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San Michele da Kyiv, difendici nella lotta

L’ufficio del turismo di Kyiv ha disseminato in città cartelli con la sagoma di San Michele e la didascalia: Kyiv ti aspetta dopo la vittoria! È molto più di un santo, è un guerriero celeste contro il male, è il protettore della capitale, icona civica e simbolo pop, venerato dai kyiviani di ogni età e stampato sulle braccia dei soldati al fronte. In un libro fantasy si allea con un serpente mitologico pur di difendere l’Ucraina dalla guerra d’invasione dei russi

Kyiv, novembre 2013, i manifestanti di Maidan scappano dalle cariche dei Berkut agli ordini del presidente Viktor Yanukovych manovrato da Mosca. Giovani, dissidenti e cittadini si muovono verso la parte più alta della capitale, ma trovano solo porte chiuse. «Continuarono a correre, finché non raggiunsero il monastero di San Michele dalle Cupole d’Oro. I monaci e i novizi aprirono i cancelli e diedero riparo ai manifestanti», racconta oggi l’arciprete Mykhailo Omelian, addetto stampa della Chiesa ortodossa dell’Ucraina. L’arciprete porta proprio il nome di Michele e lo incontro alla fine della messa presso lo stesso monastero dalle Cupole d’Oro. La cattedrale di San Michele fu completata nel 1113, demolita a colpi di esplosivo nel 1937 dall’Unione Sovietica, ricostruita dall’Ucraina indipendente alla fine degli anni Novanta e riconsacrata nel 1999. Poi, nel 201314, il monastero diventò più che un semplice rifugio per i militanti del Maidan: per mesi il complesso si trasformò in infermeria, ospedale, obitorio, tendopoli, mensa. «Anche solo questo evento ha giustificato la ricostruzione di questa grande cattedrale», spiega Omelian, «Dio aveva un piano per la cattedrale di San Michele dalle Cupole d’Oro. Abbiamo visto quale fosse». Nella notte dell’11 dicembre 2013, per la prima volta da secoli, le campane del monastero suonarono l’allarme e chiamarono i kyiviani a difendere il Maidan Nezalezhnosti. Sul Maidan c’è un altro San Michele: quello che si innalza sopra un arco eretto a inizio anni Duemila, a pochi passi da dove gli archeologi individuarono la porta meridionale della città antica, quella sfondata dalle orde mongole di Batu Khan nel 1240. Statua in bronzo e oro che non aveva soddisfatto tutti: corpo poco angelico, esuberante, minaccioso. Si è rivelata il presagio di un santo che in quella piazza ha poi affrontato sangue, violenza, guerra.

Archistratega, sommo comandante nella lotta contro il male, per ortodossi e greco-cattolici. Arcangelo e principe della milizia celeste per tutti i cristiani, inclusi cattolici romani e protestanti. Eroe armato nei patch militari. Emblema sui vessilli cosacchi. Figura cruciale dello stemma di Kyiv nei secoli, cancellato dai sovietici e rimesso al suo posto nel 1995. San Michele non è solo un’icona religiosa della capitale ucraina. È simbolo civico, da stemma della polizia locale a logo dei servizi comunali. Con la guerra è divenuto anche segno di coraggio laico, che si muove silenzioso accanto a icone pop come Saint Javelin. In queste settimane, nella capitale si possono vedere dei cartelloni con la sagoma di San Michele e con sopra scritto, per lo straniero: «Kyiv is waiting for you after the victory!». Li firma l’ufficio turistico del comune.

«Gli ucraini custodiscono Kyiv come cuore spirituale, città di chiese e cattedrali il cui santo patrono e simbolo ultimo è l’Arcangelo Michele. Al tempo stesso, non tutti gli abitanti attuali della capitale venerano davvero questa tradizione. Ma i kyiviani multigenerazionali trattano l’Arcangelo Michele con immensa reverenza. È stato così nei secoli, sia prima dell’arrivo dei russi sia dopo», spiega Olha Nedavnia, ricercatrice di studi religiosi all’Istituto di Filosofia Skovoroda dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Ucraina. Sull’Archistratega, il comandante delle schiere celesti, la ricercatrice sottolinea: «È il capo dei guerrieri in cielo e, allo stesso modo, guida e dirige i cammini dei guerrieri sulla terra. Ma esclusivamente quei guerrieri che prendono le armi per una causa giusta, cioè la giusta difesa della propria patria». Quando le faccio notare che anche i militari russi usano Michele come patrono, Nedavnia non esita: «Credo che, quando l’hanno fatto, l’Arcangelo si sia adirato. Li ostacolerà con ogni mezzo».

Ma a Kyiv c’è di più. La figura del santo si salda al folklore della città: «Secondo una tradizione locale, il difensore della città non è ostile agli altri abitanti mitici delle nostre terre leggendarie», racconta Nedavnia, «Ci sono iconografie in cui San Michele colpisce un serpente con la spada. Nella tradizione cattolica, di solito, non è un drago ma il diavolo. A Kyiv, al contrario, San Michele non combatteva sempre contro il nostro drago locale, Zmiy Horynych: cooperava con lui».

Nel 2024 è uscito in ucraino il romanzo fantasy Dity vohnennoho chasu, (Figli del tempo di fuoco), di Mia Marchenko e Kateryna Pekur. Di successo tra i lettori più giovani, il libro immagina Michele e lo Zmiy saldati in un solo corpo di guerriero, uniti a combattere nella primavera del 2022 contro Lykho, il leviatano dell’aggressione russa.

«Abbiamo messo insieme l’Arcangelo e lo Zmiy, perché era esattamente così che ci sembrava allora», spiega oggi Marchenko: «La mobilitazione della forza interiore di ogni ucraino era così intensa, la nostra unità così senza cuciture, che pareva impossibile che perfino quei due eterni antagonisti non unissero le forze in quel momento, per proteggere la nostra terra e non consegnare la capitale al nemico». Entrambe le scrittrici sono rimaste nella città sotto assedio. «Quel tempo di fuoco l’abbiamo attraversato da parte a parte, e l’abbiamo sentito addosso. Nei primi mesi dell’invasione su larga scala, sotto i bombardamenti continui, pregavamo tutti il patrono e difensore della città», ricorda Marchenko, «Di giorno, invece, i segni che mi lanciavano le strade vuote di Kyiv mi mostravano che neanche lo Zmiy kyiviano dormiva. Era difficile non pensare a un intervento della natura stessa quando il fiume Irpin’ tornò a riempire le proprie sponde – allagando le paludi che storicamente avevano protetto Kyiv – per fermare l’avanzata dei carri armati nemici». «Lo Zmiy mi parlava nei tunnel della metropolitana, dove portavo medicine alle persone che ci vivevano da mesi, senza mai risalire in superficie», aggiunge Marchenko. Un Arcangelo cristiano che si allea con un serpente che non rappresenta più il male, ma «il caos primordiale, l’imprevedibilità, una vitalità incredibile e tenace».

Dall’agosto 2025, il Museo Nazionale di Storia dell’Ucraina, a due passi dalla chiesa di Sant’Andrea, ha allestito un’intera mostra dedicata al santo. Si intitola con una domanda, che è lo stesso nome ebraico di Michele: mi-kha-El. «Chi è come Dio?», «Khto yak Boh?». Gli zmiyovyky, medaglioni del XIIXIII secolo: San Michele sul dritto e, sul rovescio, una divinità serpentina. Icone di villaggio e cromolitografie, calici d’argento, copertine di Vangeli. Insegne armate: una sciabola cerimoniale polacca, l’Arcangelo in rilievo sull’elsa d’osso. Michele era anche lo stemma del voivodato di Kyiv, quando la città faceva parte della Confederazione polacco-lituana. Lungo la lama della sciabola, in oro: Fortunam Deus dat. Gloria et victoria vi adipiscitur. Nel Novecento, l’Arcangelo fu simbolo usato dai volontari ucraini in Galizia e dai nazionalisti dell’Oun, il museo ne espone i segni. E poi una bandiera cosacca, riproduzione dello stendardo della Nova Sich del 1770: Michele in armatura dentro una cornice dorata. Undici secoli prima, dall’altra parte d’Europa, i longobardi convertiti avevano riconosciuto in Michele i tratti di Godan, dio della guerra e protettore dei loro eroi. I cosacchi erano già ortodossi da secoli, ma arrivarono allo stesso punto nel cristianesimo: venerare il santo più autorizzato a portare la spada. Una teca intera della mostra, infine, è dedicata ai distintivi da braccio dei reparti ucraini che oggi portano San Michele, tra cui le Forze d’Assalto Aeree, che hanno l’Arcangelo come patrono.

Molti di quegli stessi patch si possono comprare a 100 o 150 hryvnia uscendo dal museo, camminando poche decine di metri e scendendo a sinistra lungo la Salita di Sant’Andrea. Qua le bancarelle offrono stemmi in velcro che riproducono quelli originali dei militari e delle forze speciali. Ci sono anche i fantasiosi “morale patches”, che riprendono simboli guerrieri, provocazioni beffarde al nemico, estetica ribelle. San Michele compare in molteplici versioni, insieme ai disegni della cultura ucrainocosacca. Durante la tentata invasione di Kyiv del 2022, un ruolo fondamentale nel respingere i russi fu svolto dalle Tdf, le brigate territoriali, nate come formazioni di difesa popolare e divenute parte integrante dell’esercito con la guerra. Nella difesa della capitale e dell’oblast di Kyiv sono state protagoniste Tdf come la 112ª e la 114ª brigata. Il patch della 112ª è un arco stilizzato con una freccia dentro un cerchio dorato: richiamo diretto alla tradizione della Kyiv cosacca e al suo spirito di resistenza. Il patch della 114ª raffigura invece San Michele: tiene nelle mani una spada e il fodero da cui l’ha estratta, la spada è rivolta verso il basso. Dettaglio che può significare che l’Arcangelo non aggredisce ma è pronto, non sguaina per primo ma certamente non rinfodera. Difende. In altri simboli o patch, Michele ha invece la spada verso il cielo, più offensiva, come quella della stessa statua scura e dorata di Maidan. Del resto, che siano i coltelli cosacchi o le spade benedette nella pericolosità del malicidium, anche la storia nazionale ucraina è densa di sangue, proprio e altrui.

Oggi in Ucraina c’è una guerra di difesa e contrattacco, in cui sempre più famiglie piangono un soldato ucciso al fronte, un amico o un familiare massacrato dai missili e dai droni russi. Giovani, anziani, uomini, donne, bambini, neonati, assassinati dall’imperialismo russo. Nonostante chiese, cattedrali e ritualità trasversali, non è un mistero che la guerra ferisca e uccida anche la fede. Come può, Dio, esistere qui? Al fronte e nelle città martoriate da anni dalle bombe, di Dio si sente spesso soltanto il silenzio. Dovuto alla sua inesistenza o alla sua imperscrutabilità o a un lungo Sabato Santo senza segni. Ma nel Donbas, a Kharkiv, sul fronte di Zaporizhzhia, credenti o meno, i soldati ucraini continuano a portare anche i patch con l’Arcangelo. Perché proprio dove Dio non esiste, è necessario che esista. E se anche tace, c’è sempre San Michele da Kyiv.

Lorenzo Monfregola (1982), giornalista freelance. Si occupa di Esteri, conflitti e terrorismo. Ha scritto i romanzi «Gli annegati» (Il Saggiatore, 2021) e «La città dei Serpenti» (Polidoro, 2025).