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Vita da Harvard, lo status prima di tutto

Harvard ha sfornato il più alto numero di leader democratici e di colletti bianchi finiti in carcere. Mentre lobbisti, progressisti e reazionari si contendono il destino dell’ateneo più odiato da Trump, gli studenti parlano di salute mentale e scelgono mestieri redditizi, come la finanza, perché “per la giustizia sociale ci sarà tempo”. Cosa è cambiato a Cambridge dai tempi di Donna Tartt, Tom Wolfe, Zadie Smith ed Elif Batuman

250 ANNI DI AMERICA

Ad Harvard ho visto più fan di Charlie Kirk che attivisti Propal. I primi – un centinaio – erano riuniti sull’imponente scalinata della Widener Library pochi giorni dopo l’omicidio del l’attivista conservatore, seccato da un colpo di pistola in un altro campus, quello della Utah Valley University, da uno studente di 22 anni che si proclamava antifascista.

I corsi del primo semestre erano appena iniziati, e quella marcia silenziosa organizzata dalla scuola di legge e da piccoli gruppi conservatori è stata la prima immagine sorprendente del mio anno dentro l’università più odiata da Donald Trump.

Sulla stessa scalinata, un mesetto dopo, ho incontrato uno studente palestinese di fisica, arrivato in America nell’era Biden. Eravamo entrambi in anticipo rispetto all’apertura della biblioteca costruita in memoria di uno studente morto nel naufragio del Titanic. Mentre aspettavamo che si aprissero le porte, abbiamo iniziato a parlare. A un certo punto il ragazzo ha abbassato il tono della voce e ha cominciato a guardarsi intorno: «Voglio restare qua, meglio non parlare di certe cose», dice, restituendomi con garbo la mia curiosità giornalistica.

Mentre in Italia le università esplodevano per Gaza, ad Harvard non c’era traccia di proteste, né di kefiah o angurie.

L’unica bandiera della Palestina che ho visto nel campus è comparsa durante il Commencement, la grande celebrazione della fine dell’anno accademico. Stava lì, solitaria e libera di sventolare a distanza di sicurezza dal palco, mentre l’ospite d’onore, il comico Conan O’Brien – classe del 1985 – dilettava il pubblico di facoltosi genitori ricordando le mascalzonate da studente e il doppio record di Harvard: l’ateneo che ha sfornato contemporaneamente il più alto numero di leader dell’America democratica e di colletti bianchi finiti in carcere. Fuori dai cancelli, guardati a vista dalla polizia, decine di cittadini e attivisti manifestavano contro l’università, accusandola di essersi piegata alle richieste di Donald Trump.

«In realtà il silenzio del campus e l’autocensura sono il prezzo che paghiamo per andare contro il presidente», spiega un dottorando di sociologia molto attivo durante le proteste del 2024 – quando centinaia di studenti avevano occupato Harvard con le tende per protestare contro la risposta israeliana al massacro del 7 ottobre.

A differenza di altri rettori, il presidente di Harvard Alan Garber ha respinto le richieste dell’Amministrazione – eliminare le politiche di diversity, sottoporre l’università a verifiche esterne sul pluralismo di opinioni, bloccare gli studenti internazionali – e fatto causa al governo. Garber ha capito in fretta che per resistere in America non bisogna fare l’intellettuale da reel ma il lobbista, e soprattutto avere ottimi avvocati. Il mite rettore ha dunque assoldato per la battaglia contro i Maga lo studio legale usato più volte da Trump per le sue aziende. A maggio, durante un incontro a porte chiuse, ha lasciato intendere che l’attacco dell’amministrazione abbia solo fatto da acceleratore a decisioni rimandate troppo a lungo. Tra queste, l’allontanamento del controverso ex presidente e vate democratico Larry Summers.

Il corso sulla Politica economica della globalizzazione di Summers è stato il primo che ho scelto di seguire ad Harvard, soprattutto per gli ospiti in programma – dall’ex primo ministro inglese Tony Blair al fondatore di OpenAI Sam Altman. Il corso l’ho mollato presto, ma mi è bastata la prima lezione per capire alcune cose. Mezz’ora dopo l’inizio – davanti a un centinaio di studenti – l’ex segretario al Tesoro di Bill Clinton ha usato una metafora sessuale per spiegare un principio di negoziazione. Non ricordo la teoria, solo una frase dove c’erano insieme la parola threesome e qualcosa su vantaggi e svantaggi.

I comportamenti di Summers erano noti da più di 20 anni: nel 2005 è stato sfiduciato come presidente di Harvard per una dichiarazione sessista su donne e materie Stem, segnando l’inizio di una serie di gaffe e sparate destinate a fare il giro del mondo. Solo le mail pruriginose emerse dai famigerati Epstein file – in cui confidava pene d’amore a un condannato per pedofilia e tratta di essere umani – hanno convinto Garber a sacrificarlo sull’altare della battaglia esistenziale di Harvard.

Tuttavia, forse per onorare la quantità di finanziamenti e contatti portati all’università, il suo ritratto campeggia ancora dentro la sala più elegante della Widener Library.

Ai professori presi di mira dagli studenti attivisti non è andata così bene.

Nel 2021 la biologa Carole Hooven è stata costretta a lasciare la cattedra per aver difeso in un’intervista la centralità del testosterone nello sviluppo delle differenze tra uomini e donne. Il giurista afroamericano Ronald Sullivan è stato rimosso come dean di una residenza universitaria perché è entrato nel team legale del “mostro” Harvey Weinstein.

Se è vero che circa il sessanta per cento degli studenti di Harvard si definisce progressista, quelli che animano sitin e proteste non superano il quattro per cento del totale. Il vero squilibrio sembra riguardare il fronte opposto: secondo un sondaggio del 2023, appena il tre per cento degli studenti si definisce conservatore o molto conservatore.

«Quando arrivai ad Harvard, nel mio dipartimento su 40 professori 15 erano repubblicani. Non erano particolarmente militanti, semplicemente c’erano», mi racconta lo storico James Hankins, uno dei massimi esperti mondiali di Rinascimento che ha deciso di mollare Harvard dopo 40 anni a causa del “globalismo imperante”. Nonostante non lavori più a Cambridge da un anno, Hankins – che oggi insegna alla Hamilton School dell’Università della Florida, un nuovo centro dedicato allo studio della civiltà occidentale – conserva una piccola stanza nel dipartimento di storia a due porte da quella di una docente di gender studies piena di adesivi Lgbtq+ e contro il patriarcato.

«Per anni il principale sostegno a Harvard proveniva dagli ex studenti di Wall Street, soprattutto quelli appartenenti ai final club – spiega – Era un sistema estremamente efficace. Conoscevo alcuni dei più importanti fundraiser dell’università degli anni Ottanta e Novanta, erano incredibilmente competitivi tra di loro. Ricordo un amico di New York, responsabile della raccolta fondi per la classe del 1980. Telefonava ai suoi ex compagni e diceva: “Guardate che la classe dell’84 ci sta superando”, e quelli contribuivano immediatamente pur di non essere superati da una classe più giovane». Secondo Hankins sono stati i finanziamenti federali a cambiare le cose, seguiti, all’inizio degli anni Duemila, dall’esplosione dei capitali stranieri – cinesi, indiani – che arrivano a Cambridge insieme al sogno di una Harvard globale.

Più o meno nello stesso periodo i final club – circoli sociali privati per soli uomini non riconosciuti da Harvard dove l’élite americana si riunisce da secoli per promuovere e tramandare il privilegio bianco e maschile – finiscono finalmente sotto processo. Ancora oggi, i membri si distinguono facilmente da tutti gli altri studenti in tuta, ciabatte e calzettoni bianchi. I “Porkies” del Porcellian club ricordano il gruppo di “eletti” del college del Vermont descritti da Donna Tartt in Dio delle illusioni: «Pur essendo tutti diversi, condividevano una certa freddezza, un fascino crudele e manierato che non aveva nulla di moderno, ma che emanava una strana e gelida aura del mondo antico».

Anche l’ampliamento del Title IX – la legge del 1972 che vieta discriminazioni basate sul sesso nelle università che ricevono fondi federali – nasceva dalla volontà obamiana di correggere un problema reale alla base dell’educazione elitaria. Eppure, come osservano Louis H. Guard e Joyce P. Jacobsen in All the Campus Lawyers, queste norme hanno finito per creare un clima in cui le università vivono nel timore di essere continuamente trascinate in tribunale da chiunque si senta trattato in maniera diversa.

La moltiplicazione dell’errore nell’illusione della cura si ripete – in maniera esponenziale – nell’approccio furioso dell’amministrazione Trump. Cosa c’entra il taglio dei finanziamenti alla ricerca con l’antisemitismo? E il blocco di tutti gli studenti stranieri con lo spionaggio cinese?

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha messo fine al programma che permetteva ai militari di frequentare i corsi di Harvard, spiegando che «tornano indietro con le teste piene di ideologie radicali e globaliste che non aiutano a migliorare le nostre prestazioni». Come si difende il pluralismo di opinione se si elimina il pensiero differente? Nel romanzo del 2005 Della Bellezza Zadie Smith descrive il rapporto tra il professore progressista Howard Belsey e il suo antagonista conservatore Monty Kipps in un college del New England, svelando il piacere un po’ peccaminoso provato dal primo nell’ascoltare il rivale mentre parla di “affari, e soldi”. In fondo, scrive Smith, «gli piaceva sentire dire che l’uguaglianza era un mito e il multiculturalismo un sogno sciocco». Quante coppie di Belsey e Kipps produce oggi Harvard?

Di certo, l’approccio radicale dell’Amministrazione Trump invece di promuovere la diversità sembra aver risvegliato il peggiore pensiero reazionario.

Lo scorso autunno l’Harvard Salient, l’unico giornale conservatore del campus, è stato sospeso per aver citato Hitler in un editoriale. La John Adams Society, fondata nel 2011 «per discutere idee conservatrici» due anni fa ha abbandonato la definizione «la principale associazione di dibattito di Harvard sulla filosofia politica e morale» per sostituirla con «la principale organizzazione per la reinvenzione dell’uomo ad Harvard Square». I final club, tornati attivi dopo la gogna degli anni Duemila, propongono un’agenda ancora più radicale, che vorrebbe riportare Harvard indietro di secoli.

Mentre il governo e le minoranze più rumorose – divise tra una visione estetica e una etica della vita, come fa notare un’amica alla giovane protagonista dell’Idiota di Elif Batuman, romanzo del 2018 ambientato ad Harvard – si contendono il destino dell’ateneo, gli studenti in crisi combattono battaglie terrene.

I seimila ragazzi che ogni anno accedono all’Harvard College sembrano lontanissimi dagli universitari tutto sesso, alcol e gangsta rap raccontati da Tom Wolfe in Io sono Charlotte Simmons. Vedono il futuro in salita, e mettono la salute mentale al primo posto. Le battaglie più accese dell’anno appena concluso non hanno riguardato ingiustizie globali, ma gli stipendi troppo bassi dei dottorandi e la decisione dell’università di mettere un tetto del 20 per cento alle A agli esami (oggi intorno 60 per cento) nel tentativo di riprendere la strada smarrita dell’eccellenza.

La possibilità di trovare subito lavoro grazie al brand Harvard continua a concentrarsi negli stessi tre settori: finanza, tecnologia e consulenza. È il fenomeno chiamato career funneling: un’università che continua a produrre le menti più brillanti del mondo, ma che finisce per incanalarle verso le stesse professioni ad alto reddito. «Un problema per la ricerca scientifica, ma anche per la democrazia», dice una giovane docente di discipline umanistiche.

Capisco cosa intende quando conosco Joao Pedro, detto JP, lo studente più brillante di un corso di italiano dove ho tenuto un workshop di giornalismo. Ha studiato filosofia e politica, mi riempie di domande difficili sull’Italia e di letture lucide sull’occidente. Mentre lo ascolto lo immagino, tra qualche anno, al Senato degli Stati Uniti o a guidare le Nazioni Unite. L’ultima volta che ci vediamo, però, mi dice che sta partendo per Miami dove lo aspetta uno dei più grandi studi di consulenza del mondo. «Perché?», gli chiedo. «Per la giustizia sociale ci sarà tempo. Prima voglio un lavoro che mi dia soldi e riconoscimento». Come scrive Tom Wolfe, lo status prima di tutto.

In bocca al lupo JP. In bocca al lupo America.

Serena Danna (Avellino, 1982), giornalista. È vicedirettrice di Open.