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Qualcuno dormì sul nido del cuculo

Tre sono gli argomenti che non bisogna mai affrontare, perché la discussione sarà inevitabilmente deludente: la dieta, l’influenza e l’insonnia, che è anche una delle parole più equivocate della lingua italiana. Quante ore servono? Quale magnesio? Avete idea di quanto è difficile espirare spostando le palpebre da destra a sinistra e viceversa? Breve storia eretica e pratica di un impazzimento a occhi sbarrati

Inizio a scrivere questo articolo dopo una notte in cui ho dormito nove ore e spicci. Essendo questo un articolo sulla mia insonnia, mi sembra che oggi sia il giorno giusto per dargli una qualche credibilità. Il fatto è che insonnia è una delle parole più equivocate della lingua italiana: cosa intendiamo quando diciamo che non dormiamo? Che non ci siamo addormentati in un minuto appena spenta la luce? Che la sveglia è suonata quando ci sembrava di aver preso sonno da pochi istanti? Che ci siamo svegliati nel cuore della notte e ci abbiamo messo troppissimo tempo a riaddormentarci? Che non abbiamo dormito il numero di ore che i giornali e il medico condotto (parlandone da vivi) ci raccomandano, cioè otto?

Dakota Johnson ha trentasei anni. È nata nell’anno in cui io certe volte neppure andavo a dormire: il mio quarto anno di liceo, quello in cui uscivo di nascosto la notte e andavo a casa di N. e tornavo di soppiatto, rientravo dall’ingresso di servizio per cambiarmi e andare a scuola oppure (più spesso) per accampare scuse che m’impedivano d’andare a lezione (se i mal di pancia della nostra vita scolastica fossero stati tutti veri, ci sarebbe stata un’emergenza gastroenterologica riportata dai telegiornali). Dakota Johnson è quella di 50 sfumature, è la forse fidanzata dell’ex marito di Gwyneth Paltrow, il biondino dei Coldplay (non si capisce se si siano lasciati o no), è la figlia di Don Johnson e Melanie Griffith. Soprattutto, Dakota dorme.

Da quando ha detto che non possiede una sveglia (neanch’io), che non ha mai preso niente per dormire (forse, quando avevo la sua età, neanch’io), e che se nessuno la sveglia dorme quattordici ore e comunque non esiste che ne dorma meno di dieci, nelle interviste non le chiedono altro. Certo, un po’ perché è risolutivo (di cosa diamine devi parlare con un’attrice?), ma anche perché il sonno è al tempo stesso l’unica cosa di cui tutti vogliamo parlare e l’unica di cui non vogliamo parlare.

No, non è l’unica. Ma fa parte della sacra trinità dell’indicibile. Tre sono gli argomenti che non bisogna mai affrontare, per quanto ci appassionino, perché la discussione sarà inevitabilmente deludente. Il primo era la dieta. Fino a un paio d’anni fa, non se ne poteva parlare, perché a intervenire spiegandoti come si dimagriva era sempre quella tua amica che all’ottavo mese di gravidanza portava la 42, o qualcuno che diceva cose come «Bisogna mangiare un po’ di tutto». Adesso, nessuno parla più di diete ma non si può comunque parlare di peso perché tutti vogliono dirti la loro sulle punture per dimagrire. Le punture per dimagrire sono come l’intelligenza artificiale: non c’è nessuno che non abbia un’opinione in merito, e non c’è nessuna opinione in merito che sia anche vagamente interessante. Il secondo argomento di cui non parlare mai è l’influenza. Vi vedo che state annuendo. Vi vedo che a un certo punto, tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, avete fatto l’errore di dire a qualcuno che avevate l’influenza. Magari non era neppure vero, vi serviva solo una scusa per non andare a quella presentazione di quel libro, a quella cena per salutarci mi raccomando prima di Natale, a quello spettacolo teatrale di quattro ore. Fatto sta che ve ne siete pentiti tantissimo, perché le quattro ore di spettacolo teatrale corrono veloci, rispetto alla telefonata in cui il vostro interlocutore ci tiene a elencarvi tutti i sintomi che ha avuto lui, tutti i sintomi che hanno avuto tutti quelli che conosce, tutto quel che gli ha detto il medico, i giorni in cui è guarito lui e i giorni in cui sono guariti tutti i suoi cari fino al terzo grado di parentela.

Il terzo argomento sconsigliato è il sonno. Meglio: l’insonnia. Non c’è, tranne Dakota Johnson, adulto nel satollo occidente che ritenga di dormire abbastanza. Quindi voi direte qualche sciocchezza sulla notte in bianco che avete appena passato, e verrete subissati di consigli che l’interlocutore chiaramente ritiene illuminanti, e che voi non capite come potreste mai non conoscere, non avendo vissuto finora nella capanna di Unabomber. Ma veramente non devo guardare il telefono la sera se non con gli occhiali che filtrano la luce blu? (O i raggi gamma, o non so bene cosa). Ma veramente non devo fare pisolini durante il giorno? (Il consiglio più stupido di tutti i tempi: il pisolino è sacro). Ma veramente mi devo svegliare sempre alla stessa ora? (Cretino: svegliarmi comunque, anche se non devo fare niente, anche se sono andata a letto tardi, è esattamente il problema che sto cercando di risolvere. Io voglio trovare il modo di dormire fino a mezzogiorno, e tu mi dici che la soluzione è svegliarmi alle otto anche se non è utile: è solo gennaio e hai già vinto il premio peggior conversatore 2026).

In me dorme una Dakota, ma dorme un sonno leggerissimo. L’anno scorso un tizio ha scritto sul Wall Street Journal che, a cinquantasette anni, avrebbe volentieri rinunciato all’amore e al sesso per dormire come quando era ragazzino. Era uno di cento articoli che ci sono ogni giorno sui giornali di tutto il mondo sul sonno, ma mi è rimasto impresso perché penso sempre che, tranne me, gli altri a un certo punto abbiano smesso di avere quell’abitudine che in gioventù pensavamo fosse per sempre – quella per cui se non devi andare a scuola dormi tutta la mattina, dormi fino alle due, dormi finché la mamma non ti sveglia per dirti che la lasagna è in tavola – penso che l’abbiano persa, gli altri, perché hanno figli. Figli, preoccupazioni, responsabilità. Metti che si sfracellano in motorino, non dormo finché non tornano: cose così. Questo non spiega il fatto che io, la più sterile che ci sia, non riesca più a dormire fino alle ore di quand’ero liceale: forse è una cosa che succede con l’età, a prescindere dai figli.

Ma poi ho letto il tizio del Wall Street Journal, il quale invece sa esattamente quand’è successo che ha smesso di dormire. Avevano un bambino piccolo. La moglie lo sveglia, una notte, e gli dice che il bambino è sparito. Ricerca frenetica, panico. Non è nella culla. Non è nel passeggino. Non è nel seggiolino in macchina, macchina nella quale il padre disperatissimo va in pigiama a guardare prendendo freddo. E poi, a un certo punto, se ne accorge.

La moglie ha sempre avuto, da quando l’ha svegliato e lungo tutta questa isterica ricerca del neonato scomparso, il neonato in braccio. Era andata a prenderlo dalla culla, si era addormentata con lui in braccio, si era svegliata ed era andata a cercarlo nella culla. Senza accorgersi di averlo in braccio (dice lui: come quando cerchi gli occhiali e li hai in testa) ma soprattutto senza che lui la guardasse e le dicesse: ma sei scema, ce l’hai in braccio. Sono mesi che ho letto questo dramma notturno e sono mesi che mi chiedo quale sia la ragione per cui dopo una scena del genere smetti di dormire: hai paura che addormentandoti arriverà una nuova prova che sei grandemente rincoglionito?

È stato leggendo questa storia che ho deciso che dovevo far dormire la Dakota in me, e forse anche renderla più ambiziosa. Diversamente da Dakota, non mi sono mai posta l’obiettivo delle quattordici ore. Solo quello delle nove. Ho deciso da anni che nove ore sono la mia giusta misura. Perché sennò, come dicono tutti quelli che vogliono convincerti che il sonno sia un bisogno e non un piacere, non funziono? Ma figuriamoci. Perché sì. Per anni ho avuto uno di quei braccialetti che ti dicono quanto dormi. L’ho buttato quando ho capito che le ore di sonno per gli adulti sono come le taglie sulle etichette dei vestiti per le ventenni. Trent’anni fa per essere di buonumore non mi guardavo allo specchio: guardavo se mi entrava la 42. Oggi per non essere di malumore guardo l’ora sul telefono: sono le dieci? Ero andata a dormire a mezzanotte e mezza? Sarò allegra tutto il giorno. Il braccialetto boicottava il mio buonumore: registrando solo il sonno profondo, quando dormivo nove ore mi diceva che ne avevo dormite cinque. Quello stronzo.

Ora, il problema non è che io in genere non dorma nove ore. È che per dormirne nove me ne servono quindici. Vado a dormire, e mi sveglio in genere prima dell’alba. A quel punto Valentino Garavani raccontava che lui prendeva un sonnifero: alle sei di mattina, per svegliarsi com’è giusto all’ora di pranzo. Io invece stringo gli occhi fortissimo e dico no, devo ridormire, sennò poi sono incazzata tutto il giorno. A riaddormentarmi senza sonnifero ci metto tra le due e le quattro ore. Se ci riesco, poi ne dormo altre due o tre o quattro. Mi sveglio sì all’ora di pranzo, solo che in mezzo ci sono voragini di non sonno: ho buttato quasi tutta la giornata per totalizzare le ore di sonno che ho deciso mi spettino. Questo se riesco a riaddormentarmi, cosa che non accade neppure sempre. E infatti lo so perché stanotte ho dormito nove ore dritte, una rarità: perché la notte prima non mi ero più riaddormentata dopo essermi svegliata alle cinque, e quindi ero esausta. Immagino che se una si stanca poi dorma, ma chi diavolo si è mai stancata? Vivo nel riposante occidente del ventunesimo secolo, come tutti voi.

La strada per divenire Dakota è piena di pubblicistica, perché nel satollo occidente tutti ritengono di non dormire abbastanza, e quindi c’è un mercato di espedienti, dal topper che una volta che l’hai messo tra te e il materasso dormirai come la principessa sul pisello (ancora non ho ceduto), alla mascherina per gli occhi piombata che a pesarti sulle palpebre ti addormenterà (ce l’ho: è inutilizzabile), ai guru del benessere che ti spiegano il sonno nei podcast. Li ho ascoltati tutti, questi americani che hanno fatto i fantastiliardi spiegandoci come dormire quanto Dakota.

Quello che dice che, se espiri a palpebre chiuse spostando le pupille da destra a sinistra e da sinistra a destra per due minuti, crolli addormentata. Voi non avete idea di quant’è difficile. Vorrei sapere chi è che riesce ad addormentarcisi: l’unica cosa che puoi fare è diventare isterica perché non riesci a coordinare espirazioni e spostamenti di pupille.

Quello che dice che sì, il magnesio, ma quale? Mica basta un magnesio qualunque. La sera devi prendere quattro tipi di magnesio. (Il magnesio si porta molto anche come consiglio per una cosa che non esiste: la premenopausa, la più fantasiosa invenzione degli ultimi anni. Tutte le mie coetanee sono insonni perché in premenopausa, e smemorate perché in premenopausa. Io ero insonne e smemorata anche quando mestruavo a fiumi – che bella immagine).

Quello che dice che conta solo il sonno prima delle due di notte, che le persone di successo vanno a letto alle dieci perché quelle quattro ore valgono di più di otto ore dormite dai nottambuli. Caro lei, io sono una grande sostenitrice teorica dell’andare a letto presto. Ho sentito Gwyneth Paltrow dire che lei cena alle sei perché alle otto vuole essere già a letto, e tutto il giorno pregusta il momento in cui la sera sarà a letto (evidente competizione con la fidanzata del suo ex marito), e non potrei essere più d’accordo. Per me si cena quando fa buio, quindi in inverno anche alle cinque. Poi però sono pochissime le sere in cui riesco ad addormentarmi a un’ora civile. E con ora civile s’intende, nel mio lessico famigliare, «Wordle lo faccio domani» (il Wordle del giorno viene caricato a mezzanotte: se sei sveglia alle undici e mezza ormai aspetti, ma se ti viene sonno alle dieci si fotta Wordle).

Quello per cui l’ideale è un’immersione in una vasca di ghiaccio, perché se abbassi la temperatura il corpo capisce che deve dormire, ma in alternativa basta che la stanza sia tra i quindici e i venti gradi. Amico podcaster, io d’estate tengo l’aria condizionata così gelida che devo dormire col piumone: bastasse quello, dormirei più di Dakota.

Ma il fantastiliardario risolutivo è quello che chiacchierando ha citato un libro – non so se li avete presenti, sono la versione antiquata dei podcast, si sfogliavano nel mondo di prima. L’ha scritto un professore americano che è la dimostrazione che c’è una cattedra per qualunque specializza zione assurda: lui è uno storico del sonno. È dal suo At Day’s Close: Night in Times Past che ho scoperto il sonno bifasico, rovinato dalla rivoluzione industriale e dalla luce elettrica, ma che era la norma ovunque nel Medioevo (perché a scuola non me ne abbiano mai parlato, invece di farmi perdere tempo con la donna angelicata, resta un mistero). Fino a che la luce del giorno è stata fondamentale per regolare le attività umane, si dormiva il primo sonno, da dopo il tramonto fin verso mezzanotte, poi si stava svegli un paio d’ore a fare cose in casa a lume di candela, poi si ridormiva il secondo sonno fino all’alba. Quindi questa cosa che io mi svegli nel mezzo della notte va assecondata, non combattuta. Quindi, invece di cercare fortissimo di riaddormentarmi, devo scrivere il Grande Romanzo Italiano tra le quattro e le sette.

Poiché diversamente da quelli del Seicento ho la luce elettrica e non devo andare all’alba a zappare i campi, il mio esperimento dei due sonni segue regole che ho deciso con assoluto arbitrio. Dormirò quando ho sonno. Non prenderò niente di chimico per dormire (sì, il magnesio sì, ma di due soli tipi invece che quattro). Segnerò tutto, come diario di bordo altamente scientifico.

La prima notte dormo da mezzanotte alle quattro e mezza. Quando mi sveglio, invece di bestemmiare come faccio in genere, penso: ora mi metto a scrivere il Grande Romanzo Italiano. Il risultato è che, invece che riaddormentarmi come mi accade in genere dopo un paio d’ore, sto sveglia sei ore, sovreccitata dalla mia produttività e dalla mia mitomania e dal mio percepirmi cavia scientifica oltre che imminente Nobel per la Letteratura. Mi riaddormento alle dieci passate, ma solo per un’ora e mezza. Non ci siamo, il totale non è neanche lontanamente di nove ore.

Il malumore diurno diventa produttività serale, e la seconda notte sto sveglia a scrivere fino alle quattro. Quelli che consigliano di andare a letto sempre alla stessa ora non sarebbero felici, ma ormai è andata così. Alle otto e mezza mi sveglio, guardo l’ora, dico «ma figuriamoci», strizzo gli occhi per un’ora e finalmente torno a dormire. Per fortuna non mi è mai venuto in mente di seguire il consiglio di chi dice di non tenere il telefono vicino al letto: pensa se mi fossi alzata ignara e fossi andata verso la vita con solo quattro ore di sonno. Ridormo fino alle undici e mezza.

La settimana prosegue in modo assai disordinato, con interi pomeriggi con gli scuri chiusi perché ho deciso di pennicare epperò non m’addormento e insomma perdo di giorno le ore che prima perdevo di notte, e ipotesi di pisolino infrante da conversazioni. Tra le mie molte fisime, c’è anche che se chiacchiero mi passa l’abbiocco: c’è chi per dormire ha bisogno del buio, chi del freddo, io di tutte queste cose più l’eremitaggio. L’ultima sera della mia settimana sperimentale, vado a letto a mezzanotte. Quando mi sveglio, pronta all’intervallo produttivo tra primo e secondo sonno, il cellulare dice che sono già le otto di mattina. Non solo quando dovevo sperimentare il sonno interrotto non mi s’interrompe più il sonno, ma neanche ho dormito nove ore. Malumore e improduttività.

Ho iniziato a scrivere questo articolo alle sei di pomeriggio, e quindi arrivo alla fine che per la cena è già tardi: neanche stasera diventerò Gwyneth Paltrow. Tra una cosa e l’altra non sarò a letto prima delle dieci. Significa che, per la mia vita da Dakota, domani dovrei svegliarmi a mezzogiorno. Sei ore prima della cena delle sei, otto ore prima del sonno delle otto. Questo nell’ipotesi irrealistica che andare a letto e addormentarsi siano due attività che avvengono nello stesso minuto. Il che mi lascia con la vera grande domanda che da sempre faccio a tutti quelli che sospirano che è biologico, non dipende da loro, è un bisogno, loro con meno di otto ore non funzionano. Se ce ne metti due per addormentarti; se come me te ne servono due anche per passare dal risveglio al capire chi sei e cosa devi fare; se sei me e ne devi aggiungere una per fare Wordle e gli altri giochini, una per ascoltare i vocali delle amiche, una per decidere cosa vuoi per cena; se sei Dakota e queste due più due più tre le aggiungi a quattordici di sonno; ecco, in questa pianificazione ideale delle ore di sonno, quando ti resta il tempo di non dico scrivere il Grande Romanzo Italiano, ma anche solo di andare in un podcast a raccontare quanto ti piaccia dormire?

Guia Soncini (Bologna, 1972), scrittrice. Ha pubblicato, tra gli altri, «I mariti delle altre» (Rizzoli, 2013, Premio Forte dei Marmi), «L’era della suscettibilità» (Marsilio, 2021) e «L’economia del sé» (Marsilio, 2022). Il suo ultimo libro è «Questi sono i 50» (Marsilio, 2023).