Il momento che più agogno nella mia faticosissima e usurante giornata di lavoro sono gli otto minuti di sauna con cui concludo l’allenamento in palestra: il silenzio, e quel tepore avvolgente che a un certo punto inizia a bruciare. Mi sveglio brutalmente dal sogno quando un ragazzo in mutande – le stesse con cui probabilmente si è allenato – apre la porta dello sgabuzzino riconvertito a sauna e si siede accanto a me senza asciugamano e senza salutare. La verità è che la pulciosità delle palestre che ci possiamo permettere è il grande assente nel dibattito sulla retribuzione del lavoro culturale che lo scorso autunno ha incendiato le schermate di Substack. È uno dei parametri più attendibili con cui misurare le risorse di noi professionisti della cultura (i cosiddetti first world problems con cui diventiamo lamentevoli, soprattutto se viviamo nell’ostile Milano che tenta di mascherare lo squallore delle palestre a mezzo di malefici rebranding). Già le nostre ambizioni di classe media decaduta si erano ridimensionate attribuendo il titolo di “posti sinceri” a ristoranti mediocri, e sopportando l’umiliazione dell’imbarco per i voli low cost che ci portano nelle capitali europee sui divani degli amici dell’Erasmus, con il terrore che l’eccedenza di dimensioni dello zainetto costi più del volo stesso a 15 euro. Ecco, quelle stesse ambizioni, umiliate, deluse, calpestate, hanno dovuto anche reggere il colpo delle palestre sudate, dei manubri arrugginiti e smangiucchiati dall’usura. Una classe media degradata all’umidità mefitica degli spogliatoi che sanno sempre di ammoniaca scadente e dai brodi primordiali che chiamiamo piscine.
Date queste condizioni risulta ancora più caparbia l’ossessione che abbiamo, me compresa, per la ginnastica, anzi per il fitness, nel largo spettro che va da correre con Strava ai club che offrono asciugamani caldi e consulenze terapeutiche dal personal trainer.
In un’intervista sul New York Times del 5 gennaio, Colleen Keating, la ceo di Planet Fitness, colosso delle palestre con più di 2.500 club e 21 milioni di iscritti, ha definito quest’epoca come l’epoca d’oro del fitness. I dati Istat (aggiornati al 2024) dicono che in Italia più di 21 milioni e 500 mila persone praticano sport nel tempo libero. È il 37,5 per cento degli italiani. Tra questi, il 28,7 per cento lo fa con continuità.
È una tendenza in crescita e certo non servivano la ceo o l’Istat a dircelo, bastava aprire la finestra che abbiamo sulla vita vera, ovvero i social. Se vi sembra che tutte le persone che seguite si siano iscritte in palestra o abbiano iniziato ad allenarsi per correre la maratona, beh, è così. Soprattutto i trentenni che, superata la crisi della fine dell’adolescenza, per evitare di figliare apparentemente possono fare solo tre cose: comprare tantissime piante, viaggiare con weroad, correre la maratona. Il fitness fagocita l’algoritmo, almeno il mio. Mi propone solo culi sodissimi e pettorali gonfi, influencer che spiegano come sciogliere un tipo di grasso accumulato sulla pancia che chiamano Fupa (Fatty Upper Pubic Area), influencer che mostrano la loro giornata che inizia con una corsa di dieci chilometri alle 5, prosegue con un meal prep proteico e con una sessione di due ore in palestra, magri yogi occidentali che praticano il digiuno intermittente, persino profili AI di trainer di calisthenics militare per donne in menopausa. Bisogna allenarsi due ore al giorno, bisogna allenarsi quindici minuti ogni tre giorni, il crunch non serve a niente, l’unico allenamento utile è con il kettle. Insomma, le direzioni sono infinite e confusionarie, ma la sostanza è la stessa di quando da bambina ero ipnotizzata davanti alla televendita di Ab King Pro, la panca per gli addominali che scioglieva miracolosamente il grasso per 19 euro al mese: un bombardamento di vite sane, corpi bellissimi e prestantissimi che produce un senso di colpa atavico e rinnova automaticamente la sottoscrizione ad app di allenamento e monitoraggio del digiuno. Negli ultimi mesi, complice un piccolo infortunio per cui dovevo fare riabilitazione, ho frequentato la sala pesi con maggiore regolarità. E con uno sguardo più rivolto (ossessionato) alla costruzione del muscolo e di un corpo forte, sano, pronto a sopravvivere all’apocalisse. L’ossessione specificatamente per i pesi e una forma più o meno leggera di bodybuilding non è ovviamente solo mia, ma di tutto il mondo almeno occidentale, tanto che, sempre la ceo di Planet Fitness racconta di come le loro palestre si stiano ristrutturando per riservare più metratura al sollevamento pesi, agli esercizi anaerobici e di resistenza a scapito dell’aerobica, che si avvia a diventare attività umana residuale delle donne novecentesche. Queste sono tuttavia una specie ancora fiorente nella Palestra reale, lontana dai workout patinati dei social, dove sopravvivono figure mitologiche come le iene dell’acqua gym, che ringhiano se rubi loro la prima fila, dove l’acqua è più bassa e non si rovinano la permanente; i santoni dello yoga che ti salutano sussurrando namasté; i fanatici dello spinning con le bandane alla Pantani e i talloni fasciati dalle scarpine tecniche, e quelli del CrossFit, primitivi Navy Seal che fanno roteare il martello. Il CrossFit si è evoluto recentemente (più come un pokemon che come Darwin) nell’Hyrox, un metodo di allenamento funzionale. Funzionale a soffrire. Si tratta di circuiti in giro per il mondo dove corri otto chilometri, poi ti porti appresso pesantissimi pesi in un esercizio che si chiama eloquentemente “farmers carry”, poi cammini facendo affondi con sulle spalle sacchi di sabbia di dieci chili, e infine fai schioccare funi pesantissime. Lo chiamano allenamento “olistico”.
Perché questa tortura? Se dobbiamo assecondare l’istinto umano a superare i nostri limiti, davvero vogliamo farlo con il “farmers carry”? D’altronde fatti fummo a viver come bruti, c’è una soddisfazione primordiale e appagante a sollevare un coso pesante, a lanciare una zavorra e a sudare tantissimo. Lo testimoniano le urla gutturali di quei maschi che monitorano in tempo reale il gonfiarsi dei loro bicipiti ipertrofici, i gym rats. Mi chiedo se il rischio di molestie o comportamenti inopportuni in palestra non stia venendo involontariamente sconfitto dal fatto che è uno spazio rivestito di pareti specchiate.Gli uomini in particolare mi sembra che esistano solo in due stati di materia: o innamorati di sé stessi oppure sul disperato cammino per innamorarsi di sé stessi. Alla fine, l’unica cosa che vogliono davvero è diventare più grossi. Occupare più spazio, come se non ne occupassero già abbastanza. Non è un caso che il culturismo e il sollevamento pesi stiano tornando così popolari insieme al revanscismo della mascolinità tradizionale e dei corpi Maga, come li definiscono i commentatori di sinistra.
Le donne in sala pesi invece sono più sfuggenti. Più libere e allo stesso tempo più imbrigliate nelle trappole del patriarcato. Se gli uomini guardano sé stessi, le donne guardano l’obiettivo: costruire un corpo sessualmente appetibile e/o costruire un corpo forte e indipendente. Un tempo, al desiderio di essere grossi degli uomini corrispondeva solo il desiderio di essere magre delle donne, occupare meno spazio possibile. Inoltre la regola era: non fare pesi o avrai muscoli troppo grossi e sgraziati. Ma ora anche le donne sollevano pesi, e non solo le bodybuilder, ma tutte, perché abbiamo scoperto che avere muscoli non è poi così male, e al modello del corpo magro da deficit calorico (e punture) si è affiancato il modello del corpo muscoloso da scorta di proteine, anche se comunque magro – parliamo sempre di canoni prescrittivi, molto rigidi: Miley Cyrus ai Grammy per intenderci, mica Imane Khelif alle Olimpiadi. Anche perché le braccia toniche veicolano uno status di benessere economico, di tempo e denaro spesi con un personal trainer.
Ma non è solo una questione di classe, i muscoli sono davvero emancipazione. Un corpo forte è liberatorio, fa sentire le donne più sicure, innanzitutto nello spazio pubblico e privato, come in strada o a casa, ma la sicurezza riverbera anche sul lavoro, in famiglia, nella vita. (Nota a margine: Jennifer Aniston, sacerdotessa del microlifting, e uno studio del British Journal of Medicine raccontato da Airmail confermano che i risultati sono validi anche con manubri leggeri o corpo libero).
Tempo fa ne parlavo con un’amica tornata a fare pesi dopo essere uscita da una relazione: si era riappropriata del proprio tempo e in qualche modo della propria forza. È stato un gesto molto metaforico. Racconta di come sia arrivata a sollevare cinquanta chili: un po’ alla volta, con calma. Quest’amica fa la scrittrice e paragona sollevare i pesi a scrivere. «Ti ci metti tutti i giorni e per mesi ti sembra di non fare progressi, e poi un giorno hai scritto cinquanta pagine, sollevato cinquanta chili». In un articolo del New Yorker che parla di bodybuilding a partire dal memoir di Casey Johnston, l’autrice del pezzo scrive: «Chi scrive e chi solleva pesi condivide un’ossessione per la forma, un concetto complesso». La forma è la convergenza di ciò che appare esteriormente, la sagoma, con qualcosa di più profondo, di costitutivo, un principio essenziale. «Quando discutiamo della forma di un romanzo – o della formaromanzo – non descriviamo solo come appare, ma anche che cosa pensiamo che un romanzo sia. Lo stesso vale per il corpo». Nel sollevare i pesi, la forma diventa sostanza: riguarda l’integrità del corpo e sposta l’ossessione dall’estetica alla salute. La buona forma richiede controllo, concentrazione; quella cattiva è pericolosa e prospera in palestra come in letteratura.
La buona forma e il controllo descrivono anche il carattere del Pilates, che per tornare ai riferimenti con la società può assumere tratti conservatori, o perlomeno elitari. Il metodo, sviluppato dal tedesco naturalizzato americano Joseph Pilates, è praticato soprattutto da donne bianche, è costoso e lavora sul costruire un corpo snello, tonico, composto. Veicola i valori di ordine, grazia, minimalismo, quiete: rispettabilissimi, ma lontani dall’energia caotica e popolare della Zumba o dalla virulenza del CrossFit. Tutte le persone con cui ne ho parlato mi dicono che ha a che fare con la conoscenza, che aiuta a fare ordine e a dare consapevolezza di ogni singolo muscolo: movimenti piccoli, lenti e controllati, che non lavorano sullo scarico della tensione e sull’esplosività, ma sulla finezza. E questo aiuta a ricentrarsi. Praticamente un misto di bon ton e psicoterapia con i completi monocromatici.
Il piacere di sentire il proprio corpo è forse il motivo più istintivo, più esistenziale per cui facciamo ginnastica, ognuno nella forma e nella declinazione preferita. Fare uno squat con il bilanciere, tenere la colonna vertebrale ben allineata nel plank, schivare un colpo di capoeira, correre e misurare il fiato, sono tutti gesti che richiedono presenza.
La presenza è quello che serve a ricomporre la propria integrità, è l’antidoto alla disgregazione, tanto più nelle nostre vite in cui siamo simultaneamente in mille luoghi, cosa che ci causa ansie, dissociazioni, malessere. D’altronde le pratiche meditative di tutte le diverse tradizioni religiose sono basate sulla presenza e molte prevedono la ginnastica per preparare il corpo alla meditazione, all’immobilità e al contatto col trascendente. Usare il corpo ci aiuta a capire di essere un corpo. Costruire la propria forza, il proprio equilibrio vuol dire riappropriarci di tutti i pezzi che ci compongono, essere interi, persino in una sauna sgabuzzino accanto a uno sconosciuto in mutande.