Era un po’ spaccone come lo sono i ragazzi a 20 anni. Mi chiedeva continuamente di compragli delle scarpe da 180 euro, erano di marca, ci teneva e io ho ceduto». Racconta che per loro è un modo per dimostrare di essere qualcuno. E poi in carcere la roba viene usata come merce di scambio: tu mi presti le scarpe, io ti do il tabacco.

Aveva problemi di droga e forse invece che in carcere avrebbe dovuto stare in una comunità per tossicodipendenti. Aveva preso un diploma da cuoco, ne andava fiero. Alla madre ripeteva che quel corso gli avrebbe garantito un futuro migliore.

Negli ultimi mesi era cambiato, non sorrideva più, era sempre arrabbiato.

«Era come se fosse successo qualcosa che si vergognava di dire» ci racconta uno dei volontari che era in contatto con lui.

Chi conosceva Fedi non ha dubbi: c’era un segreto che lo tormentava, forse proprio quel segreto lo ha spinto un pomeriggio caldissimo di luglio ad aspettare che il suo compagno di cella andasse nella sala delle videochiamate, sfilare i lacci delle sue nuove scarpe e forse anche quelli del compagno, legarseli intorno al collo e impiccarsi.

È uno dei 65 suicidi in carcere di questo 2024. Il più giovane. Fedi è rientrato in Tunisia in una bara dieci anni dopo essere andato via: ad aspettarlo c’erano la mamma la zia e le sorelle.

«La maggior parte di noi chiede il sussidio oppure un bagno che sia più di un metro quadro, ma io le chiedo solamente se potessimo avere una persona che sappia disegnare bene perché la mia cella è piena di scritte e ho provato a coprirle con la bandiera del Marocco fatta con una federa del cuscino ma non basta quindi le chiedo se può introdurre una attività per disegnare e abbellire i muri che ci circondano». Ha scritto S. in una bella lettera al direttore dell’Ipm di Treviso.

Intanto è arrivato il giorno della prima uscita di K. È andata bene.

«Sai cosa mi ha reso più felice? Bere un caffè al bar».

Raffaella Di Rosa (Cosenza, 1977), giornalista. Lavora nella redazione del Tg la7 dove si occupa di cronaca con particolare attenzione ai temi sociali. Segue da tempo la situazione nelle carceri minorili. È stata al Beccaria di Milano, nella comunità Kayros di don Claudio Burgio e, per questo pezzo, al carcere minorile di Treviso.