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Salviamo i cuccioli di uomo dall’ansia del cringe

Ormai riconosciamo il maschio performativo, che si aggira con la sportina, le cuffiette col filo e una copia di Infinite Jest. È davvero un meme inoffensivo? È una risposta alla mascolinità muscolare, ma alla fine comunque una tattica per rimorchiare. E poi scoraggia chi legge per piacere, o qualunque manifestazione di trasporto e passione, soprattutto tra i giovani. Un appello contro la disaffezione e il cinismo

L’esercizio di premiare le parole dell’anno non va considerato solo un gioco inventato per portare qualche clic in più ai siti dei giornali nei giorni delle vacanze: è invece una mappatura interessante dello spirito del tempo, almeno quello che circola online e non soltanto protetto dalle rispettive bolle sociali. Il 2025 ha visto la vittoria di “rage bait”, a indicare certi contenuti social costruiti apposta per generare rabbia o indignazione, reazioni forti, emotive e violente. Il Merriam-Webster, uno dei più consultati dizionari del mondo anglosassone, ha scelto “slop”, a indicare «un contenuto digitale di bassa qualità prodotto utilizzando intelligenza artificiale», ma nella shortlist finale ecco comparire l’espressione che attendevo di più: performative male.

Apparso forse tardi per poter recuperare in tempo per dicembre – l’espressione è diventata di uso comune nell’estate – il maschio performativo è tuttavia una delle figure più interessanti della cultura di internet contemporanea. Non soltanto un meme bidimensionale, ma una rappresentazione che chiama in causa la mascolinità, l’idea – parecchio diffusa – che quest’ultima stia vivendo una qualche crisi, e il posto che la letteratura ha nelle nostre vite.

Partiamo dall’inizio: che cos’è un maschio performativo? Come spesso accade con le tendenze della contemporaneità, il termine nasce su TikTok, ma è il New York Times, con un articolo divulgativo firmato da Alisha Haridasani Gupta e Nicole Stock, a renderlo popolare sui media di tutto il mondo. L’articolo ha un titolo chiaro – «Come riconoscere un maschio performativo? Cerca una sportina» – e un’immagine di testata ancora più esplicativa: un collage composto da una foto di un uomo trentenne con una sportina, appunto, o tote bag che pende da una spalla; una copia di Intermezzo, l’ultimo romanzo di Sally Rooney; un bicchierone di matcha latte e naturalmente un Labubu, infernale pupazzetto decisamente e inspiegabilmente di moda negli ultimi due anni.

Il maschio performativo sarebbe quindi un individuo di sesso maschile che utilizza stilemi (atteggiamenti, accessori, un certo tipo di ostentata sensibilità) tipicamente progressisti o femministi con lo scopo di rendersi più interessante agli occhi delle donne – quelle progressiste e femministe – che vorrebbe concupire. È, naturalmente, insincero: la sua è una performance, creata ad hoc per ottenere l’obiettivo romantico o sessuale. Per usare un’altra parola chiave degli ultimi anni, il maschio performativo è un manipolatore. Come certi uccelli gonfiano le piume e si dotano di colori sgargianti che non manterranno più una volta ottenuta l’assicurazione di una copula, questo esemplare di giovane uomo tende una trappola estetico-comportamentale. Non un balletto piumato, ma la copia tascabile di un libro di bell hooks.

Non è un caso che il meme del maschio performativo sia nato negli anni del trumpismo: è in atto una reazione culturale, da destra ma non soltanto, che mira a riaffermare come centrale una certa idea della mascolinità che sembrava, molto lentamente, procedere verso il tramonto. Quale mascolinità: una muscolare, poco incline alla sensibilità, sprezzante, fiera della propria forza e della propria, beh, ignoranza. Il nuovo/vecchio maschio trumpiano è ravvisabile nella moda della dieta paleolitica, nei nuovi influencer della carne rossa che creano carriere di contenuti sui loro pasti ultra-proteici di bisteccone possibilmente crude, ma anche negli imprenditori del tech (“broligarchy”, l’hanno chiamata) discepoli di Ayn Rand più vicini alla galassia Incel che a quella dei playboy dominatori di altre epoche. Una risemantizzazione postfemminista che unisce quelli che vent’anni fa avremmo diviso tra bulli e vittime in un comune revanscismo antifemminile.

Il maschio performativo, quindi, agisce in una situazione di scarsità. Sa di essere considerato poco cool dai predatori più in cima di lui nella catena alimentare, e per questo vuole distinguersi dalla maggior parte di loro. Vuole mostrarsi acculturato. Ostentare quella cultura.

C’è un altro dato rilevante sulla condizione dell’universo maschile in questo occidente in declino: gli uomini non leggono romanzi di finzione letteraria. Lo dicono tutte le statistiche: in realtà gli uomini non leggono in generale, e se leggono, leggono saggistica. Gli uomini vogliono storie vere, informazioni (che potranno poi utilizzare per spiegare il mondo alle donne). Il maschio performativo no: lui è interessato alle storie, all’invenzione, al potere creativo della letteratura. Legge autrici donne, legge storie d’amore, legge finzione profonda e difficile (Infinite Jest, il capolavoro-mattone di David Foster Wallace, è uno dei libri apparentemente più performativi che il maschio si porta dietro). Infine, il maschio performativo non segue i trend tecnologici, non possiede gli ultimi modelli dei telefoni più avanzati, forse anche in chiave anti Silicon Valley, ma ama il vintage, le cose poco pratiche perché ancora dotate di una certa poesia: ecco perché indossa le cuffiette Apple con il filo, distinguendosi dai ragazzotti del mondo della finanza costantemente in simbiosi con le Airpods bianche.

Nel corso del 2025, in diverse città, sono anche stati organizzati dei concorsi ironici per chi potesse interpretare meglio la figura di maschio performativo. Ecco quindi centinaia di ragazzi con pantaloni larghi, camicia aperta sul petto e fazzoletto annodato al collo intenti a leggere Simone de Beauvoir o Annie Ernaux, con espressioni corrucciate e una spilla sulla giacca che dice: «The future is female». La lettura performativa, infatti, è probabilmente la più importante delle attività in cui si impegna il maschio performativo, ed è qui, anche, che iniziano i problemi. I miei, almeno, o quelli a cui ho iniziato a pensare.

Come molti (maschi e non solo), soffro di una fastidiosa dipendenza per la dopamina che soltanto gli smartphone riescono a soddisfare. Allo stesso tempo, per quanto mi sforzi di abbracciarla, ho un rapporto difficile con la noia. Anche per questo giro spesso con un libro: mi piace leggere, certo, ma è anche un bel modo di non avere un telefono sempre tra le mani. E sì, è anche il mio lavoro, ma il libro che mi porto in giro è sempre un libro da piacere. Leggo se vado in autobus o metropolitana. Al ristorante da solo. In aeroporto. Al parco le domeniche d’estate quando nessuno ha voglia di uscire. Da quando l’archetipo del maschio performativo ha fatto il suo debutto sul palcoscenico di internet, e quindi del mondo, sono più reticente a farlo. Perché? Per la paura di essere visto come un maschio performativo, naturalmente. Che non sta leggendo un libro per piacere, che non sa in realtà niente di letteratura, ma che sta tendendo una qualche trappola di seduzione, o sta interpretando un ruolo patetico.

Nonostante la figura del maschio performativo sia divertente e riuscita vedo, in questa trasformazione di una serie di caratteristiche in meme, un bagaglio di rischi. Sto interpretando, qui, il ruolo del maschio invece conservatore che si sente attaccato da un meme ironico, divertente e brillante rivendicando la sua “purezza” di lettore forte e assolutamente non performativo? Forse sì. Spero di no: provo a mettere in fila qualche ragione.

Gli uomini sono orribili, è un dato di fatto. E non userò la formula che certi uomini usano per contrastare le legittime e giuste battaglie antipatriarcali, cioè “non siamo tutti così” (l’originale: “Not all men”). Chissenefrega. Gli uomini sono decisamente la parte peggiore della mela, sotto molti aspetti. E però è proprio per questo – per queste fragilità, permalosità, insicurezza represse – che il meme del maschio performativo porta con sé il rischio di spaventare quei pochi e timidi esemplari di uomini che genuinamente tentano di affrancarsi dallo stilema patriarcale, almeno culturalmente, almeno in parte. Non sto parlando di me e forse nemmeno della mia generazione, quarantenni dalla pelle ormai dura e affrancata da quel sentimento che chiamiamo cringe, forse: ma di cuccioli d’uomo ben più giovani, tendenzialmente appartenenti alla Generazione Z, che potrebbero farsi intimidire dalla ridicolizzazione a mezzo social, vissuta come l’ennesimo attacco della cosiddetta cringe culture.

Abbiamo imparato, da un paio d’anni, quanto può essere ampio il significato che la parola cringe è in grado di coprire. Un napalm di senso del ridicolo che investe qualsiasi atto, performativo o meno, postato sui social media. Per molti di noi, all’inizio, è stata la scoperta di un’unica espressione in grado di riassumere un concetto che credevamo impossibile da contenere in una parola soltanto. È stato divertente, per un certo punto. Finché il cringe non è diventata una minaccia per qualsiasi cosa (dai post social ai comportamenti nella vita reale) potesse essere un comportamento dettato dall’emotività, dalla cura, dalla passione. Ne ha parlato nel luglio 2025 lo scrittore Ocean Vuong in un’intervista, poi diventata virale, per la Australian Broadcasting Corporation. «La cringe culture è quello che ti fa dire: “Non voglio essere percepito come uno che si impegna e prova a raggiungere i suoi sogni”. Da insegnante questa cosa è orribile». Quale sarebbe il risultato: una generazione che ostenta disaffezione e cinismo, «perché il cinismo può spesso essere scambiato per intelligenza», dice ancora Vuong. E che cosa significa, questo, per la cultura? Niente di buono, specialmente in un mondo in cui – dall’Italia agli Stati Uniti – i modelli politici più in voga del momento ostentano una sfacciata avversità verso ogni cosa che abbiamo, da almeno un secolo, considerato intellettuale. Più che un antiintellettualismo reazionario o provocatorio, un bullismo ufficializzato dal timbro istituzionale.

Per poter produrre buona cultura – che sia letteratura, musica, arte performativa o pittorica o qualsiasi cosa – è però impossibile sostituire il motore del trasporto. Si può fare in privato, certo: e scrivere un libro, o girare un film, o modellare un blocco di argilla nel segreto delle nostre case, senza mai avere il problema di mostrarlo al mondo, di prenderci un bel giudizio, di esporci come artisti, scrittori, registi. Anzi: come aspiranti tali. Come qualcuno che ci prova, ci crede, non si cura di apparire disinteressato e appassionato. Ma come si genererebbe, allora, quello scambio di entusiasmo, paura del fallimento e ingenuità creativa che è il primo ingrediente dell’arte?

Ripenso anche al fatto che, secondo uno studio pubblicato nell’agosto del 2025 dalla University of Florida, la percentuale di persone che legge per piacere è crollata del 40 per cento negli Stati Uniti soltanto, che non sono l’Europa ma sono il riferimento culturale occidentale da almeno 80 anni. Allora avremmo bisogno di rendere la lettura “cool again”, per prendere un pezzo di un famoso motteggio trumpiano, di esempi incentivanti, soprattutto per un universo maschile che, tra colpi di coda del patriarcato e crisi della mascolinità, potrebbe veramente essere indirizzato in una dimensione più positiva di quella precedente e attuale. C’è un’altra parola cara ai social media che è adatta a questa speranza: normalize i maschi che leggono, e si spera non performativamente.

Davide Coppo (Milano, 1986), giornalista e scrittore. Nel 2024 ha pubblicato per Edizioni e/o il romanzo «La parte sbagliata», in corso di traduzione in diversi paesi.