Il self publishing non è una pratica così recente, già dal 2010 si raccolgono dati relativi alle autopubblicazioni e alle vendite di chi decide di non passare per la classica filiera editoriale. Era il 2015 quando Amazon immaginava di corrispondere diritti agli autori e alle autrici sulla base delle pagine lette digitalmente, mentre nel 2023 l’Aie proponeva uno studio sulla crescita del settore che piano piano stava prendendo in mano una fetta sempre più ampia di mercato. Tra i generi narrativi più letti il fantasy e il romance, ma anche saggi sul lifestyle e la cucina. A essere apprezzati in modo particolare da chi compra e legge libri autoprodotti sono quelli per ragazzi, che includono album da colorare, vademecum per l’infanzia ma anche albi illustrati e letteratura per bambini e bambine. Da anni ci si chiede quanto sia vantaggioso autopubblicarsi senza passare dal vaglio e dalle proposte degli editori, sia in termini economici che di creatività, questioni che si fanno sempre più pressanti davanti al calo del mercato generale e degli introiti per chi scrive o disegna. Dall’altro lato si vive il settore del self publishing come un ambito secondario, tra pregiudizi e svalutazioni, basati sull’idea che la qualità sia bassa graficamente, tipograficamente e letterariamente. Ma è davvero sempre così?
Ho fatto una chiacchierata in merito con Francesca Cavallo, coautrice del noto libro per l’infanzia Storie della buonanotte per bambine ribelli (Good night stories for rebel girls) che è stato scritto prima in inglese e autopubblicato per poi uscire tradotto in italiano l’anno successivo, nel 2017, presso un editore. La serie dei libri è stata un successo incredibile e ha vendute più di otto milioni di copie (un milione in Italia). Da quel lavoro sono poi nate tante altre raccolte volte a raccontare alcune figure di donne eccellenti in vari campi a un pubblico infantile. L’influsso non è rimasto confinato in quell’ambito, credo, ma ha pesato sull’industria del libro in generale.
Francesca, il tuo ultimo libro Storie spaziali per maschi del futuro è nato anche questo tramite self publishing. Qual è il tuo rapporto con l’editoria tradizionale e come mai hai scelto di autopubblicarti e autoprodurti?
Autopubblicare Good night stories for rebel girls nel mercato più competitivo del mondo, e veder restare i primi due volumi della serie per oltre cento settimane nella classifica del New York Times, è stata una esperienza che ha cambiato radicalmente il mio rapporto con l’editoria tradizionale.
Essere l’editrice del mio libro di maggiore successo da una parte ha fatto svanire in me l’idea, molto diffusa, che si possa raggiungere il grande pubblico solo con un editore tradizionale, e dall’altra mi ha mostrato qual è il potere delle campagne di promozione che sono tagliate sul libro specifico senza doversi adeguare a degli standard predefiniti. Certo, costruire una casa editrice in grado di evadere ordini per decine di migliaia di copie al mese, mentre giri il mondo come l’autrice di un libro che esplode in quella maniera… è stato brutale. Ma mi ha anche dato una consapevolezza granulare di come funziona (e di come non funziona) la catena di valore di un libro, e di come il processo si può ricostruire per provare dei modelli diversi che consentano di retribuire le persone che lavorano a un libro in modo equo.
Storie spaziali per maschi del futuro arriva da questa esperienza. Io prendo una calcolatrice e faccio i miei conti: se penso che l’offerta che mi arriva da un editore non sia congrua con il valore commerciale che un libro può sviluppare, se penso che l’editore che ho davanti non sia il partner giusto per l’operazione di comunicazione che voglio costruire intorno a un libro, so che esistono delle alternative, e – per parafrasare qualche cattivo hollywoodiano – non ho paura di usarle.
Sapevo che, a differenza di Bambine Ribelli che stava solidamente sulle spalle di decadi di lavoro femminista, Storie spaziali per maschi del futuro avrebbe avuto bisogno di un lavoro di accompagnamento sul mercato molto più attento rispetto al lancio standard (per questo ho lanciato la newsletter Maschi del Futuro un anno prima dell’uscita del libro). Non volevo mettere il libro nella situazione di avere un mese per provare il suo valore sul mercato, e poi di essere abbandonato al suo destino. Non mi piace lavorare ai libri come se fossero biglietti della lotteria, lo trovo poco dignitoso, specialmente per un progetto come questo che ha avuto una gestazione di tre anni.
Attraverso l’autopubblicazione, mantengo il controllo del libro e gli incentivi economici per continuare il lavoro di promozione più a lungo di quello che farebbe un editore tradizionale.
Che risposte hai avuto, per esempio sui social, rispetto alla tua scelta di autoprodurti e cosa significa veramente produrre da sé in maniera professionale un libro?
Credo che il mio pubblico più affezionato sia abbastanza abituato ai miei esperimenti, e che anzi abbia imparato ad apprezzare il fatto che certe volte le mie proposte escono dai confini del mondo dell’editoria tradizionale. Certo, c’è stato qualcuno che si è lamentato che il libro fosse (all’inizio) solo su Amazon, ma sono stati in pochi e quando ho spiegato loro le ragioni di questa scelta, hanno capito. A quattro mesi dall’uscita, il libro è diventato comunque ordinabile anche in libreria grazie a una startup che combina distribuzione e print-on-demand che si chiama StreetLib.
Produrre da sé in modo professionale un libro vuol dire, prima di tutto, crederci. Per davvero, non solo a parole, perché bisognerà dedicargli molto più tempo che non se lo stessimo scrivendo e basta. E perché dovremo investire delle risorse per pagare editor, lettori di bozze, e art director (e, nel caso di Storie spaziali per maschi del futuro, anche l’illustratore). Quindi bisogna farsi due conti e capire quante copie avremo bisogno di vendere per poter rientrare dall’investimento che stiamo facendo. Una volta che abbiamo un numero (per esempio 5.000 copie) dobbiamo fare un esercizio che si chiama “reverse engineering” e cioè, dobbiamo partire dal risultato che vogliamo ottenere e capire cosa deve accadere per arrivare a quel risultato, concentrandoci sulle variabili che possiamo controllare. Tutto deve ruotare intorno alla visione creativa, ma dobbiamo costruire a fianco a quella visione una macchina che ci permetta di farla diventare realtà, e per farlo dobbiamo essere disposti a giocare in diversi ruoli.
Credi che ci siano nei tuoi colleghi e colleghe ancora pregiudizi nei confronti delle autopubblicazioni?
Sì, credo che l’assoluta maggioranza degli autori e autrici che sono pubblicati da un editore tradizionale guardino al self publishing come a una pratica di serie C. Per pubblicare con editori tradizionali spesso si accettano condizioni terribili: anticipi bassissimi, promozione inesistente… tutti o quasi sono insoddisfatti del rapporto con gli editori, ma quasi nessuno considera l’autopubblicazione un’alternativa perché si ha l’idea che autopubblicandosi si rinunci persino alla “gloria” che dovrebbe arrivare dal poter dire “sono un autore Mondadori/Einaudi/Feltrinelli…”. Credo che questo atteggiamento dica molto dello snobismo del mondo della cultura nel nostro paese. Se fai un confronto con il mondo della musica, l’assurdità di questo ragionamento si rivela pienamente. Nessuno penserebbe che un disco bello vale meno perché è stato prodotto in modo indipendente! Semmai l’autoproduzione rende un bel progetto ancora più cool, perché tutti diamo per scontato che a rendere un disco bello o meno non sia l’etichetta che lo pubblica, ma la qualità del lavoro degli artisti che ci sono dietro. Spero che un giorno riusciremo a ragionare così anche per quanto riguarda il mondo dell’editoria, credo farebbe bene a noi e ai lettori.
Il sistema editoriale però è sorretto anche da tanti lavoratori e lavoratrici, come potremmo immaginare un loro impiego alternativo in un sistema di self publishing? Una rivoluzione copernicana dove al centro dovrebbe trovarsi chi scrive e per cui dovrebbero lavorare le varie persone competenti?
Io non sostengo che tutti dovrebbero fare self publishing e che gli editori dovrebbero scomparire. Ci mancherebbe! Credo solo che trarremmo tutti benefici da un mondo dell’editoria più dinamico e meno arroccato su posizioni che – a mio avviso – danneggiano chi scrive, chi legge, e anche chi produce i libri. Rendere più dinamico il mondo del libro vuol dire anche magari riuscire a raggiungere persone che al momento il sistema tradizionale semplicemente non vede. Io sono profondamente convinta che i libri siano fondamentali per la democrazia: continuare a sperimentare e non comportarsi come se tutto fosse già stato inventato è cruciale non solo per l’editoria ma per la salute del nostro paese.
Hai provato a proporre il tuo ultimo libro a un editore prima di passare all’idea del self publishing?
Certo! L’ho proposto ai maggiori editori italiani. Ho ricevuto un’unica offerta da
8.000 euro. Allora ho preso la mia calcolatrice e ho fatto due conti, e ho ipotizzato che con il self publishing avrei potuto raggiungere un guadagno di 8.000 euro nel primo mese di vendite. Mi sbagliavo: ci sono arrivata nei primi 15 giorni.
Gli editori decidono come valutare una proposta sulla base di titoli paragonabili. Quindi, se si vuole sperimentare con una proposta nuova, si fa moltissima fatica perché per gli editori si tratta spesso di un rischio che non sono disposti a correre.
Storie spaziali per maschi del futuro è la prima raccolta di fiabe originali al mondo che si occupa di ricostruire l’idea di maschile. Il suo valore sta proprio in questo: sta aprendo delle conversazioni, uno spazio di ragionamento che prima nella fiaba non c’era.
Per me i libri devono servire proprio a questo. Ad aprire dimensioni nuove. Quando la mia ricerca intercetta la volontà di investire un editore, ben venga. Quando non ci si incrocia, provo a farlo da sola: questo progetto era troppo importante e urgente per aspettare che qualcuno mi desse il permesso di farlo.