Queste fotografie fanno parte della serie Self-portrait in 209, il progetto fotografico realizzato da Esha Momeni dopo che è stata arrestata e messa in isolamento nel carcere di Evin nel 2008: era accusata di “crimini contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro lo stato”. Allora Momeni era una studentessa, stava facendo un master in California ed era tornata a Teheran, dove viveva suo padre, per completare la sua tesi con alcune interviste a donne iraniane che combattevano contro il regime degli ayatollah. Prima di partire aveva detto: «L’Iran nei nostri cuori è ancora la terra promessa e dietro a ogni porta chiusa c’è una ragazza vestita di bianco che fa la storia».
Oggi Momeni insegna alla Ucla, ha un PhD in Gender Studies: la sua ricerca si concentra sull’Iran moderno e il medio oriente, i media e la cultura popolare, il genere e la sessualità. Nel 2006, si era unita al gruppo “One Million Signatures Campaign”, un movimento trasversale che lottava per l’abrogazione delle leggi che discriminano le donne in Iran. Nella primavera del 2008 era stata arrestata, messa in isolamento per un mese, poi trasferita con altre compagne di cella: si organizzarono veglie per ricordarla, i suoi familiari temevano, come tutti, che Esha «si perdesse» a Evin, che fosse dimenticata. È stata rilasciata nel 2009.
Quando Review l’ha contattata, Momeni si è mostrata subito molto solidale nei confronti della nostra giornalista Cecilia Sala, incarcerata per 21 giorni a Evin, in isolamento. Ci dice: «Immagino che per Cecilia scegliere di fare la giornalista in un paese come l’Iran, e raccontare una popolazione silenziata e oppressa, soggiogata, significhi dare un peso immenso al valore della libertà. Per chi lotta per la libertà, poche difficoltà possono essere paragonate all’angoscia della restrizione dell’isolamento in carcere. Cecilia e io siamo state fortunate, abbiamo avuto governi potenti che hanno combattuto per noi, ma so che lei porterà il fardello che porto anche io: la consapevolezza dolorosa che molte persone coraggiose perdono la vita a causa della crudeltà di un sistema corrotto e decadente. Pakhshan Azizi – attivista curda per i diritti delle donne, reclusa a Evin dopo il suo arresto arbitrario a Teheran il 4 agosto 2023 – alta, bellissima e orgogliosa, con i suoi occhi neri misteriosi e il suo sorriso accogliente, è una di loro, perché oggi è condannata a morte dal regime. Sogno spesso un futuro in cui, come in Siria, le porte delle prigioni d’Iran vengano spalancate e le persone siano finalmente libere».