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Qualcosa rido

Lei non ama le smancerie, vuole solo ridere e ballare. Erano vicini di casa, da sempre, ma quel bacio è stato importante. «Gli anni passano in fretta, e se ci penso adesso mi sembra di averli persi tutti». Storia di Teresa, che un giorno è andata in ospedale a Napoli, da sola

Stavo camminando per i fatti miei quel pomeriggio. Tenevo gli occhi bassi, chissà a che cosa pensavo, questo non me lo posso ricordare, sono passati più di 50 anni.

Tornavo dalla scuola nautica, avevo deciso che volevo imparare a portare le navi, sentivo che era questo il mio futuro.

A un certo punto mi sono accorto che qualcuno camminava davanti a me. Vedevo delle scarpette nere, di femmina, che piano piano rallentavano il passo e si avvicinavano. Ho alzato lo sguardo e ho visto una figura piccola, da dietro, un corpo forte. Ho capito subito che era Teresa, la mia vicina di casa, la conoscevo da sempre.

Si è girata a guardarmi, mi ha sorriso e io pure le ho sorriso, ha rallentato il passo e io invece l’ho poco poco accelerato e così siamo finiti per camminare l’uno accanto all’altra. Eravamo solo noi due nella strada vuota, se ci avesse visto qualcuno avrebbe pensato male.

Non capivo come ci eravamo messi in quella situazione, ma non ebbi il tempo di pensarci veramente perché lei mi prese il braccio, si fermò, e in un momento si avvicinò e mi baciò.

Il sorriso che mi fece quando le nostre labbra si staccarono me lo ricordo bene.

Scappò via subito dopo, aveva addosso un’allegria indimenticabile. Io rimasi lì fermo, impalato: a quel punto ero già innamorato.

Non la vidi per giorni. Spiavo dentro casa sua dalla mia finestra, la chiamavo a bassa voce sperando che non mi sentissero gli altri, ma niente. Sembrava sparita. Finché un giorno che tornavo dalla scuola ed era quasi ora di cena, entrai in casa e me la ritrovai seduta al tavolo della cucina che mondava i fagiolini con mia madre.

«Buongiorno», dissi.
«Buonasera vuoi dire», rispose lei e mi fece quel sorriso bellissimo.

Cenò insieme a noi perché i suoi avevano avuto un’emergenza a Napoli e non volevano che lei restasse a casa da sola, aveva diciassette anni. La guardai per tutta la cena, le passai il piatto con i fagiolini e le sfiorai la mano. Dopo feci di tutto per trovarmi per un momento solo con lei, ci riuscii mentre era impegnata ad asciugare i piatti con lo strofinaccio.

«Che dobbiamo fare noi due?», le chiesi. Lei mi guardò con gli occhi duri.
«E che dobbiamo fare?».
«Io mi voglio fidanzare con te», azzardai. A lei scappò un sorriso che non riuscì a controllare e che si trasformò in una risata.
«Che fai, ridi?», dissi.
«Eh… qualcosa rido», rispose lei.

Le passai un altro piatto da asciugare.
«Allora? Ti vuoi sposare con me?».
«Manco morta», rispose.

Sua madre venne a chiamarla poco dopo. Ci ringraziò e andarono via. Ci misi alcuni mesi a convincerla che quel bacio era stato importante, che non era un caso aver abitato accanto per tutta la vita e che eravamo destinati a stare insieme. Ma Teresa era una ragazza di poche parole, tutte queste smancerie non la conquistavano. Lei voleva solo ridere e ballare.

«Se mi sposi ci iscriviamo alla scuola di ballo», le assicurai allora. L’avevo seguita in mezzo a tutta Procida, non mi poteva dire di no.

Ci sposammo in fretta, senza festa né abito bianco perché mio padre era contrario al nostro matrimonio, diceva che della famiglia di Teresa non c’era da fidarsi, non erano nemmeno di Procida. Aveva delle convinzioni tutte sue, ma io me ne fregai. Avevo il diploma della scuola nautica, avrei trovato presto un lavoro sulle navi, potevo farcela.

«Sei felice?», le chiesi quando uscimmo dal comune. Lei mi sorrise un po’, ma non mi rispose.

Gli anni passarono in fretta, e se ci penso adesso mi sembra di averli persi tutti.

Io stavo sulle navi, Teresa stava a Procida. Per due volte si imbarcò con me, anche se non le piaceva. Siamo stati insieme a Marsiglia, in Costa Azzurra, in Spagna, in Sicilia. Quando ad Augusta la vidi scendere dalla nave, lo sapevo che non ci sarebbe salita mai più: era incinta.

Io continuai a navigare, invece sarei dovuto scendere con lei.

Tornavo a casa quando potevo, stavamo insieme, ripartivo. Rimase incinta di nuovo, cresceva da sola i bambini, forse ascoltava le canzoni, forse ballava, di sicuro diventava donna.

Un giorno mi arrivò una lettera, ero ripartito da poco, non mi ricordo in quale città mi trovassi in quel momento. Teresa mi scriveva che era incinta di nuovo. Poche altre parole per spiegarmi che questo terzo figlio per lei era un dolore, che aveva passato gli ultimi anni da sola con i bambini piccoli, che era stanca, che voleva che tornassi a casa e che cominciassimo a vivere insieme, con i figli che già avevamo e che fino a quel momento aveva cresciuto praticamente senza di me.

Aveva deciso di abortire. Quella parola io l’avevo sentita solo alla televisione.

Era il 1983, erano cinque anni che, in Italia, l’aborto non era più un reato. Non per lo stato almeno. Di sicuro lo era per tutti quelli che conoscevamo noi. Ci avrebbero condannati. Io, invece, non condannavo niente e nessuno. Quella scelta di mia moglie non la sapevo nemmeno decifrare, ma assistevo, muto e fiducioso, a quello che voleva lei. Ero lontano anni luce dalla sua vita, che pure era un po’ la mia.

La mia lettera di risposta le arrivò quando era già stato fatto tutto. Era andata in ospedale a Napoli, da sola. Non so a chi avesse lasciato i bambini. Aveva abortito mentre nella stanza, intorno a lei, altre donne partorivano.

Certe cose, mi dicono, non cambiano mai.

Poi me ne sono tornato. Questa vita, invece, per Teresa e per me doveva cambiare. Ci comprammo un negozietto con i soldi che avevo fatto durante gli anni sulle navi. Vendevamo di tutto: le sigarette, i panini con la mortadella, i quaderni per la scuola. Avevamo anche la macchina delle fotocopie. Io mi occupavo di rifornirlo. Facevo su e giù da Napoli col camion, lo riempivo di merce e tornavo indietro. Così mi passava anche un po’ la nostalgia di navigare.

Lei invece stava dentro al negozio, fissa. Non ha saltato mai un giorno. Le piaceva avere a che fare con le persone, aveva un’allegria che si attaccava addosso a tutti, nessuno usciva da lì senza aver comprato qualcosa. La sera andavamo a ballare con gli amici, o facevamo le grigliate nelle case in campagna. A un certo punto ci iscrivemmo anche alla scuola di tango, era il suo divertimento più grande, a me piaceva guardarla ballare.

Ma forse era già tardi.

A casa se ne stava sempre zitta. Mi parlava poco, mi considerava poco. Però mi ha sempre cucinato a pranzo e a cena, mi amava così.

Quando siamo andati in pensione il negozio è passato ai nostri figli. Da quel momento è cambiato qualcosa. Le è passata la voglia di uscire, di ballare, di parlare pure. È da un po’ che non scende giù al mare, o al paese. Sta a casa, cucina per i figli, per me.

Oggi ci sono venuti a trovare tutti insieme, anche i nipoti. La più grande, Francesca, è stata tutto il tempo attaccata a Teresa a raccontarle le sue storie d’amore e lei la guardava sognante. Sorride solo con lei.

Quando se ne sono andati tutti lei ha chiuso gli scuri e si è rannicchiata sul divano. Io mi sono avvicinato.

«Stasera andiamo a ballare?», le ho chiesto.

Lei non ha risposto, ha fatto finta di dormire ma io sapevo che era sveglia. Allora mi è salita la rabbia, le ho chiesto perché fa così, perché. «Non sei felice?».

Lei ha aperto gli occhi ma non ha parlato, mi ha solo guardato, sembrava lontanissima. Io non mi sono trattenuto più, ho preso un disco e l’ho messo sul giradischi ed è partito un tango.

«Adesso balli, adesso balli» le ho quasi gridato mentre cercavo di sollevarla di peso dal divano.

Lei dopo un po’ si è tirata su, senza voglia. L’ho tenuta stretta perché non cadesse e ho iniziato a ballare, e alla fine anche lei ha cominciato a muovere le gambe, come tante volte le ho visto fare da ragazza. Ed è diventata più leggera. L’ho guardata bene negli occhi: si erano accesi.

«Che fai, ridi?», le ho chiesto.

Mi ha risposto con un filo di voce: «Qualcosa rido».

Questo racconto è stato scritto in occasione dell’ottava edizione di Procida racconta, il festival letterario ideato da Chiara Gamberale, direttrice artistica, e dalla casa editrice Nutrimenti.

Ilaria Macchia (San Donato, 1981), sceneggiatrice e scrittrice. Ha pubblicato “Ho visto un uomo a pezzi” (Mondadori, 2017). La sua ultima sceneggiatura è “La Storia”, serie tv ora in fase di riprese.