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Sempre dalla parte delle bambine ribelli

Per Adela Turin era urgente pensare ai bambini e alle bambine, per questo si separa da Rivolta Femminile nel 1975 e inizia la sua mirabolante e rivoluzionaria avventura editoriale, la casa editrice Dalla parte delle bambine. Favole di libertà, amicizia, ribellione. Contro “le cento micidiali guerre maschili”. I diritti sono scaduti, ma le bambine leggono Adela in tutto il mondo

Per un po’ di tempo – qualche mese o qualche anno – si sentì, debole e lontano, il rumore dei cannoni. La sera, ogni tanto, mentre suonavano le chitarre e cantavano sul terrazzo del castello, vedevano in lontananza i fuochi della guerra; e nei giorni trasparenti dell’autunno videro qualche volta fumare una collina, all’orizzonte». Leggo queste parole rintanata ai piedi di un letto troppo piccolo per me, mentre mia figlia mi intima di non fermarmi. Di continuare a leggere. È incuriosita da questo libro lungo e sottile, diverso da tutti gli altri che ha in camera. Cerca di sbirciare i disegni, mi chiede di queste donne e di questi bambini che fuggono dal paese di Re Valerio, dove non ci sono più né alberi né fiori, né uccelli né farfalle: «Questa è la guerra, vero?».

Sono centosessantaquattro vedove e orfani di guerra, guidati dalla regina Delfina e dalla principessa Melyna. Cercano un luogo sicuro dove costruire una nuova società: in attesa dell’esilio hanno scritto, tutti insieme, madri e bambini, un grande libro di storie per immaginare il mondo lontano dai campi di battaglia. Le discendenti della regina lo tramanderanno ai posteri così: «Considerazioni sulle cento micidiali guerre maschili».

Leggo queste parole da quando mi sono messa sulle tracce della loro autrice. Piccole aste virtuali per aggiudicarmi un volume in lingua italiana oramai raro, fondi di magazzino riesumati, ultime copie acquistate online mentre il sistema di conteggio mi avvisa: “disponibilità, solo tre”. Qualche ben informato rivende la propria copia sui siti dell’usato a caro prezzo, mentre nessun editore italiano sembra detenere più nessun diritto su questi scritti. Le parole sembrano essere destinate a scomparire per sempre. Eppure Adela Turin in Spagna è ancora una delle autrici più celebrate nella letteratura per l’infanzia. In Francia

la mitica casa editrice Éditions des femmes la annovera tra le sue scrittrici storiche di spicco. La prefazione del libro che stringo tra le mani, Melaracconti, sembra già un monito e un presagio: «Negli anni Settanta, Dalla parte delle bambine fu all’origine di un’esperienza editoriale unica, pubblicando volumi illustrati che presentavano con humour e in modo concreto e intelligente il problema del rapporto tra i sessi, fornendo anche a genitori e insegnanti gli strumenti di dialogo con i bambini su un problema ancora oggi cruciale. Da allora, rari sono stati i libri per bambini che hanno affrontato questo tema, e ancora in atto sono i tentativi di ottenere una definitiva parità». Così l’editore Motta ricordava un’avventura editoriale mirabolante e rivoluzionaria: alla fine degli anni Novanta questi libri, ripubblicati nella collana I Velieri, divennero una reliquia da conservare e custodire come profezia per le generazioni future. Le bambine e i bambini ribelli erano già qui, ma noi li stavamo dimenticando.

Tutto era nato in un tempo terribile e incredibile. Nel 1975, non a caso. E non a caso è da una rottura che parte questa storia: quella con Rivolta Femminile di Carla Lonzi, Elvira Banotti e Carla Accardi, da cui Adela decide di separarsi in disaccordo con la strategia editoriale di Lonzi. C’era da pensare alle bambine e ai bambini, e bisognava farlo al più presto.

Piccola milanese emigrata in Argentina, studentessa a Parigi e poi direttrice dell’ufficio stile della Rinascente di Milano, Adela fonda così un piccolo collettivo insieme a due amate e fidate colleghe, l’illustratrice Nella Bosnia e la grafica Francesca Cantarelli. Si fanno chiamare Contact Studio, iniziano subito a creare libri per l’infanzia con Giunti e Mondadori. Ma per il trio non è abbastanza. Il desiderio di fare qualcosa di rivoluzionario è forte, qualcosa che in Italia non si è ancora mai visto e che provochi un vero cambiamento culturale. Bisogna immaginare mondi nuovi, inventare nuove favole che educhino le bambine e i bambini ai diritti, che mettano in discussione i ruoli sociali e familiari nella letteratura. Favole che propongano nuovi modelli di rapporti e di comportamento tra i sessi: bisogna insomma mettere in discussione la fiaba classica da un punto di vista femminista. E quindi, a beneficio di tutta la società. A Parigi, dove aveva persino creato per Lanvin, la giovane Adela era diventata amica di Antoinette Fouque, leader del Movimento di Liberazione della Donna e fondatrice della casa editrice Éditions des femmes. Educare le bambine e i bambini alla libertà dai ruoli imposti, scardinare l’ordine prestabilito e rifondare l’educazione dell’infanzia con coraggio e creatività diventa così una missione. In quel tempo era imprescindibile farlo in totale connessione con le altre: «Essendo tre, tutte donne, e con molta voglia di realizzare e realizzarci – scriveranno poi Adela, Nella e Alessandra – era logico che il problema femminista ci toccasse molto da vicino». Ispirate dal pensiero e dal famoso saggio di Elena Gianini Belotti, che dà la sua benedizione all’utilizzo del nome, nasce così “Dalla parte delle bambine”, prima solo collana e poi casa editrice con sede in via Turati 38 a Milano. È una scommessa, certo. Forse un azzardo. Ma funziona. È solo l’inizio di un caso editoriale oggi dimenticato che porterà alla vendita di migliaia di copie in tutto il mondo e alla traduzione in più di dieci lingue diverse. Si pubblica in collaborazione con le Éditions des femmes in Francia, con la casa editrice Lumen in Spagna, si va persino alla Fiera di Francoforte. DPDB verrà premiata alla Fiera di Bologna per ben tre volte. Per la prima volta arrivano così sugli scaffali delle librerie di tutta Italia parole nuove intrise di ribellione, coraggio e ironia, personaggi mai creati prima e pensati per dare ai bambini gli strumenti per crescere e poi creare una società migliore. C’è l’elefantina Pasqualina, reclusa in un recinto e costretta con le sue coetanee a nutrirsi solo di anemoni e peonie per diventare rosa, requisito imprescindibile per trovare marito, e a indossare calzini, colletti e fiocchi tutti rosa mentre guarda al di là del recinto i piccoli maschi divertirsi a rotolare nell’erba e nel fango. Pasqualina però rimane sempre grigia, e infrante le aspettative familiari nessuno la controlla più. Solo allora può fuggire: scappa dal recinto e corre a rotolarsi con gli elefantini, dando vita alla rivolta che porta tutte le coetanee a liberarsi dagli indumenti rosa conquistando la libertà. Anche dall’ossessione di essere tutte belle come vogliono i grandi, tutte uguali. In Rosaconfetto Pasqualina si sfila non solo l’abito rosa, ma anche l’abito confezionato dagli adulti: è libera per sé e per le altre.

In Melaracconti c’è un re guerriero che regna su un impero di morte e rovina, ma le donne e i bambini si rifiutano di accettare questo destino e vogliono costruire un nuovo mondo, un mondo vivo: «Quando Melyna aveva quattro anni la regina Delfina pensò che fosse giunto il momento di insegnarle a leggere. Per diversi giorni cercò nella grande biblioteca del palazzo un libro che non parlasse di guerra, che non fosse un trattato di balistica o un manuale di strategia. Non ne trovò nemmeno uno. Così decise di scriverne uno lei». C’è poi Ita, la bambina più piccola del villaggio più piccolo del mondo abitato solo da donne minuscole la cui unica attività è preparare panini per gli uomini. Da qui il titolo del libro, Storia di panini, illustrato da Margherita Saccaro. Gli uomini scrivono i giornali e gli annali del villaggio nella “grande casa”, interdetta alle donne. Ma Ita, curiosa e coraggiosa, non ci sta. Si nasconde in un cesto di panini ed entra da infiltrata nel mondo degli uomini: assunta per temperare matite scopre che le notizie scritte dagli uomini parlano solo di loro e delle loro imprese, e non dicono nulla del villaggio, del lavoro delle donne o dei bambini. Tornata a casa racconta la sua avventura: grazie a lei le donne iniziano a riunirsi da sole per la prima volta. Per parlare tra loro e solo di loro, per trovare nuove parole per nominare le cose. Ci sono poi le cinque mogli del ricco maharajah Barbabrizzolata, che decide di sposarsi in un inverno in cui si annoia troppo. Geloso dei talenti di ognuna le confina nel Palazzo Smeraldo. Le donne fanno squadra, scappano dalla reggia e iniziano un tour itinerante per il regno portando in scena la parodia del despota geloso.

Nella graphic novel Aurora Adela racconta anche la vita di George Sand, al secolo Amantine Aurore Lucile Dupin: nel 2026, dopo l’appello di sessanta autrici farà probabilmente il suo ingresso nel Panthéon tra gli immortali, ottava donna nella storia di Francia.

C’è poi la principessa Camelia che scappa dalla torre gridando «Maiepoimai!» al matrimonio combinato con il principe bello e ricco imposto dai genitori. Per la prima volta però alla fine la principessa non sposa né il principe, né fugge sola dalla torre: va a vivere in riva al mare con la maga del castello, Clarissa, iniziando con lei una nuova vita.

Recupero per mia figlia questi testi come reliquie. Sono storie di emancipazione, di amicizia e ribellione, di indipendenza e poesia, di serietà e leggerezza. Insegnano alle bambine anche cosa sia l’amore, perché no: quello per la vita, ma soprattutto per sé stesse. Sono storie dove gli uomini potenti che vogliono fare la guerra vengono lasciati soli nella loro folle tracotanza, favole dove i principi non hanno l’obbligo di salvare le principesse. Perché ci si può anche salvare assieme, se va bene. Ma prima ci si salva da sole.

Parlaci ancora, Adela. Perché i dubbi, le urgenze del tuo lontano presente sono ancora qui tra noi. Oggi più che mai l’educazione delle bambine e dei bambini è di nuovo tema di scontro civile e politico, moneta di scambio per un voto in più. Le tue parole del futuro erano già lì, ma come spesso accade sono state dimenticate. Come per tante altre scrittrici anche Turin è stata spinta nell’oblio indecoroso pagato da tante autrici del Novecento. Un paradosso tipicamente femminile e tipicamente italiano, un oscuramento sistematico mentre lettrici e lettori in tutto il mondo nominano ancora il loro nome. Certo non sorprende, in un paese in cui l’educazione affettiva è ancora un tabù negato, mentre nei licei compaiono sui muri le liste degli stupri; mentre alle bambine, ancora alle bambine, si chiede di curare, di educare i propri simili. Di stare all’erta. Non sorprende neanche che proprio queste parole abbiano iniziato la discesa nell’oblio sulla soglia degli anni Ottanta, quando il riflusso ha inghiottito tutto. Basta testi impegnati, basta elucubrazioni da femministe anche sui bambini: sono solo favolette, avranno detto. È arrivato il tempo della festa sfrenata. L’esclusione dal canone letterario nazionale era già alle porte, Adela decise di chiudere la casa editrice nel 1983. Si trasferì prima a Parigi, dove fondò Du Côté Des Filles, l’organizzazione europea che tra le prime si occupò di combattere il sessismo e di studiare la condizione delle bambine in Europa con un’attenzione particolare ai libri per l’infanzia. Poi tornò a Milano, chiuse con l’impegno civile e infine fuggì ad Atene, dove ha concluso la sua mirabolante vita nel 2021. Di lei rimane oggi un fondo bibliografico e archivistico custodito dall’Unione femminile nazionale: i classici faldoni che qualcuno forse un giorno riesumerà. Lontana sembra la celebrazione in patria come Astrid Lindgren in Svezia o Tove Jansson in Finlandia, anche lei scoperta e poi riscoperta in tutto il mondo.

Ci avevi visto lungo, Adela. Ti rileggo a mia figlia di nuovo rintanata in un letto troppo piccolo per me con un altro libro riesumato tra le mani. Si intitola Pianeta Mary. Anno 35 (2019 dell’Era Cristiana): racconta di quando la Terra si è fatta inospitale e gli umani sono costretti a vivere nello Spazio, prima in capsule, poi in una città spaziale finché le madri scoprono Mary, un pianeta più piccolo e ospitale che ricorda la Terra scomparsa. E lì, solo le donne con i bambini, si trasferiscono per provare a dare un nuovo inizio all’umanità. «La città spaziale era immensa – racconta la protagonista – Vivevo soprattutto con la mamma. Il papà era sempre in giro in una capsulina che lui chiamava “il modulo”. Partiva la mattina presto e tornava la sera tardi. Non ho mai ben capito cosa andasse a fare nello Spazio, ma tutti i papà ci andavano. Io andavo con gli altri bambini al Gran Cervello, una macchina immensa che sapeva tutto, organizzava tutto, sintetizzava qualunque cosa e ci insegnava quello che volevamo».

La mia bambina ora dorme. E io ti cerco ancora, Adela. Ti trovo nelle foto di un’amica d’infanzia in Spagna, tra le mani dei suoi due bimbi sull’isola di Minorca: impareranno a leggere con te. Poi scovo online l’immagine di tre bambine che ti leggono appassionate e concentrate in una biblioteca di Gran San Pedro Cholul, quartiere di Merida, Yucatan, ai confini del mondo. Forse non è tutto perduto.

Marta Stella (Finale Ligure,1988), giornalista e consulente editoriale. Ha realizzato un documentario premiato ai New York International Film Awards. Ha curato il festival di cinema femminile Sguardi Altrove, il progetto «Narrate, gente, la vostra terra» con il Fai. È in libreria con il suo primo romanzo, «Clandestine. Il romanzo delle donne» (Bompiani).