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Questo strano appuntamento è stato una pazzia

Tinder e le altre app di dating hanno spento la magia dell’incontro, per ricrearla servono poche ma significative coincidenze, oltre alle farfalle nello stomaco. Bigliettini, cene in ristoranti con sala da ballo, brutte cover di Vasco, il destino in agguato. Dispacci da un raduno per single, dove qualcuno cerca la luna, ma magari gli basta un amico

Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l’amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze, come gli uccelli sulle spalle di Francesco d’Assisi». Lo scrive Milan Kundera nella sua magnifica opera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, mentre racconta di come Tomáš e Tereza si sono incontrati la prima volta in quella piccola cittadina di provincia, nella Boemia, prima dell’arrivo dei carri armati, del comunismo, dell’invasione di Praga. Di quante coincidenze abbiamo bisogno per fare una magia? Poche, secondo Kundera. Poche ma significative. Nel caso di Tomáš e Tereza abbiamo un brano di Beethoven che passa alla radio, che per la donna ha un significato particolare, racconta un sogno personale, la promessa di una crescita tanto desiderata. Poi, abbiamo un libro, Anna Karenina, che diventa biglietto da visita, un codice segreto per farsi capire. E c’è una panchina, la medesima su cui Tereza il giorno prima si era seduta a leggere e ora c’è Tomáš che la aspetta. Poi serve l’incontro.

E sull’incontro, sulla sua capacità di realizzarsi sono scesi fiumi di inchiostro e chilometri di pellicole. Sull’incontro e la sua magia.

Eppure, a un certo punto la magia è scomparsa dagli ingredienti degli incontri.

I single di tutto il mondo hanno scoperto le reti di socializzazione, poi le app che rendono tutto più veloce e trasparente. Una transazione.

Senza la magia sono aumentati i single.

A settembre del 2025, l’Istat si chiedeva se l’Italia fosse un paese per single, e la domanda nasceva dal fatto che il loro numero fosse in crescita. Più precisamente, nel 2024 una famiglia aveva in media 2,2 componenti. Le famiglie con cinque componenti rappresentavano il 3,1 per cento del totale. Per quelle con sei, l’Istat usava una metafora per stabilire la loro percentuale, «mosche bianche». Tante di queste famiglie sono monogenitoriali: una su dieci. I single non vedovi sono 6,3 milioni. Una cifra da capogiro.

Ma dove stanno tutti questi single?

Molti su Tinder, una delle app per incontri più note che funziona secondo il famoso swipe, il gesto di scorrere a destra o a sinistra per indicare se ti piace o non ti piace un possibile match. Gli utenti attivi mensilmente in Italia su questa app sono circa nove milioni. Bumble, altra applicazione che consente gli incontri, con un occhio di riguardo verso il gentil sesso a cui spetta la prima mossa, non pubblica i suoi numeri, ma si stima comunque una cifra molto alta. Badoo, invece, funziona più come un social network e un po’ tutti noi abbiamo, se non incontrato qualcuno su Badoo, almeno un amico o una amica che lo ha fatto; o l’amico di una amica che si è iscritta, ma poi ha lasciato perdere. Il punto è che il virtuale asciuga completamente la magia dell’incontro. Serve un grande sforzo per costruire coincidenze in quella prima volta in cui ci si è incontrati. Sembra che alla magia serva la carne per accadere.

E, allora, c’è chi ha pensato di sfruttare questa fallacia nel sistema e ha sposato l’ambizione di ricreare la magia. O, se non proprio la magia, almeno la metafora. Le farfalle nello stomaco. Il cuore che salta un colpo. Perché, come si lascia intendere nell’apertura del film di Teona Strugar Mitevska, L’appuntamento: la felicità non condivisa è come un albero che cade in un mondo senza che nessuno ne senta il rumore. Quel rumore esiste ancora? Quella felicità è ancora felicità?

C’è chi dice no. Serve l’altro.

E con questa idea in testa si fa lo sforzo di mettersi in gioco, in prima persona, in carne e ossa – perché, come dicevamo, alla magia serve la carne. Per questi temerari si organizzano serate per single. Una di queste iniziative ha raggiunto anche la ribalta, con un numero di iscritti che, fatte le giuste proporzioni, sfida sia Tinder sia Badoo.

Serve però una certa dose di motivazione a imbarcarsi in una simile avventura.

Prima di tutto, occorre prenotare. Le serate sono itineranti e si fanno un po’ ovunque in giro per l’Italia. Nel momento della prenotazione non serve dire se si è uomini o donne, ma solo l’età e in quanti si è. Quindi uno potrebbe andare lì se è ammogliato? BÈ, no. Uno dei punti forti è il fatto che durante la serata c’è chi fa foto e video e li pubblica in rete. Con nonchalance. Del tipo, dai, dai, fai un sorriso, perché tra mondo virtuale e mondo reale non c’è differenza, se sei qui sei anche lì; che è vero sebbene spesso ci sembra non lo sia. Ma questo è lo svarione di chi si fa prendere la mano dall’immaginazione, la vera filosofia è più semplice: le foto sui social girano come garanzia contro gli adulteri. Perché nelle serate per single un solo requisito è necessario: essere, appunto, single.

Sei single, hai prenotato, ora ti tocca raggiungere la location.

I sentimenti con cui si mette in moto l’auto e si fanno i chilometri per arrivare alla meta sono diversi. Per alcuni può essere la curiosità, per altri il peso straziante della solitudine, la mancanza non tanto di un partner, ma di un piccolo gruppo di amici con cui poter trascorre una serata allegra. Certe volte questa seconda forma di solitudine pesa più della prima e non c’è nemmeno una app in cui con uno swipe trovare una manciata di amici per farsi una pizza, una birra e quattro chiacchiere.

Arrivo nel parcheggio davanti al ristorante munita di curiosità. Di queste serate me ne ha parlato un amico, Dario. Mi ha inviato un video, la sera stessa in cui ci è andato. C’era un tizio improbabile che cantava senza grande talento un vecchio pezzo di Vasco, intorno una nuvola di persone si sbracciava in una danza inverosimile. Sembrava divertente.

Mi faccio accompagnare da una amica. La convinco dicendole che c’è da divertirsi, sarà una serata insolita, dai proviamo qualcosa di nuovo. Entriamo. Siamo in anticipo. Lo capiamo dalla quantità di cartellini con i vari numeri che stanno sul tavolo all’accoglienza. Io ricevo il numero 17, Stefania, la mia amica, il numero 21. La numerazione è disordinata.

Andiamo a sederci. Abbiamo fame. Sulla locandina c’era scritto che la cena iniziava alle otto e mezza, ma scopriamo che non ci serviranno niente prima delle nove. Allora abbiamo tempo per guardarci intorno.

La location è una grande sala con sei lunghe tavolate e uno spazio vuoto in mezzo, per ballare. Ha un’aria spartana. Ci aspettiamo che appaiano da un momento all’altro Fantozzi, la signora Pina e Mariangela per partecipare al veglione organizzato dal ragionier Filini. L’unica differenza è che qui non c’è una zona più elegante dell’altra per la signorina Silvani. Anche se di signorine Silvani, a un certo punto, inizia a riempirsi la sala. C’è anche qualche geometra Calboni. Nei trenta minuti di attesa, ormai stiamo morendo di fame. Alla spicciolata, arrivano gli altri commensali. Il numero 27 ha l’aria di essere un uomo estremamente triste. Sulla quarantina, portati male. Ha uno sguardo che fa tenerezza. Non lo dice, ma in quelle rughe si nasconde un dolore terribile. O almeno è questo che io e la mia amica ci immaginiamo mentre ci presentiamo.

Scopriamo che a tavola siamo seduti donne da una parte, uomini dall’altra. Visàvis. Per agevolare la conversazione, pensiamo.

Gli altri commensali sono due signore sulla cinquantina e due signori, loro amici, sui sessanta. I signori indossano i numeri 75 e 76. Delle signore non registro il numero hanno deciso di non appuntarselo sul petto, come vorrebbe il regolamento, ma di tenerlo sul tavolo, lontano dagli occhi degli altri seduti alle varie tavolate.

Perché nasconderlo? Perché così non si approccia nessuno. Le signore sono qui per goliardia, con i loro amici, il 75 e il 76. Non vogliono ricevere bigliettini.

Ecco il modo in cui si cerca di ricreare la magia. Sui tavoli, a disposizione di tutti ci sono dei bigliettini colorati e matite. Ciascuno può scrivere un messaggio, piegare il bigliettino, scrivere il numero del destinatario e passarlo all’anfitrione della serata. Si può dare libero sfogo ai pensieri, un po’ come alle elementari quando affidavamo il nostro amore a un pezzetto di carta strappato al quaderno di matematica – l’anfitrione lo passerà all’interessato o all’interessata, momento in cui ci sarà un’intervista al microfono con nome, professione e qualche battuta per sciogliere il ghiaccio.

Ah.

Quindi si socializza in modo orgiastico, e anche a distanza.

Forse c’è spazio per la magia. Anche se, quella magia degli incontri di Kundera richiedeva coincidenze. Nessuna necessità. Poiché la necessità è noiosa. La coincidenza riempie gli eventi insignificanti di significato. Un giovane cameriere ci serve la prima portata. Inutile dirlo, gli sguardi famelici d’amore della sala cadono sul cameriere e, poco dopo, sulla cameriera. L’anfitrione – un po’ veggente – ci avverte che i due non hanno il cartellino, quindi non partecipano al nostro gioco.

Al mio tavolo scopro che 75 e 76 sono simpatici. Di solito, al venerdì vanno a ballare latino americano in qualche locale, stasera hanno deciso di provare questa cosa. Per curiosità. 75 si è lasciato da poco, 76 no, lui cerca qualcuno, bè, se capita, qualcuno con cui star bene, condividere la vita, fare cose insieme. Sembra roba da poco, ma sotto sotto sappiamo che cerca la luna. Trovare qualcuno con cui condividere la vita non è facile. Per uscire dall’impasse ci lamentiamo del cibo che forse è volutamente pessimo, per agevolare la conversazione.

Ridiamo.

75 è in cerca di amicizie, ma quando mi mostro interessata a capire qualcosa di più di lui, per curiosità più che per reale interesse, si entusiasma a tal punto da chiedermi il numero di telefono e proporre una cena, solo noi due. Si è mosso più velocemente dello swipe su Tinder. Resto vaga. Come spiegargli che ho letto Kundera ben diciotto volte e che ho interiorizzato fin troppo bene la questione della magia? E, seppure siamo di carne e abbiamo fatto lo sforzo di muoverci nel mondo reale, perché un incontro sia magico serve comunque che accada per caso, poiché solo il caso «può apparirci come un messaggio».

Irina Turcanu (Gura Humorului, Romania, 1984), scrittrice. Ha pubblicato con Marsilio il romanzo «Manca il sole ma si sta bene lo stesso» (2024).