È qui che accadono le storie» dicono a Mae Sot, la città thailandese al confine con la Birmania. La chiamano “The City of Exiles”. Ci s’incontrano personaggi d’ogni risma: giornalisti, operatori delle ong, criminali, agenti dei servizi d’informazione thai, cinese e birmano, aspiranti guerriglieri, missionari evangelici, contrabbandieri, mafiosi cinesi. Tante persone che è difficile trovare una camera d’albergo. Ed è a Mae Sot che sono iniziate molte delle storie raccontate in Asia Criminale, il libro scritto a quattro mani con Emanuele Giordana.
Molte storie iniziano o finiscono a una decina di chilometri da Mae Sot, sul confine segnato dal fiume Moei. Accanto all’ingresso del mercato di Rim Moei c’è l’imbocco del “Friendship Bridge N.1”, il primo ponte dell’amicizia che collega Mae Sot a Myawaddy, la città birmana considerata la centrale del crimine organizzato dai sindacati della mafia cinese. La sponda thailandese del fiume è una terra di nessuno che nella stagione secca è disseminata di capanne di tela e bambù, popolata da ragazzini che trafficano in whisky, sigarette e pillole di Viagra contraffatte. Le trame di tutte quelle storie si intrecciano a nord e a sud di quel ponte, sulla frontiera con la Birmania, lungo il corso dei fiumi Moei e Salween e una strada che è divenuta una cicatrice infetta nella foresta. Questa frontiera è anche luogo di coltura di tubercolosi, malaria, colera. Nei primi mesi del 2025 vi erano stati individuati diversi casi sospetti di colera e questo, per qualche giorno, aveva destato maggior preoccupazione dei possibili rapimenti.
All’inizio del 2025, infatti, il rapimento e l’internamento in una delle scam city, le ormai famigerate centrali della truffa online, quella che l’Economist ha definito “la più pericolosa attività criminale al mondo” sono apparsi come i sintomi di un’epidemia che colpiva soprattutto gli individui di etnia cinese. Il paziente zero, l’uomo che ha diffuso la psicosi, si chiama Wang Xing, un giovane attore cinese non troppo noto che, a quanto pare, è stato attratto in Thailandia con la promessa di una scrittura in una serie tv. Invece sarebbe stato trasferito a forza in Birmania e costretto a lavorare in un centro di scam. È riapparso a Mae Sot il 7 gennaio, la testa rasata, l’aspetto emaciato, tra i poliziotti della Royal Thai Army che lo avevano salvato. Inevitabilmente il caso ha suscitato sospetti e ipotesi di complotto. Secondo la più attendibile si sarebbe trattato di una manovra cinese che avrebbe simulato il rapimento per costringere birmani e thailandesi a intervenire contro le scam city, ormai divenute una minaccia al popolo e all’economia della Repubblica popolare. «I cinesi sono infuriati, hanno fatto una pressione esorbitante sui thai e sui birmani per far chiudere le scam sul confine. Hanno minacciato “ritorsioni” tremende su entrambe le parti», dice una fonte del Foglio.
Le scam hanno avuto anche un altro effetto: occultare i problemi dei rifugiati. Nei 2.400 chilometri di confine tra Thailandia e Birmania, questo è uno dei punti dove è più facile passare, magari assieme alle centinaia di lavoratori transfrontalieri che ogni giorno utilizzavano il “servizio” di traghetti sul fiume Moei (piccole barche o camere d’aria da camion). Ad attraversare il fiume tra i rifiuti erano i migranti clandestini che cercavano lavoro nelle fabbriche del sudore thai, oppure gli attivisti che fuggivano dalla polizia segreta e dai soldati di Tatmadaw, le forze armate birmane. Una popolazione che dal 2021 è progressivamente aumentata per i dissidenti politici che in patria rischiano la tortura e per i giovani che cercano di sfuggire alla coscrizione obbligatoria.
Angel, una bellissima bambina birmana di quattro anni e suo padre Thet, un uomo gentile dai lunghissimi capelli che ama suonare la chitarra, sono due delle decine di migliaia di rifugiati che vivono a Mae Sot. Angel è nata poco prima del colpo di stato del primo febbraio 2021 che ha deposto il governo di Aung San Suu Kyi. Sua madre è stata assassinata da un militare nel 2023. Le ha sparato davanti ai suoi occhi. «Era un’insegnante, odiano gli insegnanti» dice Thet. Da allora, Angel «è sempre triste». Padre e figlia sono riusciti a fuggire a Mae Sot.
«Mi sono steso sul fondo di un camion. Me la stringevo al petto». Vivono in una stanza di una casa semidiroccata del ghetto dei profughi birmani e Thet ci fa da guida in quello che è diventato il suo mondo concentrazionario, un isolato di palazzi fatiscenti e case semidiroccate dove vivono soprattutto richiedenti asilo e lavoratori migranti che pagano 300 baht al mese per ottenere la cosiddetta “police card” che permette di spostarsi nella provincia o godere di una qualche forma di immunità.
Per guadagnare il privilegio di non essere rimpatriati la maggior parte dei profughi, soprattutto le donne, lavora nelle microfabbriche di abbigliamento. Come quella che ci mostra Thet: una stanza dal soffitto basso dove una decina di donne non staccano gli occhi dalle macchine da cucire e compongono magliette colorate. A poca distanza, sopra la riva del fiume, c’è il punto di transito delle merci per la Birmania. Sacchi di riso, taniche d’olio, cassette di frutta, pesce che si sta scongelando, lubrificanti: sono scaricati dai camion e spinti su uno scivolo di assi lungo la scarpata sino alla sponda del fiume dove sono caricati su una chiatta che li trasporta sulla sponda opposta. Passano di qui anche auto e motorini, lungo una pista creata sull’argine del fiume e poi su chiatte più grandi. Dopo le “sanzioni” imposte dalla Thailandia sulla zona di confine, è da posti come questo che vengono contrabbandati carburante, generatori e pannelli solari. «I cinesi controllano tutto il mercato. Comprano in Thailandia e rivendono in Birmania. E la polizia è d’accordo» dice Thet con amarezza. «In Myanmar non c’è più nulla. Prima si stava bene si viveva felici», aggiunge.
Per capire la reale importanza di Mae Sot, bisogna spostarsi una decina di chilometri più a nord del ponte dell’amicizia numero 1 e raggiungere il numero 2. Inaugurato ufficialmente nel 2019, è lungo 760 metri e sfocia nelle otto corsie del primo tratto della Asean Highway, che a sua volta fa parte dell’East-West Economic Corridor, il programma economico destinato a promuovere lo sviluppo e l’integrazione tra Myanmar, Thailandia, Cambogia e Vietnam. È l’anello di congiunzione tra Golfo del Bengala in Birmania e Golfo di Thailandia e quindi l’Oceano pacifico. È da qui che transitano ogni anno merci per circa due miliardi di euro. Se ne ha l’immagine plastica nella fila di container attorno al monumentale palazzo della dogana: i container Maersk, Cma, Cosco sono un catalogo delle multinazionali dello shipping globale.
Proseguendo ancora ecco apparire i grandi palazzi di Shwe Kokko, l’ormai famosa e famigerata scam city una ventina di chilometri a nord di Myawaddy (e di Mae Sot). Nonostante sia stata dipinta come una succursale dell’inferno, sembra una città aperta, non toccata né minacciata da scontri. Ciò è accaduto perché, al pari delle altre città disseminate lungo il confine occidentale della Thailandia con la Birmania, è sempre rimasta sotto il controllo della Border Guard Force e del suo Signore della Guerra: Saw Chi Thu. “Maestro della diserzione e del tradimento”, com’è stato definito, ha conquistato il controllo dei traffici lungo il confine. Ma è nel 2017 che fa un salto di qualità, quando si accorda per sviluppare la “Nuova Shwe Kokko” in joint venture con la società cinese Yatai International. È allora che entra in gioco un altro personaggio che sembra il “perfido cinese” di tanti film. È She Zhijiang, proprietario della Yatai International. Nato nel 1982 nella provincia dello Hunan, già nel 2015 ha esteso il suo business del gioco d’azzardo tra Filippine, Cambogia, Myanmar e Thailandia. Nel 2017 registra lo Yatai International Holdings Group con sede a Hong Kong che l’anno seguente riesce a stabilire la zona economica speciale di Shwe Kokko. L’affare è talmente grande che si sussurra sia organizzato dalla 14K, la triade di Hong Kong considerata la seconda per importanza al mondo. Un’ipotesi non del tutto improbabile anche perché She Zhijiang è stato arrestato dalla polizia thai nel 2022 e nel 2025 è ancora in attesa di essere estradato in Cina.
Ed ecco che appare l’ultimo protagonista di questa storia. È Liu Zhongyi, detto “Crime Fighter Liu”, viceministro cinese della Pubblica Sicurezza, incaricato da Pechino di un’operazione di polizia contro le scam city. È stato Liu, che si muove tra Birmania e Thailandia come se fosse nel territorio della Repubblica Popolare, ad aver “convinto” sia i thai sia i Birmani ad agire con maggior decisione, liberando gli schiavi dello scam ed arrestando i loro carcerieri. Secondo la nostra fonte, però «È tutta scena»: le scam si sono spostate e gli arresti non hanno toccato i vertici dell’organizzazione.
La caccia alle storie prosegue sulla strada da Mae Sot a Mae Sariang, che sale tortuosa lungo il confine tra foreste, fiumi, strette valli popolate dai “chao khao”, le genti di montagna. La chiamavano la strada dell’inferno: era quasi una pista. Oggi è in ottime condizioni, tanto che è divenuta un percorso per biker a bordo di moto ognuna delle quali vale quanto serve a mantenere una famiglia di profughi per una decina d’anni. Questo è anche il teatro della tragedia del popolo karen: erano circa 120.000 i rifugiati sparsi nei campi ai margini del confine quando ancora era possibile visitarli. Nell’illusorio periodo in cui la Birmania sembrava avviata alla democrazia il numero di rifugiati era sceso notevolmente, ma dal 2021 è rapidamente risalito: oggi sono 86.000 e ne arrivano a centinaia ogni giorno, senza contare i giovani birmani che scappano dal paese per evitare la coscrizione obbligatoria. La situazione rischia di diventare una catastrofe umanitaria da quando il governo americano ha deciso di sospendere i finanziamenti all’Usaid, e gli ospedali nei campi sono stati costretti a chiudere.
I due giovani karen che salgono sul pickup all’ingresso del Mae La “temporary shelter area” (un campo per rifugiati che si è trasformato da rifugio temporaneo a dimora permanente) sono tra i fortunati che ce l’hanno fatta: all’ennesimo posto di blocco lungo la strada esibiscono con orgoglio il passaporto blu americano. «Florida» dice uno di loro quando chiedo da dove vengano. E per provarlo apre il giubbotto e mostra una sgualcita maglietta dove si legge il nome del “Sunshine State”. Se i passaporti sono veri, probabilmente gli sono stati dati da uno dei gruppi evangelici che hanno stabilito la loro missione nei campi profughi.
Ma tutti quei posti di blocco servono davvero a controllare i migranti? Il vero motivo lo spiega Sandro Calvani, che diversi anni fa era stato rappresentante per l’Asia orientale e il Pacifico dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine. «Lungo il confine è attivissimo il traffico di metamfetamine e ogni tanto si attivano i controlli, soprattutto quando si verifica una situazione di crisi come in questo periodo» aveva detto Sandro. «Ma i controlli sono una commedia. Servono solo a far scena».
La strada diventa brutta nella deviazione tra Mae Sariang e Mae Sam Laep, un villaggio portuale e centro di scambio sul Salween. Il fiume è l’arteria principale che collega tutti i villaggi karen sulla sponda birmana, la maggior parte dei quali controllati dalla Karen National Union (Knu), che da decenni si oppone al governo del Myanmar chiedendo l’indipendenza. Sulla riva sabbiosa è un via vai di uomini che caricano e scaricano merci sulle longtail, le barche dalla lunga coda, per il lunghissimo alberoelica che spunta a poppa dello scafo lungo e stretto. Molte battono la bandiera del Knu, a dimostrazione che la zona sulla sponda birmana è ormai definitivamente sotto il controllo di quell’organizzazione.
Per trovare l’avventura, almeno un suo simulacro, torno a Mae Sariang lungo un sentiero nella foresta, in un susseguirsi di guadi, pantani, tratti sabbiosi. Sono una quarantina di chilometri che abbiamo percorso in moto in poco meno di sette ore e ben più cadute, arrivando a destinazione che era notte e senza essere riusciti a dare notizie, quando già erano scattati tutti gli allarmi possibili (compresi quelli del Foglio che temeva un affare Sala in salsa birmana). È una piccola storia che fa riflettere. Il senso di smarrimento, il disagio, la stanchezza, la preoccupazione per non poter comunicare, non possono non farti pensare a quanto dev’essere terribile la condizione dei rifugiati, che in sentieri ancor peggiori cercano di sfuggire ai bombardamenti, alla coscrizione obbligatoria, alla miseria, alla tortura, facendo quel percorso ai piedi, con la paura di essere abbandonati dai loro trafficanti, o di essere fermati dai militari, rimandati indietro, internati in un campo profughi. Quest’avventura mi ha fatto pensare anche alla famosa affermazione del filosofo e matematico Alfred Korzybski: «La mappa non è il territorio». Ormai siamo convinti che i cosiddetti “blank spaces”, gli spazi vuoti, siano scomparsi e che le mappe possano svelarne ogni segreto. Invece, finché non ci sei dentro, non puoi davvero comprendere che cosa ti riservi un percorso nella foresta. Il fatto che ci sia, non significa che tu possa riuscire a percorrerlo.