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Respiro per ritrovare il tempo dentro di noi

I versi imparati a memoria non fanno perdere il corpo e la mente quando sei in difficoltà. Viaggio nel paese inerpicato nella montagna per incontrare Alfonso Guida, il poeta del futuro che parla di pastori e campagne, le pagine gonfie d’inchiostro, la farragine, la ruggine. «Nella rinuncia, resta»

Respira» ti dicono quando stai piangendo o sei caduto. Respirare appura il funzionamento del sistema. Nelle ultime settimane leggo soprattutto poesia. Giovani italiani e qualche classico. La poesia mi fa respirare con più accortezza. Mi soffermo sui passi che mi colpiscono e rileggo ad alta voce. Sminuzzo il verso in sillabe e cerco di capire perché il poeta va a capo in quel punto. Quando la poesia mi colpisce, provo a scrivere i versi su un taccuino oppure ne faccio una foto e la mando a persone che amo e hanno la passione carbonara dei lettori di poesia. Accordo il respiro al poeta che la scrisse, vivo o morto, o a volte con la mediazione del suo traduttore. Ma la poesia non muore, ed è il motivo per cui esiste da quando è nato l’uomo. Tento d’imparare a memoria i versi che mi colpiscono, me li faccio rotolare nella mente, e quando incontro qualcuno a cui voglio bene oso recitarne un brano. Non è facile quando sei in pubblico ma quando sei in intima conversazione puoi ricordarti intere strofe. È così importante avere una valigia di versi imparati a memoria perché se sei ammalato in un letto senza nessuno, o dentro una barca alla deriva, non hai quasi niente, ma restano i versi imparati a memoria che accordano il respiro e non fanno perdere il corpo e la mente. In questo inverno leggo un poeta che si chiama Alfonso Guida. Grazie all’editore Antonio Mandese sono riuscito ad andarlo a trovare. Guida vive in un paese scavato nelle montagne dentro l’Appennino lucano a San Mauro Forte dentro una casa piena di libri. Lo conobbi quattordici anni fa la prima volta in una lettura pubblica a Torino, in una delle sue rarissime uscite. Il suo quaderno scritto e riscritto aveva le pagine gonfie di inchiostro e si teneva in verticale sul tavolo per quanto i fogli fossero calcati. È un poeta che parla di un mondo che sembra marginale e lontano, pastori, contadini, preti di campagna. E invece è un poeta del futuro. Basta leggerlo per capirlo che parla di un tempo che non è dietro ma dentro di noi.

Da qualche giorno è uscito con l’editore Casa del Libro il suo ultimo libro La farragine, che può subito far pensare all’aggettivo farraginoso con cui immaginiamo qualcuno che è macchinoso e lento. In realtà la farragine è la mescolanza delle erbe con cui si fa il pasto del bestiame. E visitando il paese di San Mauro Forte, quasi inaccessibile con le sue strade impervie, si scopre quel mondo di pastori e contadini che ispira Guida. Puoi osservarli in gruppo solo alle quattro del mattino al caffè nel bar della piazza. Guida inizia la sua giornata di lettura e scrittura alla stessa ora: «Ti lascio entrare perché io non distinguo./ Mi ometto come parte del discorso…», scrive. Quando leggi Guida senti l’odore delle graminacee e l’umido delle case abbandonate, sulla pelle scorre il grattare della ruggine dei vecchi arredi e il refolo gelido dalle finestre usurate. Ho provato a impararne a memoria una delle sue, «Tra le foglie, nel tintinnio del bar,/ verso il tornio di una luce impennata/ di creta, fra creature di crepa e assi/ di vergata annunciazione uscire./ Sono il figlio che lascia avvolto il dono./ Non lo scarta. Lo fissa. Lo persegue,/ lo tramanda. Nella rinuncia, resta».

Mi rimane appiccicata nella mente l’inizio dell’ultima strofa: «Sono il figlio che lascia avvolto il dono…». Poi mi spengo piano piano e guardo cosa c’è dentro quel dono che non scarto. La rinuncia non sempre è una perdita. Assomiglia a un’ombra e sotto c’è la terra viva, com’è la poesia.

Mario Desiati (Martina Franca, 1977), è scrittore e poeta, vive a Roma. I suoi ultimi romanzi sono “Candore” (2016) e “Spatriati” (2021), entrambi pubblicati con Einaudi.