Le Nemesiache fanno musica insieme alle “matte”, nella cappella del manicomio. Le Nemesiache ballano con le “matte”. Le Nemesiache regalano veli, paillettes dorate e strass alle donne negate, psichiatrizzate: le prendono per mano e le portano a fare il bagno con loro, nel mare un po’ sporco della Gajola, a Posillipo». È il 1980 e Adele Cambria racconta ciò che ha appena visto a Sorrento. La prima rassegna di cinema femminista in Europa proietta Follia come poesia, appena acquistato dalla Rai: «Tutto questo si vede nel film e il nostro – di tutti e di tutte – ineluttabile moralismo si impenna: non è un oltraggio questo confronto di corpi stupendi e di corpi sfatti, devastati dalla malattia, abbrutiti da una miseria che era già prima e fuori dal manicomio, e s’è aggravata dentro?».
La telecamera in Super 8 riprende una danza selvaggia, un rito di liberazione. Un rituale estatico, scandaloso, durato due anni interi. Si torna nel 1977, quando la Legge Basaglia è ancora lontana. Un gruppo di donne balla, batte con forza le mani sui tamburelli, abbraccia e bacia le ricoverate dell’ospedale psichiatrico di Napoli. Le “deviate”, “le escluse”. Le “poverematte”. I loro corpi sono avvolti da abiti che sembrano stracci e dalla resa alla disperazione. A guidare l’irruzione al Frullone di questi soggetti imprevisti è una trentenne magnetica, celata dietro un paio di occhialoni. È diversa da tutte. Sembra un’amazzone generata da una leggenda antica e al contempo riapparsa da un tempo futuro. Si chiama Carmela, ma tutti la chiamano Lina.
È nata il quinto giorno di gennaio del 1946 a Sant’Antimo ma è cresciuta a Napoli: qui è tornata dopo gli studi di filosofia a Roma per «andare a Mergellina e fare filosofia con i pescatori e i camerieri dei bar» che la chiamano Socrate. Lina guarda con sdegno e preoccupazione le colate di cemento su Bagnoli, invoca la Sibilla Cumana perché riemerga dal suo antro e salvi quel lembo di terra già destinato al disastro ambientale. Lina vuole trasformare la propria vita in una pratica d’arte inscindibile dalla lotta femminista. Dice di voler scavare «in se stessa e nelle pietre». Rievoca il mito come forza generatrice. Nessuna nostalgia, la sua è una connessione viscerale con la terra d’origine, patria di sirene e sibille: «Sono andata via e sono sempre più radicata, collegata, invisibile, presente oltre ogni limite di sole nero, in tutta la mia energia solare, con Partenope, con tutte voi, con il mare, il Vesuvio, la disperazione, la follia, l’amore». In uno scatto del fotografo Augusto De Luca è ritratta fiera, fasciata in un abito che sembra un’armatura. Sul volto gli occhialoni a farfalla, sul capo l’inseparabile cilindro nero. È una guerriera dalla corazza lamé, un’eroina punk rock piombata sulla nostra Terra da un altro pianeta.
Quando dipinge si fa chiamare Màlina. Nel resto del tempo Lina prende le sembianze di Nemesi, la dea della giusta vendetta. È così che sceglie di chiamarsi quando nel 1970 inizia a sfidare la città che l’ha generata organizzando riunioni di sole donne. Con lei ci sono l’amata sorella, l’artista Teresa in arte Niobe, la scrittrice Silvana Campese, Medea. E poi, tra le altre, Aracne, Dafne, Psiche e Karma. Si riuniscono come clandestine sotto il cielo torbido di una Napoli che attraversa a modo suo il lascito del Sessantotto. Nel loro cerchio umano, gineceo di corpi elettrici, non c’è la mitologia disgraziata do’ rione, non c’è pietismo. Le Nemesiache calpestano le stesse strade della giovane moglie appostata sull’uscio di casa: il tempo che la separa dal marito è una frazione di minuto in una vita che ha già dichiarato la sua resa. Ti devo vattere, dice lui. Ti devo picchiare. Una volta e un’altra volta ancora. Forse anche loro sono state la bambina appesa alla coda di un tram, ebbra di libertà prima di tornare tra i corpi ammassati nel basso dove dorme con la famiglia; il suo corpo stretto a quello dei fratelli e gli occhi chiusi per non vedere quello che sarà per sempre incubo. Forse anche loro si sono svegliate nelle stesse stanze in cui si dice che «le donne sono zoccole e gli uomini figli di zoccola», le stanze di Angela e di suo figlio Antonio Franchini tra le pagine de Il fuoco che ti porti dentro. Lina e le sue Nemesiache camminano al fianco delle ragazzine che cercano la strada per il mare, Lila e Lenù di Elena Ferrante replicate all’infinito. Scorre però nel loro sangue anche la linfa di un’altra Lenuccia, Maddalena Cerasuolo che nel ’43 salvò il rione Stella e il Ponte della Sanità dalla distruzione degli invasori nazifascisti. Nelle loro membra ci sono quelle di Ria Rosa, la cantante che fuggì a New York per cantare Guapparia in abiti maschili, prima artista italiana della storia a vestirsi da uomo. Nei loro canti, poi, riecheggiano anche le voci di chi risale le pendici dell’Irpinia per arrivare al Santuario di Montevergine: anime imprigionate in corpi estranei che pregano la Madonna, la Mamma Schiavona. Si chiama da sempre “juta dei femminielli”: ciò che oggi verrebbe derubricato come “pride”. Le Nemesiache lottano per loro e per tutte le sorelle senza retorica, modellando un linguaggio ancora incomprensibile per l’Italia degli anni di piombo: una lingua che già allora scrive la storia del cosiddetto femminismo per come lo conosciamo oggi.
Sono così diverse, queste Nemesiache, dalle compagne del resto del paese negli anni Settanta. Certo, anche loro si riuniscono come nelle decine di appartamenti di tutta Italia intrisi di fumo dove gli uomini non sono ammessi. Come tante altre cellule clandestine disseminate lungo lo stivale praticano il separatismo, vogliono la totale autonomia dalla politica. Eppure sono così lontane dalla Milano del Gruppo Demau di Daniela Pellegrini, dal Cerchio Spezzato di Trento, dalla rivolta generata da Carla Lonzi, Elvira Banotti e Carla Accardi.
Mentre in un giorno di luglio i muri di Roma si svegliano rivestiti dai sessantacinque punti granitici del primo Manifesto di Rivolta Femminile, anche le Nemesiache nel 1970 scrivono il loro primo testamento: «Il femminismo non nasce oggi e le donne hanno sempre lottato. Ma se sono sempre state sconfitte questo si deve proprio al continuo voler comunicare ai loro uomini i loro problemi. Gli uomini ci dividono e ci odiano se noi mettiamo a nudo la verità e le loro maschere. (…) Il femminismo non è lotta per il potere, né tentativo di raggiungere una parità giuridica di integrazione nella società maschile. (…) Insieme ritroveremo il sentiero calpestato, violentato, nascosto. Il nostro sentiero bruciato». La loro forma di liberazione è l’arte selvaggia e liberatoria, il teatro dove mettono in scena “la psicofavola”, la loro forma di autocoscienza.
Corpi insorti in un angolo d’Italia sciagurato e dimenticato da tutti, nella città che tutto crea e tutto distrugge. La Napoli logorata dall’omertà e dal folclore, la Napoli cartolina, la Napoli feticcio. Ecco cosa sono queste donne che hanno deciso di non assuefarsi, di non piegarsi invocando un disegno del demonio. Ecco cosa sono queste donne sotto il cielo della Napoli degli anni Settanta quando guardano al futuro, illuminando già le altre sugli inganni del presente e del tempo che verrà: «Le Nemesiache rigettano le false risoluzioni della libertà sessuale poiché ritengono che i rimedi che il maschio vuole farci intravedere non fanno che rafforzare l’oppressione e la violenza», si legge nei loro documenti, spesso scritti a mano e senza punteggiatura alcuna, come un flusso di coscienza. Denunciano «il congegno mostruoso dell’industria della politica del sesso», la «falsa natura che l’uomo ci ha voluto attribuire in conseguenza della violenza fattaci», auspicano «una sessualità che non comprometta e non violenti la possibilità della donna di generare la vita». Gridano all’incedere del pericolo ambientale in un pianeta già martoriato, rivendicano il potere del materno: «La donna attinge dalla comunicazione con le bambine e i bambini molta della sua forza rivoluzionaria. Noi donne non sceglieremo e non accetteremo un tipo di realtà da cui sia amputata la parte più vitale e ribelle: l’infanzia». Immaginano le parole del futuro: «Le donne devono formare un corpo unico, una marea continua che nessuno dovrà fermare». Segnatevi la marea, la ritroveremo tra poco.
Nel maggio del 1973 le Nemesiache portano in scena Cenerella, la Cenerentola femminista scritta da Lina Mangiacapre. Debuttano in un seminterrato dell’Arenella, nel cuore del Vomero. L’ingresso è vietato agli uomini. Nelle rappresentazioni successive, a Milano e Amalfi, saranno ammessi spettatori solo se accompagnati da una donna che faccia da garante. Nel 1976 si spogliano nella performance Antistreap, uno striptease liberatorio contro le violenze e le fantasie erotiche sul corpo delle donne. Nel 1977 fondano la cooperativa Le Tre Ghinee, ancora oggi associazione culturale. Nel 1978 dedicano alle internate del Frullone la performance Siamo tutte prigioniere politiche. La locandina accoglie gli spettatori con uno slogan che sa di profezia: «Quando hanno finito di bruciare le streghe hanno aperto i manicomi». Nell’estate dello stesso anno organizzano la Festa della Poesia alla Gajola: si avvicinano all’“isolotto jellato” di Napoli rivestite da tuniche bianche decorate dalle loro stesse parole, cucite sul tessuto. Fare poesia per Lina Mangiacapre è ricomporre «la nostra cultura, la nostra storia, i brandelli, i pezzi di stoffa spezzati, tagliati della nostra esistenza». La minaccia delle parole che si fanno slogan sugli abiti dei défilé d’alta moda era forse una profezia troppo funesta anche per un oracolo come lei. Eppure.
Negli anni Ottanta del disincanto collettivo le Nemesiache ribadiscono che «il femminismo a Napoli è nato da Napoli e dalle sue radici, dalla realtà delle lotte di donne che non si sono mai lasciate colonizzare». Dopo il terremoto dell’Irpinia propongono una ricostruzione che ripensi la città sulle prorità delle donne e dei bambini. L’otto marzo del 1982, oltre vent’anni prima delle agitatrici barbute del gruppo francese La Barbe, fanno irruzione travestite da uomini con i baffi in un convegno a Castel dell’Ovo. In quegli anni Lina Mangiacapre dirige e produce il film Didone non è morta, scrive il suo Faust-Fausta in cui prende le sembianze di un giovane androgino e racconta la «nascita di un essere in mutazione, con un’identità sessuata in continua metamorfosi»: un romanzo e poi un film che ora verrebbero presentati come “queer”.
Ciò che rimane di lei e delle sue Nemesiache è oggi nascosto negli slogan che crediamo nuovi, nelle parole che la storia riavvolge e distorce. Dobbiamo a Lina Mangiacapre il primo riconoscimento cinematografico alle donne, il Premio “Elvira Notari” assegnato fino al 2001 alla Biennale di Venezia, sospeso solo nell’anno della sua morte, il 2002, e da allora intitolato “Premio Lina Mangiacapre”. È lei a utilizzare per prima, e non le americane negli anni Novanta, il termine “transfemminismo”. A parlare per prima di “ecofemminismo”. È ancora lei a coniare la “marea” che guida oggi i canti femministi delle manifestazioni di Non una di meno.
Si deve anche a lei la strenua lotta per le radici e al contempo l’assoluto rifiuto del folclore e delle semplificazioni. La Napoli cartolina, la Napoli macchietta di sé stessa. La Napoli sottocultura. La Partenope di Lina Mangiacapre riecheggia sicuramente nella Partenope di Paolo Sorrentino, nella melodia di Liberato che porta il suo nome e che oggi fa da sottofondo allo spot della pasta Voiello. Sono echi dal passato, lascito geniale di chi ha però lottato per non rimanere incastrata nel suo stesso mito, imprigionata nell’immaginario comune: l’inesorabile marchio delle donne conturbanti ed eccentriche. Donne e meridionali. Sono fiamme di ingegno generate da un gruppo di donne che ha rifiutato le mitizzazioni e che ha lottato per una Napoli femmena, certo femminile. Ma soprattutto femminista.
Le tracce delle Nemesiache sono oggi magistralmente conservate in un archivio pubblico, aperto a tutti. Documenti, filmati, ciclostilati e fotografie custodite e consultabili online sul sito della Biblioteca Nazionale di Napoli grazie alla donazione della nemesiaca Silvana Campese. Le tracce però, ce lo insegna la Storia, si celano e poi esplodono anche in un rapido susseguirsi di parole asciutte e potenti, almeno quanto quelle incise sulla pietra e affisse nel giardino milanese dedicato a Carla Lonzi, “scrittrice e attivista”. Bastano due parole e l’animo si risveglia. Magari quello di una ragazza in motorino sul lungomare di Mergellina abbracciata a chi le ha promesso un’estate indimenticabile. La ragazza si fermerà con lui sul lungomare di Posillipo, lo sguardo andrà al cielo e poi si poserà su una targa non ancora lisa dal tempo, illuminata dal chiarore della luna: “Belvedere Lina Mangiacapre. 1946-2002. Artista femminista”.