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Quanti risotti hai cucinato nella tua lunga vita?

Lo avessi incontrato nel presente, a una cena da amici, con quegli occhi azzurrissimi, mi sarei fatta riaccompagnare a casa. Ma lo avevo incontrato 48 anni fa. Ogni giorno sparecchiare la tavola, tappare il vino, lavare i piatti: è un rituale di solida quotidianità, o una intollerabile ripetizione? La maledetta nostalgia d’amore che ti tiene sveglia la notte e la frase lasciata sullo schermo acceso

Io non ti amo più». Lo dissi con dolcezza, come se si potesse invertire il senso di una frase calibrando il tono della voce fino a ottenere l’intimità perfetta di un soliloquio divagante. Sorrisi in attesa di una risposta che – me ne rendevo conto – molto probabilmente non sarebbe arrivata. Lui si alzò dalla sedia, avevamo appena finito di pranzare, in giardino, all’ombra di un pruno dalle foglie rosso ruggine. Io e lui. Il sole del primo pomeriggio accendeva di giallo le fronde del glicine e perfino le querce sembravano sul punto di smaterializzarsi, sotto la spinta luminosa di un maggio quasi estivo. Lo seguii con lo sguardo, mentre rientrava in casa, era un po’ curvo, la camicia non era immacolata, i pantaloni erano gli stessi che indossava il giorno prima, e il giorno prima ancora. Smisi di sorridere. Lui aveva portato i piatti in cucina e li stava sistemando nella lavastoviglie. Sarebbe tornato a prendere i bicchieri, a tappare la bottiglia del vino, a scotogliare la tovaglia, oppure l’avrei fatto io. Era un rituale di solida quotidianità, o era una intollerabile ripetizione? Mi alzai, senza prendere niente dalla tavola. Lo raggiunsi in cucina. Improvvisamente, senza un motivo ragionevole, avevo bisogno che ascoltasse quella frase rischiosa e che reagisse.

«Ti ho detto che non ti amo più, mi hai sentita?».

«Scusa, c’era il rubinetto aperto».

Stava ripulendo dall’olio il piatto della caprese. Con un gesto di superflua violenza bloccai lo scorrere dell’acqua.

Sembrò mettermi a fuoco, finalmente.

Non era facile, in quel periodo: dal «giorno amore» del risveglio al «notte amore» della sera pareva scorrermi accanto senza registrare altro che l’ombra di una presenza consueta.

E io? Lo guardavo con attenzione? O riuscivo soltanto a vederlo, così com’era, quasi sempre avvinto al piccolo schermo del suo telefono, a quello intermedio del suo iPad o a quello grande del suo computer? Gli piaceva ripetere che era in pensione anche se il suo era un mestiere da cui non si va in pensione. Come il mio, del resto. Non vanno in pensione né i registi né le scrittrici. Si può soltanto non essere più cercati, si può scivolare nell’ombra. «Ah, certo, Coso, Coso dai come si chiamava… è ancora vivo?», «Non era malaccio, ma a un certo punto è sparito».

Si può sparire, infatti. Si può smettere di scrivere, volendo. Certo non io che se non scrivo evaporo, mi perdo nell’atmosfera, ma gli altri, le altre, quelle normali. Si va in pensione quando non si ha più niente da dire, quando non si hanno più occhi per guardare o voglia di guardare per raccontare. Si va in pensione se si smette di ascoltare.

Lui era andato in pensione?

«Dimmi, amore».

A questo punto mi fissava con intenzione. Gli seccava ammettere un leggero abbassamento dell’udito. Il suo modo di rifiutare la vecchiaia consisteva nel fingersi perfettamente sano. E anche moderatamente felice.

«Allora?», disse ancora, paziente.

Mi ero incantata a guardarlo, la barba gli divorava il viso, bianca e grigia, gli occhi azzurrissimi conservavano buona parte del loro potere. Pensai che se l’avessi incontrato, una sera del presente, a casa di amici, avrei cercato di colpirlo con le mie qualità di conversatrice, visto che non ero più bella. Sarei stata spiritosa e interessante.

Avrei giocato tutte le mie poche carte residue per farmi accompagnare a casa, per rivederlo, se l’avessi incontrato a una cena, a una festa. Oggi. Ma l’avevo incontrato 48 anni prima, perciò…

Mi stava ancora fissando placido, in attesa che io gli ripetessi quello che non aveva sentito, per colpa dello scorrere dell’acqua.

«Ti avevo detto che non ti amo più», dissi, con un sospiro, come di stanchezza. O di noia.

Rise, quasi subito, non una risata violenta. Una risatina. Una presa per i fondelli, certo, ma gentile.

Come gentile suonò la sua voce, quando mi chiese: «E quando, esattamente, è successo che non mi ami più?».

«Non lo so…oggi».

«E io, che cosa dovrei fare?».

Non c’era ombra d’angoscia e neppure di irritazione nel pormi la domanda.

«Niente», dissi.

E uscii dalla cucina per tornare in giardino. Mi sentivo a disagio, come chi ha fatto una brutta figura in società e non sa darsene pace.

Anche se l’incidente non ha avuto conseguenze. Passammo, come sempre, il resto della giornata ciascuno per conto suo.

La sera, meccanicamente, cucinai un risotto ai funghi porcini. Senza  consultarlo, come sempre facevamo per la cena.

Mentre mangiava con la consueta ferocia (si accaniva col cibo e lo inghiottiva a una rapidità sconcertante) mi chiese: «Quanti risotti hai cucinato in vita tua, nella tua lunga lunga vita? Duemila? Duemila e cinquecento?».

Non risposi.

«Li mangio sempre volentieri. E anche tu, mi pare», continuò servendosi una seconda porzione e gettando un’occhiata al mio piatto.

Mantenni un silenzio dignitoso, un po’ per cancellare quelle parole fra noi pesanti che ora mi parevano fuori luogo. Inutili. Infantili. Un po’ per capire in che direzione intendeva spingere la sua metafora.

«Ho notato che quando sei triste cucini ancora meglio», disse.

Abbozzai un sorriso.

Finimmo la cena in silenzio, se si esclude una mia risata breve dopo aver pronunciato la fatidica frase, «passami il sale», seconda soltanto a «il pranzo è servito», nel teatro delle sconfitte relazionali.

La sera, dopo aver visto un film di Powel & Pressburger, scelto con cura fra le opportunità di scacciare col cinema i cattivi pensieri proposte dalle piattaforme lo salutai e, come sempre, mi chiusi nella mia stanza. Da 25 anni dormivamo in camere separate, senza acrimonia, così, per stare comodi.

Provai a leggere, come sempre. Ma non riuscivo a levarmi dalla testa quella maledetta nostalgia d’amore. Era l’assenza di pathos che mi faceva sentire così incapace di muovermi? Così prigioniera del tempo?

Alle quattro di notte mi alzai, decisa a mettermi a scrivere. È sempre stato l’unico modo che conosco per placare l’ansia, per ordinare i sentimenti, per dare un senso alla mia esistenza.

Il mio iPad era sulla scrivania, aperto e illuminato. C’era una sola frase sullo schermo.

«E io ti amo ancora, invece».

Lidia Ravera (Torino) è scrittrice e giornalista. Ha lavorato per il cinema, il teatro e la televisione. Ha scritto più di trenta opere, tra cui il suo esordio «Porci con le ali» (1976), manifesto di una generazione. I suoi ultimi libri sono «Age Pride. Per liberarci dai pregiudizi sull’età» (Einaudi, 2023, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo diretto da Emanuela Giordano con Alessandra Faiella), «Volevo essere un uomo» (Einaudi, 2025) e «Più dell’amore. Non desiderare la roba d’altri» (Rizzoli, 2025).