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Sii valorosa. Sii coraggiosa. Ma soprattutto: sempre resisti

C’era una volta una bambina convinta di essere dalla parte del bene, che proteggeva il suo bel cane sgocciolante. Leggeva King la notte, ma poi ha scoperto che si muore e si impazzisce di giorno, e che i mostri saltano dalle pagine alla mente di chi legge. Cos’è il terrore? E cosa è meglio, alla fine: radere al suolo tutto e tutti, tranne i cani e il vino buono. Oppure: vai verso tutta la vita che c’è con il coraggio che riesci a trovare

Pensai: ecco il vero aspetto della casa, un essere demoniaco corrotto dal peccato, che mostra il suo volto solo quando i bambini distolgono lo sguardo. Era questo che volevo raccontare!». L’inizio è una notte buia e tempestosa in una casa né brutta né bella dove di giorno ne succedono di tutti i colori; come fosse notte. La notte invece di solito si dorme; salvo emergenze. Le emergenze sono di casa in questa casa, soprattutto durante le feste, soprattutto durante i compleanni della mamma. La mamma è un essere piangente che non ha mai colpe, veramente, il padre fuma la pipa e legge solo classici, la figlia piccola non è venuta tanto bene, è bruttina, il figlio grande chissà come ha fatto ma è esente da ogni male: non piange, non ha colpe, non fuma, è bello, di giorno vive, di notte dorme. Succede nelle famiglie: che uno sia pazzo e gli altri sani, o il contrario. Qui, da me, è il contrario. Ci sono pure due cani, due pastori tedeschi, mamma e figlio. Il cane mamma è normale, o meglio fa il meglio che può per essere sana di mente. Il cane figlio è pazzo e si chiama Ruhm, scritto così, sbagliato, e ha il muso tutto nero. Il naso sempre umido, che gocciola, di notte, mentre io, che sono la figlia bruttina, leggo Stephen King al ritmo delle gocce del mio cane, notte dopo notte dopo notte. All’inizio della notte buia e tempestosa ho una decina d’anni, e quando la Casa delle Continue Emergenze finalmente dorme, invito il cane figlio a salire sul mio letto – il piumone nero tempestato di pois colorati – a leggere con me (in realtà dorme e spesso russa). Se mia madre si accorge che ho fatto salire Ruhm mi uccide (i cani non devono salire su divani sedie letti), ma mia madre a quest’ora dorme, o piange nel sonno. Poi passano gli anni e arrivo a oggi: oggi è un volume rettangolare, basso e lungo. Sulla copertina dura ci sono molte foglie minacciose e due bambini – Gretel davanti, Hansel dietro che si fa difendere da lei – persi nel bosco, persi nel bosco a piedi nudi. La copertina l’ha disegnata Maurice Sendak – scrittore, illustratore – come tutte le immagini qui dentro. Si apre il volume e c’è un’introduzione di Stephen King, che dice che ama Sendak da sempre, che negli anni Settanta lui e la moglie Tabitha leggevano i suoi libri ai loro figli. Nel ’97 Sendak illustra le scenografie di Hansel e Gretel per un adattamento teatrale a firma di Engelbert Humperdinck; anni dopo King (a cui le storie di Sendak hanno sempre fatto paura, anche se non è scritto da nessuna parte) vede le illustrazioni e decide di riscrivere la storia dei due fratellini perduti accanto a questi mostruosi bellissimi disegni. Due lo colpiscono di più: uno riguarda la casa di pan di zucchero.

È così bella quando a Hansel e Gretel sembra un miraggio in una notte di fame. C’è una vecchina gentile sulla porta che li invita a entrare, riscaldarsi, mangiare. «Non appena furono entrati, anche la casa si trasformò, rivelando il suo vero volto, che era davvero terribile. Le finestre di zucchero furono risucchiate verso l’interno e divennero occhi vigili; le caramelle gommose si fusero in un naso a forma di banana marcia; dai bastoncini di zucchero ai lati della porta spuntarono denti; e quel che è peggio, il sentiero di mentine divenne una lunga lingua rosa. Hansel e Gretel non videro nulla di tutto questo, poiché la vecchietta gentile li aveva presi per mano e condotti nella sua spaventosa casa stregata». Questo King lo scrive. E con Sendak lo vedi. In questo oggi io, sempre bruttina, leggo questo Hansel e Gretel, e non c’è più nessun cane in casa che goccioli metronomo. Al posto del cane non c’è nemmeno un figlio. Però c’è un divano di velluto bordeaux, se ti vuoi sedere.

Nel 1985, in Scheletri, raccolta di racconti dell’uomo del Maine, appaiono due pagine diverse dalle altre. Nella mia copia, le pagine sono ingiallite e i caratteri sembrano stampati a mano. In copertina c’è una scimmia con due piatti che stanno per suonare – piatti da orchestra – e gli occhi forse da alieno, forse occhi fotonici ma non ci si fa caso. Le due pagine si chiamano Per Owen e sono una poesia. Owen è il terzogenito di Stephen e Tabitha e all’epoca della prima pubblicazione di queste pagine ha otto anni. Suo padre gli scrive così: «Andando a scuola mi domandi / quali altre scuole hanno i voti. // Arrivo fino a quella di Fruit Street e i tuoi occhi si perdono. // Passiamo sotto questi alberi gialli / e tu hai la tua gavetta con la colazione sotto il braccio e le tue / gambe corte, nella tuta mimetica / fanno della tua ombra una forbice / che nulla taglia sul marciapiede. // Mi dici a un tratto che tutti gli studenti lì son frutti». Ci sono mirtilli, banane, arance, mele e angurie (spesso le angurie sono in ritardo e, mentre le rivoluzionarie mele indicono assemblee – io con assemblea vedo una mela che fa okkupazione, ma forse King immaginava le ordinate assemblee dei college – quelle arrivano «ciondolando e sono grasse. / “Come me”, dici»). Io lo vedo questo piccolo Owen che pende dalla bocca di suo padre e passandosi un dito sul pancino dice: Come me. E poi: «Qualcosa potrei dirti, ma è meglio di no. // Che i bimbianguria non sanno allacciarsi le scarpe / e le prugne lo fanno per loro. / O come potrei rubarti la faccia… / rubartela, rubartela e mettermela io. / Perché mi va piccola e dovrei tirarla alquanto. // Potrei dirti che morire è un’arte / e io imparo in fretta».

Chiudete gli occhi. Immaginate. Un settenne grassottello nel 1984 che ascolta le poesie del suo papà (immagino che l’abbia inventata almeno un anno prima di pubblicarla); una decenne più grassottella che magra nel 1990 che all’alba cerca di far scendere dalla coperta, perché la mamma che sta per svegliarsi non lo colga in flagrante, il cane pazzo Ruhm che sgocciola, un cane così amato; due da sempre bambini Hansel e Gretel, che da sempre si perdono, si ritrovano, si riperdono (in realtà non è che si perdono, è la matrigna cattivissima che li abbandona), non si ritrovano più, da sempre avvistano una casa di marzapane, da sempre rischiano di essere ben cotti in un forno, da sempre e per sempre si salvano, anzi Gretel li salva. Ancora, immaginate: un cane, Cujo, meraviglioso e giocondo fino a un momento fa, che si becca la rabbia proprio mentre gioca, e in poche manciate in un sole cocente diviene la causa della morte di un bambino; non perché sia cattivo: il veleno della rabbia lo ha fatto impazzire. A chi di noi non è successo?

Immaginate una ragazzina, Carrie, presa in giro da sempre, che ha il potere di uccidere tutto e tutti e state attenti pure voi. Immaginate una macchina infernale, gelosa di te. Immaginate una piccola che scappa, perché solo con la forza del pensiero incendia e la vogliono usare come cavia. Immaginate una donna che ha perso suo marito, ucciso, un famosissimo scrittore, e va a ripescarlo nel regno dei morti. Immaginate un’epidemia e una vecchia donna saggia e il regno del diavolo. Immaginate l’Overlook Hotel, no? Immaginate Misery che spacca le gambe del suo scrittore preferito perché resti nel suo letto e non tradisca il suo pubblico e scriva il suo capolavoro. Immaginate dei ragazzini che partono per cercare un corpo; immaginate un uomo gigantesco nel braccio della morte accusato di aver ucciso due bambine, ingiustamente; immaginate il clown, come non immaginare il clown, e i palloncini. «Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse di più», inizia It, «ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia». Immaginate qualcuno che dice a te, proprio a te: «Sii valoroso, si coraggioso, resisti».

Sii valoroso. Sii coraggioso. Va bene. Tutti sanno che dobbiamo stare sempre in guerra. Ma c’è un’altra cosa: resisti. La cosa più importante.

Nel 1990 il mio cane Ruhm in una casa di pazzi resiste alla morte, per ora, ma alla fine morirà. Resisto io stamattina, 2025, in una camera color grigio topo esposta a est e il sole che batte proprio sulla fotografia della chiesa di san Nicola. Resiste Gretel, mentre finge di far ingrassare Hansel. Resiste Hansel in gabbia. Resistono anche i cattivi. Ma non è vero che resistono di più.

«Gretel le afferrò le gambe rachitiche e la spinse dentro fino in fondo, bloccando la porta del forno con la sbarra di ferro. Dall’interno provenivano colpi e ululati tremendi». La strega cuoce, per davvero. Sentite i colpi e gli ululati di tutti noi prigionieri? Perché non è detto che siamo dalla parte dei buoni. Non è detto che noi siamo i buoni; eh. Jack Torrance viene preso dall’albergo e l’albergo alla fine esplode e l’Overlookla CosaJack «urlò: urlò, ma ormai non aveva più voce e urlava di panico e condanna e dannazione solo nel suo orecchio, dissolvendosi, perdendo pensiero e volontà, e il tessuto connettivo si sbriciolava, cercava, non trovava, sbiadiva, si disfaceva, spariva, svaniva nel vuoto, nel nulla, sbriciolandosi». C’era una volta un uomo buono, Jack Torrance, che faceva di tutto per essere un buon uomo, per rendere orgogliosi quelli che amava, per essere all’altezza di prendersi cura di quelli che amava; ma non ce la faceva. Eppure aveva provato con tutte le forze: si sbriciolava.

C’era una volta un uomo molto povero che scriveva, scriveva, e poi aveva un po’ di successo, e beveva, e si drogava, e nella poesia per suo figlio Owen c’erano angurie grassocce e banane nel servizio d’ordine ma pure: com’è facile, imparare l’arte di morire. O di vivere per sempre. Basta strappare la faccia a tuo figlio e indossarla tu.

C’era una volta un uomo che faceva rivivere il gatto di sua figlia morto e seppellito nel cimitero degli animali scritto male dai bambini – Pet Sematary. Lo faceva per amore della figlia, perché lei non soffrisse; e, così facendo, tentando di salvarla dal dolore, condannava a morte tutta la sua famiglia.

Se è per questo, c’era una volta pure una giovane istitutrice che finiva in mezzo alla bruma per badare a due bambini che parlavano coi morti, e che per salvare il suo preferito tra i due, il maschietto, lo abbracciava, lo stringeva, stringeva, e solo dopo un po’ si accorgeva di ciò che realmente aveva tra le braccia: «Eravamo soli nella placida luce del giorno, e il suo piccolo cuore, spezzato, aveva cessato di battere» (lui è Henry James, chissà se era buono o cattivo).

La morte arriva anche nella placida lucida del giorno, o la dannazione. Pure la disperazione. La conosciamo tutti, la disperazione, no? Ogni giorno costruiamo mattoni per farla stare zitta. Siamo molto bravi a resistere, resistiamo. Siamo bravissimi. Bisogna riconoscercelo. A volte, chi dovrebbe proteggerti si trasforma in un mostro; oppure è il contrario, sembrava un mostro, sembrava un albergo tra le nevi ma in realtà era solo un povero cristo che aveva tentato di essere un brav’uomo e non c’era riuscito, come a volte te, come me. A volte sei costretto a uccidere, per provare a essere felice, come Modesta ne L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, come Dolores Claiborne di King che si vendicò del suo orribile marito in una notte senza luna o nella placida luce del giorno. Perfino Joyce lo dice: «E l’anima lenta gli svanì nel sonno mentre udiva la neve cadere lieve su tutto l’universo, lieve come la discesa della loro ultima fine su tutti i vivi, su tutti i morti».

Ricordate Timothy Treadwell, che voleva essere una stella di Hollywood, non ci riuscì, e che per essere comunque una stella scelse di vivere in Alaska insieme agli orsi grizzly, senza alcuna preparazione, alcuna conoscenza, e ci giocava e gli dava un nome e li filmava per ore e ore e sembrava proprio la rivincita, finalmente, di noi povere stelle e poi un vecchio esemplare di grizzly, stanco e affamato, divorava Tim e la sua compagna? Poi un regista di nome Werner Herzog ci costruiva uno dei suoi film più belli, Grizzly Man: una favola dell’orrore dove le immagini della coppia sbranata non si vedono, si sente solo, distorto, il suono. Perché questo è il “terrore”. E dove sta, il terrore, dalla parte del bene o del male?

Vi ricordate Pastorale americana di Philip Roth? Chi sei, tu, quando lo Svedese scopre che la sua bella famiglia americana si è fottuta, letteralmente fottuta, che sua figlia, la sua reginetta, la sua dolce reginetta balbuziente Merry vive nel putrido, senza luce, senz’acqua, e non si lava e non mangia nulla per non uccidere essere vivente, chi sei tu quando lo Svedese le chiede se è stata davvero lei a mettere la bomba dell’attacco terroristico e lei dice sì, ma che ora non balbetta più.

Chi sei, tu, in questo dialogo tra padre e figlia? Non ti senti saltellare le pulci addosso e non senti quanto puzzi di sporco come Merry? Tu, proprio tu, hai ucciso degli uomini? Tu, la regina o il principe tartagliatore della pastorale della tua famiglia.

Oppure, non ti senti un padre dalla parte del Giusto, con tutto l’amore che hai dato a tua figlia e adesso lei è ridotta così? Ma com’è possibile? E al pensiero che quella sia la tua bambina ti senti scomparire, svanire nel vuoto, nel nulla, sbriciolandoti. Attento, però, perché anche l’Overlook è finito così: esattamente con queste stesse parole. E con un botto.

Ci si perde; del resto, Calvino: «Le pagine scritte sono lì nella loro sfacciata sicurezza che so bene ingannevole». Non le trovate troppo altezzose, troppo piene di sé, le lettere sopra le pagine? Ingannevoli?

Dunque. L’inizio è una notte buia e tempestosa in cui ero convinta di essere dalla parte del bene e di fare il bene per il mio adorato cane sgocciolante. Leggevo la notte King e i mostri, pensando che all’oscurità appartenesse la morte, ma poi era nella placida luce del giorno che si moriva, si uccideva, o si veniva uccisi. Pure io, col tempo, nell’accecante luce del giorno ho ucciso. Si uccide, no? O si muore. È la legge perfino di un gioco lumachevole come il Monopoli: o uccidi gli alberghi degli altri, o gli alberghi degli altri uccidono te.

«I mostri non esistono, Tad», dice in Cujo il padre del bimbo che di lì a poco morirà, «ci sono solo nelle storie inventate e nella tua mente». E se ne va. Mi scusi, signor padre di Tad, lei come la cataloga la trasformazione del povero cagnolone Cujo che non farebbe del male a un batterio della figlia dello Svedese ma che poi, contagiato dalla rabbia, viene mostrificato dal morbo che lo consuma? Dov’è questo mostro col corpo distorto dalle fitte di dolore: nelle storie inventate o nella mente di tuo figlio?

Mescal, disse il Console. (Malcolm Lowry, dalla parte dei pazzi, dalla parte mia). Di cos’altro stiamo parlando qui se non di un altro bicchiere di Mescal? I mostri che si evocano scrivendo passano dalle pagine alle menti di chi legge.

L’inizio è quando pensi di essere buono, quando pensi che la morte venga solo la notte, e che allo spuntare del giorno ogni paura brillerà e si scioglierà. L’inizio è quando pensi che nella vita più o meno ci sono le squadre come nei giochi di carte o la corsa ai sacchi e da un lato puoi mettere i buoni, dall’altro i cattivi, e i cattivi non sei tu. L’inizio è quando credi a tuo padre o a tua madre che ti dicono: i fantasmi non esistono.

La parte di mezzo è quando sei arrabbiato, perché non hai capito come si gioca a rimanere vivi e non sai a chi credere.

La fine, o un punto, è quando ti sei perso: e cosa daresti per credere veramente a qualcuno. A questo punto ci sono quelli che seguono il flow, come si dice. Poi ci sono quelli fermi immobili con le gambe larghe per tenere la posizione. Poi ci sono quelli caduti dal carrozzone della normalità, come lo chiama King, che vogliono tornare su. Ma ci sono pure quelli viceversa, eh. Quelli che vogliono tornare giù; nel fango.

E la fine?

Non esisterebbe un racconto senza una fine.

Qual è la fine?

La fine potrebbe essere la promessa di gamberi alla creola di Halloran a Wendy e Danny come in Shining, o un bel vissero felici, contenti e ricchi come in Hansel e Gretel, o un lieto fine come quello della Bambina che amava Tom Gordon, che come Hansel e Gretel si è persa nella foresta e si salva da sola. La fine potrei essere io, adulta, bruttina, anche un po’ grassa come Owen e come le angurie, io che finalmente spacco a martellate la diga che mi fa sembrare buona e docile e con la sola forza del pensiero rado al suolo tutto e tutti, tranne tutti i cani e il vino buono. Oppure la fine potrebbe essere It: «Allora vai senza perdere altro tempo, vai veloce mentre l’ultima luce si spegne, vattene da Derry, allontanati dal ricordo… ma non dal desiderio. Quello resta, tutto ciò che eravamo e tutto ciò che credevamo da bambini, tutto quello che brillava nei nostri occhi quando eravamo sperduti e il vento soffiava nella notte. Parti e cerca di continuare a sorridere. Trovati un po’ di rock and roll alla radio e vai verso tutta la vita che c’è con tutto il coraggio che riesci a trovare e tutta la fiducia che riesci ad alimentare. Sii valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio».

Antonella Lattanzi (Bari, 1979), scrittrice e sceneggiatrice. I suoi ultimi libri sono “Devozione” (Einaudi, 2010), “Prima che tu mi tradisca” (Einaudi, 2013), “Una storia nera” (Mondadori, 2017), “Questo giorno che incombe” (HarperCollins, 2021) e “Salvarsi”, (Einaudi, Quanti, 2021). Il suo ultimo racconto è nell’antologia “Willie lo Strambo” (Sperling & Kupfer), ora in libreria.