C’è qualcosa che subito commuove in Cosa sono le nuvole di Francesco Piccolo (Einaudi, 2026). Sarà che il sottotitolo del libro è Gli ultimi anni di Totò e c’è Totò in copertina, sarà che a pagina uno, un Eduardo De Filippo quattordicenne entra in un camerino nel quale fanno eco la voce di un ragazzo e le risa del pubblico e nel camerino, avvolto nella carta, c’è un panino con la frittata. Sarà per il panino con la frittata e per la capacità che ha avuto Piccolo di dare a questo racconto i colori della memoria. Anche quando siamo nel presente, quando Totò va in giro con Cafiero, il suo autista, quando va a trovare la figlia Liliana, quando si cambia tre camicie al giorno perché è vanitoso, tutto sembra già accaduto.
Piccolo si muove tra il Totò pubblico e il Totò privato che condividono tante cose, ma soprattutto la cecità. Un occhio perso alla fine degli anni Trenta, e uno poco più di venti anni dopo, forse per un abuso di antibiotici, forse perché per uno che ha vissuto sempre la notte – gli attori sono così, questo fanno, così vivono – il buio non fa tanta impressione. Totò che fa gli scherzi telefonici. Totò che lascia le buste di soldi sulle soglie dei bassi del Rione Sanità. Totò che fa finta di non essere cieco, ma lo è. E d’altronde, se Omero era cieco, doveva per forza esserlo anche Totò che ha aggregato in sé lo spirito, i racconti, le lacune, i gesti, le insofferenze e le sofferenze di una classe sociale, forse di un popolo. Questo mi ripetevo leggendo. Come ho fatto a pensare che Totò ci vedesse? Pasolini, di lui, aveva detto «l’ho scelto per la sua natura, diciamo così, doppia. Da una parte c’è il sottoproletariato napoletano, e dall’altra c’è il puro e semplice clown, il burattino snodato, l’uomo dei lazzi e degli sberleffi».
Piccolo mescola, come in effetti succede nel mito, aneddoti che possono essere attribuiti a qualsiasi artista napoletano, e li varia. Penso a Totò e a Cafiero che, entrando a Cinecittà, incontrano sempre un uomo che chiede udienza dal finestrino. E Totò non dà mai l’ordine a Cafiero di fermarsi. Un giorno però si fermano, la curiosità è più forte della seccatura, e l’uomo dice a Totò che ama il teatro e Totò gli domanda se è ricambiato. Stessa risposta che dà Renato Caccioppoli a uno che ama la matematica o Eduardo De Crescenzo in Così parlò Bellavista a uno che ama la filosofia – o forse è De Crescenzo che racconta la risposta di Caccioppoli, chi se lo ricorda. Cafiero, come succede a certi miti che attraversano il tempo, si trovano raccontati in altra forma, pensa di andare al cimitero del Pianto per lasciare una registrazione di ‘A Livella sulla tomba del suo adorato principe, ma si fa buio, si perde nel camposanto e si ritrova, appunto, ne ‘A Livella.
Piccolo – riprendo da qualche riga sopra – beccheggia tra un Totò pubblico, attore di successo, in varie stagioni, anche quando gli allori paiono tutti secchi, e un Totò privato, che scrive i testi delle canzoni (non solo Malafemmena, ne ha scritte moltissime) sui pacchetti di sigarette. Un Totò privato il cui unico vero hobby è, appunto, scrivere canzoni. Totò nel cinema d’autore e Totò nei musicarelli. Totò principe e Totò pezzente. Totò che si diverte a lavorare ma deve pure campare centinaia di cani e decine di persone. Totò seduto in macchina che beve il caffè nella tazzina che l’onnipresente Cafiero gli ha passato.
Francesco Piccolo ha aggiunto al suo essere scrittore una nota sonora, vocale, è diventato – penso a La bella confusione, penso a Son qui m’ammazzi, al libro illustrato Paparazzi – il meraviglioso, fantastico, appassionato raccontatore di un mondo ormai solo bidimensionale. Sono tutti morti. Un mondo dove gli scrittori stanno insieme alle opere, e così i registi e gli attori insieme ai film, ma alla fine, quello che conta non è chi viene prima e chi dopo, ma è l’arte. Che cosa sia l’arte, tuttavia, non lo sa nessuno.
«Avrei preferito lavorare al tempo del cinema muto perché tutto quello che ho da dire mi viene meglio con la faccia che con la parola. A questa faccia ne hanno attribuite di tutti i colori. Una volta hanno scritto perfino che c’è dentro il “tragico quotidiano dell’alienazione”. Guardami bene, Peppi’: tu ce lo vedi? Io, no».