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Sbattuta dalle onde, Parigi non è affondata

Quali sono gli effetti del terrorismo sulla salute pubblica? Dieci anni dopo gli attentati di Parigi, è evidente che il sostegno sociale è fondamentale per curare le persone esposte al trauma, anche per questioni pratiche come le fatture del terapeuta. Il nuovo equilibrio dei sopravvissuti, le parole della memoria collettiva e un monumento che invita a pensare

Nella notte tra il 13 e il 14 novembre 2015 il collettivo di street artist Grim Team ha dipinto su un muro di Place de la République un murale in bianco e nero, imponente. Poche ore prima un commando di terroristi affiliati allo Stato islamico aveva attaccato la capitale francese in più punti: l’ingresso dello Stade de France, la sala per concerti Bataclan, alcuni locali con i tavoli all’esterno. Il murale recava scritto il motto di Parigi, “Fluctuat nec mergitur”, sbattuta dalle onde ma non affonda. Dieci anni dopo ho contattato gli artisti via Instagram per domandare loro se credono sia ancora così.

«I parigini sono stati colpiti duramente e non dimenticheranno né perdoneranno mai», è la risposta. L’autore anonimo del messaggio racconta dal profilo del Grim Team che conosceva direttamente una delle 130 vittime di quella notte, una ragazza che si trovava al Bataclan. «La gente ci va ancora per i concerti, dimostra che non ha paura e lo stesso vale per i bar e le terrasse. Il terrore non funziona a lungo termine».

Quando però si parla degli effetti sulla salute pubblica degli attentati terroristici, si guarda proprio al lungo periodo. «Possiamo affermare in base alla letteratura scientifica e all’esperienza maturata dopo l’11 settembre che l’impatto psicologico dieci anni dopo un attentato è sicuramente ancora molto forte». Yvon Motreff è un epidemiologo che lavora nell’agenzia francese per la salute pubblica, Santé publique France. Pochi mesi dopo l’attentato l’agenzia ha lanciato l’Enquête de Santé publique Post-Attentats de Novembre 2015 (Espa 13 Novembre), uno studio mirato a comprendere l’impatto psicotraumatico dell’evento su un campione iniziale di circa 1.400 persone a rischio di disturbo post traumatico da stress perché direttamente coinvolte negli attacchi. Si tratta sia di civili – sopravvissuti, testimoni, familiari delle vittime – sia di primi soccorritori – poliziotti, vigili del fuoco, persone che nell’immediato hanno lavorato al ripristino dei luoghi dove si sono svolti i fatti di quella notte. I partecipanti allo studio hanno ricevuto un questionario di valutazione online, cui erano chiamati a rispondere due volte, otto mesi dopo l’evento e a cinque anni di distanza. Nel 2020 il 38 per cento dei civili intervistati rientrava ancora nei criteri per la diagnosi di un Ptsd; tra i primi soccorritori il 9 per cento rientrava pienamente e il 22 parzialmente. Non tutti, però, sono riusciti a chiedere aiuto e ottenere le cure necessarie, soprattutto tra i primi soccorritori. Tra le ragioni, spiega Motreff, c’è stata «una mancanza di riconoscimento del bisogno di cure, barriere organizzative ed economiche e la paura di essere stigmatizzati. Sentono di dover essere forti».

Il primissimo intervento psicologico per le persone esposte al trauma degli attentati è stato organizzato tramite le Cellules d’urgence médico-psychologique (Cump), unità di intervento rapido composte da psichiatri, psicologi e altro personale specializzato che si attivano in caso di eventi con effetti psicotraumatici sul territorio francese. Sono state istituite all’indomani dell’attentato del 1995 alla stazione ferroviaria di Saint-Michel, sempre a Parigi: in quell’occasione una bomba esplose causando la morte di 8 persone e il ferimento di altre 150; fu rivendicato dai terroristi algerini del Gruppo islamico armato. Nonostante l’intervento delle Cump e della sanità pubblica, non tutti coloro che avevano e hanno ancora bisogno di aiuto sono stati raggiunti. «Vediamo ancora significativi bisogni sanitari insoddisfatti, sia tra coloro che sono direttamente colpiti sia tra coloro che non sono stati direttamente colpiti ma potrebbero comunque aver bisogno di cure», conferma Lise Eilin Stene, professoressa di ricerca presso il Norwegian Center for Violence and Traumatic Stress Studies, e membro del Centre national de ressources et de résilience (Cn2r) in Francia. Stene ha collaborato con l’agenzia Santé publique France dopo gli attacchi del gennaio del 2015 alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo e al supermercato Hypercacher. A novembre è stata subito ricontattata. In tutti questi anni ha incontrato molte vittime dirette, familiari, personale sanitario, organizzazioni e autorità francesi.

A seguito dell’attentato si sono formati gruppi di supporto tra le vittime ma quella notte sono state coinvolte associazioni già esistenti, come Paris Aide Aux Victimes (Pav75). «Mi ha chiamato il procuratore – ricorda la direttrice Carole Damiani – in modo che potessimo andare direttamente sul luogo dell’attacco ma si è rivelato troppo pericoloso in quel momento, non sapevamo se ci fossero ancora terroristi. Così, abbiamo mobilitato la squadra qui all’associazione e quello stesso giorno ci sono stati i primi contatti telefonici con le vittime. Dal giorno successivo, abbiamo iniziato a incontrarle». Paris Aide Aux Victimes è un’organizzazione storica, riconosciuta e finanziata dalle istituzioni, che offre sostegno psicologico, giuridico e sociale alle vittime di calamità naturali, incidenti stradali, reati penali e, ovviamente, atti terroristici. Oltre al primo intervento, il gruppo diretto da Damiani ha accompagnato le vittime durante i mesi del processo ai complici e all’unico terrorista rimasto in vita quella notte, Salah Abdeslam. Chi è rimasto colpito dall’attentato ha avuto bisogno anche di aiuto in modi molto pratici: occuparsi dei figli piccoli, trovare nuovi appartamenti adatti a chi ha riportato certi tipi di lesioni, richiedere dei cambiamenti nelle mansioni lavorative, ricercare occupazioni più adatte al corso diverso della propria vita. E adesso, trascorsi dieci anni, per qualcuno si sta presentando anche il problema del trattamento pensionistico. «Alcuni hanno smesso di lavorare per un po’ e questo ritarda la pensione», fa notare Damiani.

Pochi mesi dopo gli attentati, nel gennaio del 2016, centinaia di persone – sopravvissuti, familiari, soccorritori – si sono riunite nell’associazione Life for Paris per ragionare su cosa sarebbe venuto dopo. Una delle prime esigenze è stata scambiarsi informazioni sul supporto psicologico che stavano ricevendo: dalle tecniche impiegate ai nomi degli specialisti migliori. Arthur Dénouveaux, presidente di Life for Paris, la sera del 13 novembre era nella platea del Bataclan. Quando sono iniziati gli spari è stato spinto dalla folla verso il basso; ha strisciato verso un’uscita di sicurezza. Una volta in strada, si è ritrovato con alcuni membri della band che suonava quella sera, gli Eagles of Death Metal; li ha messi su un taxi, è tornato a casa. Sottolinea che non esiste uno standard di trattamenti per le vittime di atti come quello del 13 novembre, quindi ci sono sempre controversie su cosa funziona e cosa no: «È molto complicato, perché sei traumatizzato e nessuno è in grado di dirti che cosa tentare». Un altro aspetto cruciale è districarsi per ricevere il rimborso delle sedute di psicoterapia dovuto in quanto vittime di terrorismo. Life for Paris rileva soprattutto un problema di organizzazione nel rapporto tra vittime e stato: servirebbe, a loro dire, avere un funzionario pubblico come unico referente da contattare, che sappia rapportarsi ai diversi dossier che riguardano ogni persona che ha bisogno di supporto dopo un evento simile, perché ci sono aspetti sanitari, giuridici, sociali.

Dénouveaux e gli altri di Life for Paris, la cui età media oggi è tra i 35 e i 45 anni, hanno presto instaurato l’abitudine di riunirsi regolarmente per uscire insieme in modo spontaneamente terapeutico, andare in un locale, riappropriarsi della propria vita sociale negli spazi pubblici. Il bisogno all’inizio era più forte e nel tempo si è ridotto ma continuano a frequentarsi, negli incontri fissi del primo giovedì del mese oppure organizzandosi tra loro autonomamente.

Non sono trascorsi dieci anni solo dagli attentati del 13 novembre a Parigi; è trascorso questo tempo anche dall’immediata reazione di coesione sociale per le vie della città. Il meccanismo è lo stesso che scatta subito dopo ogni attacco terroristico: veglie spontanee, manifestazioni, attestati di solidarietà. Ma poco dopo si innescano tensioni sociali che durano mesi, anni. «In Francia si è visto chiaramente con Je suis Charlie: uno slogan diventato virale, che ha mobilitato milioni di persone nel gennaio del 2015, ma ha anche scatenato infiniti dibattiti su chi fosse o non fosse Charlie, o chi non fosse veramente o completamente Charlie, e poi, pochi mesi dopo, chi lo fosse ancora o non lo fosse», ricorda il sociologo Gérôme Truc, rammentando l’attentato del gennaio 2015 contro la redazione della rivista Charlie Hebdo. Truc svolge attività di ricerca presso il Cnrs, Centre national de la recherche scientifique, ed è direttore aggiunto dell’Institut des Sciences sociales du Politique. «Si tratta – spiega – in realtà di due facce della stessa medaglia: ci si schiera uniti contro l’aggressore, si genera un’ondata di solidarietà, ma allo stesso tempo questa ondata genera dibattiti interni, che alimentano le tensioni e possono lasciare cicatrici durature, soprattutto quando si verificano in rapida successione, come nel caso della Francia».

Nel tempo si diluisce anche il sostegno sociale offerto a chi continua ad affrontare dei disturbi mentali – Ptsd, depressione, ansia – causati dagli attentati. Damiani mi ha fatto comunque notare come alcune vittime si dedichino oggi ad attività di prevenzione nelle scuole, nelle carceri, offrendo la propria testimonianza. «Ci sono molti che sono rimasti colpiti, ma che fanno anche qualcosa di costruttivo», dice. Secondo Dénouveaux nell’opinione pubblica l’attenzione nei confronti delle vittime è rimasta, qualcosa di quell’emozione iniziale non si è del tutto dissipata. Piuttosto, è quando si va a guardare nelle pieghe delle relazioni interpersonali, nelle famiglie, tra le persone amate, che le cose si fanno più complicate. «Tendono a dire: “Sono passati dieci anni, vai avanti”, oppure: “Ho letto degli articoli sulla resilienza, dovresti fare in questo modo”», racconta.

Resilienza in questi anni è diventata una parola alla moda, utilizzata spesso impropriamente.

«Ci sono due cose che mi danno fastidio – spiega Dénouveaux – La prima è che si crede che qualunque cosa ti accada tornerai a essere chi eri prima. Si tratta di trovare un nuovo equilibrio ma non di tornare a essere chi eri prima. Il secondo punto è che in qualche modo nei media mainstream la resilienza viene mostrata come qualcosa che tutti abbiamo dentro di noi, si crede che possiamo essere tutti resilienti» e questa narrazione «in un certo senso cancella le differenze tra le persone, tra le loro storie». Le vittime degli attentati terroristici hanno visto crescere negli ultimi anni anche l’uso comune della parola trauma. Pur riconoscendo che è meglio che non parlarne affatto, Dénouveaux nota: «La gente parla di trauma anche per eventi non traumatici, ma almeno per persone come noi – che hanno vissuto un vero trauma – è in qualche modo scontato quello che si intende davvero, no?».

Lo studio su chi quella notte è stato esposto al rischio di Ptsd si è concluso e Motreff e i suoi colleghi e colleghe stanno adesso lavorando sugli effetti degli attentati in senso sempre più ampio, concentrandosi sui dati che riguardano i permessi per malattia, su chi ha cambiato lavoro oppure ha chiesto un trasferimento. Gran parte dei disturbi mentali, incluso il Ptsd, generano dei costi di salute, sociali ed economici per la società. Ma misurare lo stato di salute mentale delle vittime di attentati non è unicamente una questione di produttività persa, è anche un mezzo per rinsaldare i legami sociali che rischiano di sfilacciarsi dopo uno choc sociale di tale portata. «Dalle ricerche emerge che uno dei principali fattori che possono aiutare a prevenire il disturbo da stress post-traumatico è il sostegno sociale», spiega Lise Eilin Stene. Oggi il terrorismo di matrice islamista è scivolato in fondo alla lista delle preoccupazioni dei francesi, e anche nostre. Guerre ibride, cambiamento climatico, estremismo politico che sfocia nella violenza.

«Dobbiamo prepararci a traumi di portata ancora più ampia degli attacchi terroristici. Quindi, come possiamo far sì che la popolazione si interessi al fatto che il sostegno sociale sia così importante?», si chiede Stene. Parte della risposta potrebbero offrirla le testimonianze raccolte dallo storico Denis Peschanski, ricercatore emerito del Cnrs. Sette anni prima degli attentati di Parigi, Peschanski e il neuropsicologo Francis Eustache hanno iniziato a collaborare sul tema della memoria collettiva, considerata anche dal punto di vista delle dinamiche cerebrali.

«Subito dopo gli attacchi del 13 novembre 2015 per noi era ovvio. Dovevamo rispondere con le nostre armi: la ricerca e la conoscenza», ricorda Peschanski nel raccontare la nascita del Programme 13-Novembre, un progetto transdisciplinare sulla comprensione dell’impatto degli attentati sulla società francese. Il progetto include diversi studi, tra cui Espa 13 Novembre e uno sul ricordo degli eventi, l’Étude 1000: mille volontari, intervistati per quattro volte nel corso di dieci anni, dal 2016 al 2026. Finora sono state registrate 4.500 ore di filmati pronti per essere studiati con diversi strumenti, per esempio analizzando gli errori commessi si confronta la verità della testimonianza con la verità dei fatti, oppure si possono condurre analisi statistiche sulle parole scelte per raccontare quella notte. Lo storico insiste sul concetto di condensazione della memoria, come nella memoria collettiva alcuni ricordi sfumino e altri no. Per esempio, nel tempo le persone tendono ad associare i fatti del 13 novembre solo al Bataclan e non anche agli altri luoghi degli attentati, rischiando di dimenticare quelle vittime. «Ecco perché – conclude Peschanski – dal mio punto di vista, questa ricerca scientifica è molto importante se vogliamo proteggere la popolazione da questi attacchi e dal meccanismo dell’oblio».

Tra poco più di due anni, salvo ritardi, la Francia avrà il suo museo e memoriale sul terrorismo. Mentre nel memoriale saranno iscritti i nomi di tutte le vittime francesi del terrorismo in patria e all’estero, il museo ha l’ambizione universalistica di abbracciare il fenomeno del terrorismo di ogni matrice negli ultimi cinquant’anni, sul territorio nazionale e all’estero. Élisabeth Pelsez è la direttrice generale di quello che sarà il Musée-mémorial du terrorisme. Le ho chiesto come intendono difendere questo carattere universalistico in tempi di forti divisioni politiche e lei ha risposto che il museo sarà un luogo per invitare le persone a pensare.

«Per esempio, a un certo punto della mostra, ci sarà una domanda che verrà posta al pubblico. Qual è l’equilibrio tra libertà e repressione? Qual è l’equilibrio tra le libertà individuali e la necessità di combattere il terrorismo?».

Per la collezione permanente hanno già raccolto circa tremila oggetti, donati dai sopravvissuti, dai familiari delle vittime, da altre persone coinvolte. Un giornalista che è stato ostaggio dell’Isis ha donato lo spazzolino da denti che aveva durante la sua detenzione e che i suoi sequestratori gli hanno tagliato perché non volevano che lo usasse come arma. Saranno esposti anche reperti che arrivano da processi conclusi, come quello a Salah Abdeslam.

Ho domandato ad Arthur Dénouveaux se è vero, come si legge, che quel processo ha aiutato le vittime. Risponde che è così e non solo per un senso di giustizia o per l’effetto catartico. «Dieci mesi sono un periodo molto lungo – mi dice – e si raccolgono dettagli anche su ciò che ciascuno dei collaboratori dei terroristi ha fatto sei mesi prima degli attacchi. Questo in un certo senso aiuta a sentirsi annoiati dal 13 novembre. E anche questa noia è positiva perché a un certo punto devi stancarti per volertene liberare».

Jessica Mariana Masucci (Avellino, 1988), è una giornalista. Ha scritto «Il fronte psichico Inchiesta sulla salute mentale degli italiani» (Nottetempo, 2023). Ha una newsletter, “Stati di salute”.