Unite i puntini. Il 12 dicembre del 1996 la Cassazione annulla la sentenza d’appello che nel febbraio dello stesso anno aveva mandato assolto Pietro Pacciani, e dispone un nuovo processo al presunto Mostro di Firenze che però non si celebrerà mai: l’imputato muore poco più di un anno dopo, sospeso per sempre in un limbo giudiziario. La storia di una caccia più che ventennale si chiude dunque senza un vero finale. Il mercoledì successivo, 18 dicembre, all’Amc Avco theater di Westwood, California, debutta in anteprima Scream. Il film di Wes Craven, primo capitolo di una fortunatissima saga che va avanti tuttora, approderà in Italia l’anno dopo. Scream è un meta-horror postmoderno (all’epoca l’etichetta aveva ancora una parvenza di significato) che gioca sugli stereotipi di un sottogenere, lo slasher, che aveva furoreggiato tra la fine degli anni Settanta e la prima metà del decennio successivo.
Se non cogliete il collegamento tra le due notizie, buon per voi: vuol dire che non siete paranoici. Ma se arrivati alla fine continuerete a non vedere nessun nesso, mal per me: dovrò concluderne che non sono stato persuasivo.
Cominciamo da un romanzo, Il sospetto, pubblicato da Mondadori nel 1988. L’autrice, Laura Grimaldi, era nata nei dintorni di Firenze, a Rufina (patria peraltro di un mostro minore, che fu compagno di cella di Pacciani: ma questa è un’altra storia). Il romanzo racconta la storia di una donna, Matilde, che coltiva un atroce sospetto: e se mio figlio fosse il Mostro di Firenze? La donna ispeziona di nascosto la stanza del figlio, prende nota dei suoi movimenti e dei suoi alibi, raccoglie le voci che girano per la città. Alcune sono bizzarre, come questa: «Non ricordo più su quale giornale, ma ho letto che nei giorni dei vari omicidi, in qualche cinema della città veniva dato uno di quegli orribili film pieni di morti e di sangue che non so come facciano a permettere». Matilde non lo ricorda, in compenso lo ricordo io.
A lanciare questa ipotesi era stato un avvocato fiorentino con la seconda carriera di romanziere, Nino Filastò. Anni dopo difenderà Mario Vanni (detto Torsolo) nel processo ai “compagni di merende”, e scriverà un durissimo atto d’accusa contro l’impianto inquisitorio del processo, magnificamente intitolato Storia delle merende infami. Filastò partiva da un dato emerso nel processo per il primo duplice delitto, quello del 22 agosto 1968 (che secondo molti non appartiene alla serie del Mostro, sebbene compiuto con la stessa arma dei delitti successivi). Prima di finire assassinati, Barbara Locci e Antonio Lo Bianco erano stati al cinema Giardino Michelacci di Signa, a ovest di Firenze, dove avevano visto uno strano film giapponese fatto di guerra, chirurgia, erotismo e impotenza sessuale, Nuda per un pugno di eroi. Alla fine della proiezione, fece notare Filastò a Donatella Raffai nella puntata di Telefono Giallo dedicata al Mostro, la coppia fu seguita a ruota da un uomo mai identificato, l’ultimo a uscire dalla sala. L’avvocato romanziere s’incuriosì e decise di seguire la pista cinematografica. Controllò il programma delle sale di Firenze e dintorni nei giorni incriminati e riuscì, con questo metodo, ad abbinare cinque dei delitti (i primi quattro e l’ultimo) ad altrettanti film. Forse il Mostro era stato spinto all’azione da qualche scena specifica, che aveva agito in lui come un detonatore; forse li aveva soltanto visti, e in questo caso il loro esame poteva servire a tratteggiare una specie di identikit psicologico. Tra queste due possibilità il cauto Filastò non si sbilanciava. Ma i suoi accoppiamenti tra finzione e realtà erano quantomeno intriganti.
All’epoca del secondo delitto, il 14 settembre 1974, era tornato in sala un film uscito sette anni prima, La notte dei generali di Anatole Litvak. Non è affatto «uno di quegli orribili film pieni di morti e di sangue» che sconcertavano la signora Matilde, anzi, è un bellissimo thriller ambientato in tempo di guerra. Cosa c’entrava col Mostro? Che Filastò si fosse sbagliato, che stesse seguendo un ghiribizzo? Mi è bastato rivedere i primi minuti per ricredermi. A Varsavia, nel 1942, i tedeschi scoprono il cadavere di una prostituta polacca, che è in realtà una spia al loro servizio. «Opera di un macellaio dilettante», commentano: l’assassino le ha inferto circa cento pugnalate, disposte intorno alla zona genitale. Ebbene, novantasei furono i colpi di coltello che il Mostro di Firenze sferrò sul corpo della diciottenne Stefania Pettini, e proprio a circoscriverle il pube. Diavolo d’un Filastò, mi aveva preso al laccio: ora dovevo ricontrollare tutti i film.
Il terzo delitto cade nella notte del 6 giugno 1981, nei pressi di Mosciano di Scandicci. Per soli due giorni, il 4 e il 5, nelle sale c’è Schizoid di David Paulsen, un film non certo indimenticabile in cui spicca soltanto, per giunta nel ruolo di uno psichiatra, quel caso psichiatrico di Klaus Kinski. Qui le vittime sono uccise una dopo l’altra a colpi di forbici. Il 22 ottobre, quattro mesi dopo, il Mostro compie il suo quarto delitto, nei dintorni di Prato. In quei giorni si può vedere Maniac di William Lustig, storia di un serial killer ossessionato dalla madre morta che preleva feticci dalle donne che uccide. Il film, scritto e interpretato da Joe Spinell, un attore italoamericano con un faccione inconfondibile, presenta le analogie più dirette con il modus operandi del Mostro. Infine, l’8 settembre 1985, il delitto degli Scopeti, la località dove campeggiavano i due ragazzi francesi. Il Mostro, prima di sparare, compie un gesto apparentemente gratuito: squarcia la tenda con un coltello. Proprio come fa Freddie Krueger con i suoi guanti che hanno lame per dita nelle prime battute di un film uscito in Italia il mese prima ma ancora in programma quella notte: Nightmare di Wes Craven. Il regista di Scream.
Il cerchio si chiude? Non proprio. Dobbiamo mettere insieme altri pezzi del puzzle. Proviamo a capovolgere l’indagine, nonché ad allargare le sue maglie. L’estroso e simpaticissimo avvocato Filastò seguiva un criterio cronologico: giorni dei delitti, programmazione nelle sale. E se invece tentassimo un altro approccio, tutto cinematografico? Tre dei film indicati – Schizoid, Maniac, Nightmare – appartengono infatti a una sola famiglia: quella dello slasher, il tipo di horror più amato dai ragazzi dei primi anni Ottanta. La trama tipica dello slasher è grosso modo questa: un gruppo di adolescenti in viaggio raggiunge un luogo isolato – che può essere un campeggio, una villa, una colonia estiva – e un maniaco li uccide uno dopo l’altro. Solitamente li fa fuori con un’arma da taglio, mentre fanno l’amore o si apprestano a farlo. La ragazza più innocente del gruppo – la cosiddetta final girl, che in genere è ancora vergine – lo sconfigge, e si salva. Titoli di coda.
Anche senza cercare corrispondenze punto a punto tra la cronaca e i film, si avverte una sinistra aria di famiglia tra i delitti del Mostro di Firenze – che non somigliano ad altri delitti negli annali dei serial killer – e le trame ricorrenti degli slasher. Anzi, scherzando ma non troppo, si potrebbe sostenere che lo slasher ha avuto una carriera perfettamente parallela a quella del Mostro, per giunta partendo dallo stesso paese, l’Italia. Gli inizi ancora incerti cadono tra i Sessanta e i Settanta, ai tempi del primo delitto, quando, con Reazione a catena di Mario Bava, si comincia a far strage di coppie di innamoratini, infilzati con un grosso spiedo mentre fanno la bête à deux dos. La messa a punto dei motivi del genere arriva verso la metà del decennio, all’altezza cioè del secondo delitto del Mostro, con Black Christmas di Bob Clark e in Italia con I corpi presentano tracce di violenza carnale di Sergio Martino, che comincia peraltro con l’uccisione di una coppia che si è appartata in automobile. Poi, la piena fioritura nella prima metà degli anni Ottanta, il periodo di più intensa attività del Mostro, che raggiunge il culmine con Nightmare. Qui si chiude l’epoca d’oro dello slasher, e cessano i delitti. Il genere risorgerà dodici anni dopo in forma di autoparodia con Scream, dove a uccidere i ragazzi è una figura in mantella nera e maschera da fantasma. Ma è ormai un’altra stagione, tant’è vero che nella saga di Scream a compiere i delitti spesso non è neppure un solo maniaco, ma un sodalizio delittuoso stile “compagni di merende”. Cosa impensabile, nell’età d’oro dello slasher.
A proposito, tra i personaggi ricorrenti di Scream c’è una giornalista che sembra vivere con il solo scopo di seguire le catene di delitti. Anche il Mostro di Firenze ha avuto un suo tenacissimo specialista: il cronista e scrittore Mario Spezi, autore con il romanziere Douglas Prescott del libro più importante – e ormai quasi introvabile – dedicato al caso, Dolci colline di sangue. Ci sarà utile per allestire un gioco di specchi molto congetturale tra il Mostro, la società che gli cresceva intorno e i film che circolavano nelle sale.
Racconta Spezi che la lettera di una donna alla Nazione, il quotidiano per cui lavorava, aprì a Firenze un dibattito inaspettato: «Era una madre che voleva replicare alla frase di uno psicanalista che invitava i genitori ad accettare con maturità i rapporti prematrimoniali dei figli, insomma a fare in modo che non andassero a fare l’amore in campagna. Questa era una novità per l’Italia di quegli anni, che di sicuro sapeva come andavano le cose tra i giovani innamorati, ma preferiva ipocritamente far finta di ignorare. Sottilmente il Mostro stava cambiando le abitudini più intime della gente». Il sesso prematrimoniale tra gli adolescenti era ancora – e certo non solo in Italia – una regione circondata dall’imbarazzo, dai sottintesi, dai silenzi carichi di colpa o d’angoscia. Rispetto a tutto questo, lo slasher inscenava una grandiosa fantasia punitiva. I suoi assassini non erano maniaci sessuali, semmai maniaci antisessuali. Erano forse emissari di un super-io paterno mandati a ripristinare i confini, che si andavano ingarbugliando, tra la purezza verginale dell’infanzia e i turbamenti della giovinezza?
È un modo più che legittimo di vedere le cose. Io però ne suggerisco un altro. Scrive ancora Spezi che dopo l’ultimo delitto, quello degli Scopeti, gli inquirenti consultarono le polizie di altri paesi – gli Stati Uniti, la Germania, il Regno Unito – che avevano raccolto dati sugli assassini seriali e ne avevano tracciato un identikit psicologico. Il serial killer comincia a uccidere in età sorprendentemente precoce, e ha alle spalle un’infanzia terribile i cui traumi hanno un riferimento preciso: «L’odio-amore verso le donne, derivato da un pessimo rapporto con la madre o dalla sua assenza totale, sembra il leitmotiv dei delitti». Spezi riferisce pure che qualcuno cominciò a sospettare di Natalino, il bambino che era in macchina con la madre, addormentato sul sedile posteriore, nel momento del primo delitto, quello del 1968. Sarebbe stata la trama perfetta per uno slasher con una sequenza iniziale sull’antefatto, alla maniera di Halloween di John Carpenter. Le date però non tornavano, e il ragazzo oltretutto aveva un alibi inattaccabile per uno dei delitti. Eppure, «era come se la casistica sui serial killer disegnasse qualcuno molto simile a lui, qualcuno con una vita parallela alla sua, ma non lui». Un ragazzo che in seguito a un rapporto irrisolto con la madre, assente o troppo presente, sviluppa un sadismo sfrenato verso le donne. È la trama di molti slasher – spesso tacciati di misoginia – a partire da quel Maniac che tanto aveva colpito Filastò. Ma è anche il canovaccio del grande e nobile antenato che abbiamo finora lasciato nell’ombra, Psycho di Alfred Hitchcock. Lo slasher, psicologicamente, nasce sotto la doccia del Bates Motel.
Anche qui le date sono d’aiuto per captare atmosfere psichiche che sfuggono ai comuni strumenti di misurazione. Psycho è del 1960.
Nel 1963 lo psicologo tedesco Alexander Mitscherlich, in un libro che avrà un’enorme influenza, annuncia che le nostre sono ormai «società senza padre». Il decennio si chiude, non per caso, con i tanti parricidi simbolici del Sessantotto. È uno strano momento per gli adolescenti, specie per i figli maschi. Il nostro Edipo, sbarazzatosi di Laio, si ritrova in balìa di mille impulsi sadici, di mille desideri oscuri che non sa governare, e che nessuna legge viene ad arginare o a punire. La società opulenta e indulgente che prende forma intorno a lui lo vezzeggia e insieme lo intrappola, lo esonera dal passaggio all’età adulta ma lo fa naufragare in un’angoscia informe. Una società senza padri, del resto, è una società di sole madri, e le figure archetipiche hanno sempre due facce: madri benevole, madri terribili. Risolvere il rapporto ambivalente con il polo simbolico materno diventa la principale incombenza psichica, ed è qui che prendono forma i fantasmi generazionali dello slasher, cupissimo romanzo di formazione contemporaneo, rito di passaggio per essere ammessi al clan dei propri pari sfuggendo al potere della madre oscura da cui il maniaco è soggiogato.
Che il Mostro sia stato posseduto dagli stessi fantasmi, mettendoli in atto anziché sublimarli nella visione di un film? Qualcuno sospetta che sia così, e a pensarci bene i primi film sulla vicenda – Il Mostro di Firenze di Cesare Ferrario, con la collaborazione dello stesso Spezi, e L’assassino è ancora tra noi di Camillo Teti, entrambi del 1986 – adombrano questa ipotesi. Non sono propriamente slasher, ma respirano la stessa aria.
A partire dagli anni Ottanta, come si sa, le indagini prenderanno tutta un’altra piega narrativa, quella del thriller esoterico, e partoriranno il più kitsch tra gli errori giudiziari del nostro tempo. La cooperativa di assassini e asportatori di feticci dei “compagni di merende”, al servizio di chissà quale massoneria di medici insospettabili, è prima di tutto paccottiglia, cattiva letteratura. Ma in un certo senso era un esito prevedibile. Perché, come fa notare un personaggio di Scream 2, «la polizia non guarda abbastanza film».