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Trump fa la guerra al talento, e sfigura l’America

La revoca dei visti agli studenti, il taglio alla ricerca, i centri culturali convertiti in palchi per l’intrattenimento trumpiano, gli attacchi alle università, i licenziamenti che spolpano la competenza necessaria a governare. Storia di un paese che rinuncia deliberatamente alla propria eccellenza e a essere il rifugio delle idee, del dissenso: non ci si riprende più da un colpo così

La notifica arriva per email e sembra una truffa: «Iss ti scrive per informarti che il tuo profilo Sevis è stato disattivato». Però il mittente è l’università che stai frequentando, l’indirizzo è quello delle comunicazioni istituzionali dell’ateneo, non puoi ignorare il messaggio.

Nei primi giorni dopo l’annuncio dell’Amministrazione Trump sulla revoca dei visti agli studenti stranieri sul territorio americano, lo screenshot di questa email è rimbalzato sulle chat e sui social: non era una truffa. Se hai ricevuto questo messaggio, vuol dire che non hai più il diritto di stare negli Stati Uniti; se resti, vìoli le leggi sull’immigrazione. Hai quindici giorni per lasciare il paese, o puoi avviare il processo per il ripristino, altrimenti rischi il rimpatrio e restrizioni su visti futuri. “Iss” sta per International Student Services, l’agenzia che si occupa a livello globale di fornire informazioni agli studenti stranieri; “Sevis” è il database del dipartimento di Sicurezza nazionale americano che tiene traccia degli studenti internazionali che vanno a studiare negli Stati Uniti o che partecipano a programmi di ricerca universitari: nel momento in cui un profilo presente nella banca dati viene cancellato, è quasi impossibile ripristinarlo.

L’email è arrivata a centinaia di studenti che, secondo le autorità, avevano commesso reati o partecipato a manifestazioni considerate violente o scritto sui social commenti contrari ai valori americani. Molti si sono chiesti quale fosse la ragione della segnalazione, alcuni hanno scoperto che anche una multa per eccesso di velocità è sufficiente per essere segnalati nel sistema e finire nel famigerato indirizzario. Sono iniziati i ricorsi, c’è stata una sospensione della procedura di revoca e poi di nuovo la sua introduzione, e le richieste di visti in moltissimi paesi, anche europei, sono state congelate. Il segretario di stato Marco Rubio – che una volta era l’antagonista di Donald Trump e che ancora oggi viene considerato tra i moderati di questa Amministrazione – aveva detto, nel marzo, scorso, che il suo dipartimento avrebbe dato la caccia ai giovani “lunatic”, squilibrati, che avevano manifestato nei campus contro Israele dopo l’attacco del 7 ottobre, ma la lotta all’antisemitismo si è trasformata presto in una lotta al dissenso di qualsiasi forma, e ora vengono controllati i social di chi fa domanda per il visto alla ricerca di tutto ciò che il governo considera anti americano – o anti Trump. Le ambasciate statunitensi in giro per il mondo hanno cancellato gli appuntamenti per le richieste di visto, molti studenti sono già stati accettati dalle università e hanno pagato le tasse per l’ottenimento del visto, ma il visto non ce l’hanno, e ora non sanno più se devono aspettarlo o se è meglio fare richiesta ad atenei in altri paesi – e non è detto che il tempo basti.

L’Amministrazione Trump si è accanita in particolare su Harvard, centro di eccellenza globale nonché l’università più ricca del pianeta, ma nessuno studente straniero si sente al sicuro. Pure se sei uno studente o un ricercatore americano non hai certezze: a Cornell sono stati congelati i fondi per circa un miliardo di dollari, a Princeton per 210 milioni, a Northwestern per 800 milioni come alla Johns Hopkins, che ha tagliato progetti di ricerca in medicina anche all’estero. L’America non è più il luogo che accoglie fiero il talento e la conoscenza, e che dà loro rifugio.

La revoca dei visti è solo l’ultima di una serie di decisioni prese da Donald Trump. Il governo americano ha minacciato licei e università di tagliare i fondi federali se non vengono accolte le sue richieste – che sono un’ingerenza nella selezione dei docenti, dei corsi, degli studenti – e spesso, anche quando vengono accolte, lo scontro continua: la Columbia University che ne ha assecondate alcune per non perdere 400 milioni di dollari in fondi federali – al contrario di Harvard che ha portato il governo in tribunale – lo dimostra: pretese e minacce non si sono fermate. I motori della ricerca scientifica americana, la National Science Foundation e i National Institutes of Health, sono sotto attacco continuo, e sono già stati chiusi progetti di ricerca per mancanza di fondi. I centri culturali più importanti d’America, come lo Smithsonian e il Kennedy Center sono stati convertiti in luoghi di intrattenimento per i trumpiani, e le biblioteche stanno chiudendo. I tagli imposti dal dipartimento per l’Efficienza dello stato, il Doge voluto da Elon Musk, hanno spolpato i centri in cui gli esperti – molti licenziati – lavorano per informare gli americani sulle malattie o sulle calamità naturali, e i laboratori in cui si cercano nuove terapie per malattie esistenti e si raccolgono dati utili per prevenirne di nuove.

Negli ultimi cent’anni, il progresso scientifico di cui l’America è eccellenza assoluta è stato finanziato dai fondi federali: le innovazioni nel settore privato spesso arrivano quando un’invenzione diventa profittevole, ma all’inizio è lo stato che fa l’investimento: è un rischio che con il tempo si è trasformato nell’opportunità di diventare il paese dell’eccellenza, il più ambito. La competitività globale degli Stati Uniti dipende da sempre dalle sue università, dalla loro apertura al talento e dal loro impegno nella ricerca. Dai microchip alla rivoluzione delle biotecnologie, molte delle innovazioni che hanno definito l’America moderna – e noi tutti – sono nate nei laboratori accademici americani, nutrite da menti brillanti provenienti da tutto il mondo e sostenute dai finanziamenti pubblici. Internet è nato nell’Università della California a Los Angeles, l’algoritmo di ricerca di Google a Stanford, il Gps al Mit di Boston, i vaccini mRna all’Università della Pennsylvania, e i progressi nell’energia pulita, nell’intelligenza artificiale e nei trattamenti per il cancro sono figli della ricerca delle accademie statunitensi. Il calcolo dell’Amministrazione Trump per quel che riguarda la ricerca è lo stesso fatto per i dazi: sarà l’America a produrre quel che oggi viene importato dall’estero. Non funziona per le barriere commerciali – a Pittsburgh, dove Trump vuole ricreare la manifattura americana, non c’è più nessuno che sappia avvitare un bullone – e funziona ancora meno per la conoscenza e il talento. In questo secondo caso si spezza anche un altro meccanismo ancora più profondo e vitale: l’America è sempre stata un rifugio per i dissidenti, per i perseguitati, era promessa di accoglienza e di protezione, grazie alla libertà che voleva e sapeva garantire.

Ora non è più così. In una conversazione con Anne Applebaum, saggista premio Pulitzer che studia con una lucidità unica le autocrazie e il logoramento illiberale delle democrazie, le ho chiesto quali sono le preoccupazioni più grandi che ha rispetto a questa nuova America. Ne ha elencate tre. La prima: la cleptocrazia (ci ha scritto un libro, l’ultimo, Autocrazie). «Non abbiamo mai sperimentato prima, negli Stati Uniti, una cleptocrazia su questa scala – dice Applebaum – Credo che nessun governo democratico l’abbia mai sperimentata, e lo dico considerando tutti gli scandali di corruzione che ci sono stati dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il nostro attuale presidente, da quando ha vinto le elezioni, ha guadagnato miliardi di dollari, con le criptovalute in particolare, le meme coin: la gente gli dà soldi per niente, per valute che non hanno alcun valore, soltanto per convincerlo a fare qualcosa, per corromperlo in qualche modo. Lo fanno i cittadini americani, ma anche i governi stranieri, mi viene in mente il governo vietnamita, che in mezzo alla guerra commerciale sui dazi, ha detto di voler finanziare la costruzione di un campo da golf di Trump. La scala di questa corruzione interna e internazionale è davvero inedita, ma non sono affatto sicura che gli americani ne siano consapevoli, pensano che sia la solita corruzione, quella che c’è sempre, tra lobbisti e politici che vogliono guadagnare qualcosa dalla loro posizione. Invece no, non è il business as usual, e anzi questa cleptocrazia cambierà per molto tempo il modo degli americani di percepire lo stato». La seconda: «Lo scontro con i tribunali, la disobbedienza dell’Amministrazione Trump che si rifiuta di seguire gli ordini delle Corti. Non sappiamo come andrà a finire questo scontro, siamo soltanto all’inizio, ma una volta che la Casa Bianca ha stabilito che non vuole ubbidire alla Corte suprema, possiamo dire di essere già in una crisi costituzionale dalla quale sarà difficile riprendersi. Come la ricostruisci, l’autorità di una Corte, una volta che hai deliberatamente ignorato le sue decisioni?». La terza: questa nuova America ignora le guerre in corso, dice che non sono un suo problema, e ne dichiara altre: quella commerciale, tanto per cominciare, che s’intreccia con lo scontro con i tribunali. E poi «la guerra alla conoscenza e alla scienza – dice Applebaum – con i tagli alla ricerca, con i cospirazionisti come ministri, con le minacce alle università: è in corso una guerra all’indipendenza del sapere. L’America è stata il motore dell’innovazione mondiale, e la spiegazione dell’eccellenza americana, nell’ultimo secolo, risiede proprio nella scienza e nella ricerca che si sono sviluppate in America. Ma l’Amministrazione Trump non vuole qui centri di eccellenza, non vuole ricercatori che possano contraddire la realtà alternativa che va costruendo». Le ho chiesto se questo logoramento è, sarà reversibile: «Credo che quest’ultima cosa, la guerra alla conoscenza, al sapere indipendente, sia la più difficile da rovesciare. Una volta che hai distrutto la reputazione della scienza americana, una volta che hai cacciato i ricercatori, una volta che hai minato lo status delle università americane nel mondo, non sono sicura che l’America possa riprendersi».

Di certo ci vorrà del tempo, perché l’attacco in corso non riguarda soltanto la conoscenza accumulata ma anche quella del futuro: Trump taglia la ricerca ma taglia anche le idee che lui considera proibite, perché sono di sinistra, perché sono dell’opposizione, perché sono nemiche. È così che si logora la libertà, che è strettamente legata alla protezione del dissenso. Nel suo manifesto sul progresso, L’inizio dell’infinito, il fisico britannico David Deutsch, pioniere dei computer quantistici, scrive: «Tutto ciò che non è vietato dalle leggi della natura è raggiungibile, data la giusta conoscenza». Il rifiuto della conoscenza, invece, è la fine del progresso: vale per l’America, ma il prezzo lo paghiamo tutti, se non riusciamo a diventare noi stessi, noi europei, noi società libere, un nuovo rifugio per le idee, il sapere, il talento.

Paola Peduzzi (Milano, 1976), vicedirettrice del Foglio.