Maria Lvova-Belova, commissaria presidenziale della Russia per i Diritti dei minori, ha fatto un’inaspettata confessione su come Filip Golovnia, un adolescente ucraino, sia finito da Mariupol nella sua famiglia. Ne ha parlato con il conduttore televisivo e blogger russo Vyacheslav Manuchanov, in un’intervista pubblicata il 14 ottobre sul suo canale YouTube. Secondo la sua versione, Lvova-Belova ha conosciuto il ragazzo, che all’epoca aveva 15 anni, quando «andava nei sotterranei a prendere i bambini che si trovavano sotto i bombardamenti», durante l’assedio russo di Mariupol, città ucraina ora sotto occupazione, nel 2022. Prima di allora Filip era cresciuto in una famiglia affidataria a Mariupol, che presumibilmente lo aveva abbandonato da solo in città durante i bombardamenti russi, dopo di che Maria Lvova-Belova aveva deciso di adottarlo. Ma una volta arrivato in Russia nella famiglia della commissaria, Filip aveva «perturbato il clima familiare», ha raccontato Lvova-Belova, perché aveva una «visione particolare della Russia», cioè aveva un atteggiamento negativo a causa dell’ «educazione antirussa» ricevuta nelle scuole ucraine. Quando il ragazzo viveva già in Russia, nella famiglia della commissaria, continuava a leggere siti filoucraini, cantava canzoni ucraine, piangeva di notte e chiedeva di essere rimandato a casa sua. «Ma ascolta, ormai sei arrivato in Russia», gli diceva Lvova-Belova, «devi cambiare atteggiamento», e così è cominciata la rieducazione russa, che ha avuto successo, perché stando alle dichiarazioni della commissaria, «ci sono stati dei cambiamenti nella coscienza» di Filip, che ora non vuole più tornare a vivere in Ucraina.
Il 17 marzo 2023 la Corte penale internazionale dell’Aia ha spiccato un mandato d’arresto per il presidente russo Vladimir Putin e per la commissaria: sono accusati di deportazione illegale di bambini dall’Ucraina alla Russia a partire dal 24 febbraio 2022. Secondo i dati di Bring Kids Back, almeno
19.546 bambini sono stati deportati o trasferiti illegalmente in Russia. Ma la cifra potrebbe essere molto più alta.
I bambini che vivono nei territori occupati sono sottoposti a militarizzazione e rieducazione: il sistema educativo russo cerca di cancellare la loro identità. «I russi sanno bene che i bambini sono i futuri adulti», dice Natalya Sosnovenko, psicologa della fondazione Voice of Children: «I ragazzi sono quelli che governeranno in futuro e perciò li educano in modo che siano più suscettibili all’influenza» della Russia. Così, già dall’asilo e poi a scuola, gli educatori russi raccontano ai bambini che l’Ucraina è un paese che non esiste.
Pavel Filipchuk, collaborazionista che è passato dalla parte della Russia dopo l’inizio dell’invasione su larga scala e che ora guida l’amministrazione locale di Kakhovka, città occupata nella regione di Kherson nel sud dell’Ucraina, il 29 settembre scorso ha riferito sul suo canale Telegram di aver tenuto una riunione con le strutture di sicurezza, con particolare attenzione alla questione dell’istruzione. Filipchuk dice che oltre 200 bambini nel suo distretto non frequentano la scuola: «Alcuni studiano ancora nelle scuole online ucraine», dice, ed è inaccettabile. Assieme alla polizia ora intende fare dei controlli e richiamare i genitori alla responsabilità. Si inizierà con delle multe e poi con l’istituzione di una commissione per i minorenni. «Se non rinsaviscono, ci sarà la revoca della potestà genitoriale», minaccia Filipchuk.
Secondo le stime degli organi statali ucraini e delle organizzazioni per i diritti umani, nei territori temporaneamente occupati dai russi si trovano circa 600 mila bambini in età scolare.
Resistenza segreta
Nell’autunno del 2022, Marta, studentessa delle classi superiori di una scuola di Donetsk, ha notato grandi cambiamenti nel suo istituto. Davanti all’ingresso è apparso un addetto in uniforme militare con un fucile automatico. In classe è stato appeso un ritratto del presidente russo Vladimir Putin, nel corridoio è apparso lo stemma russo e una targa con le parole dell’inno della Federazione russa. Dal 2014 al 2022, gli studenti di Donetsk imparavano un altro inno – quello della cosiddetta Repubblica popolare di Donetsk, poiché il Cremlino continuava a negare il suo coinvolgimento nella guerra in Ucraina. Allora ai bambini nelle scuole non raccontavano di ciò che stava accadendo nell’est dell’Ucraina, dove le operazioni militari sono in corso dal 2014, ma studiavano prevalentemente la Seconda guerra mondiale. «Ci ricordavano costantemente che l’aveva vinta la Russia e ci costringevano a portare i nastri di San Giorgio», racconta Marta, che ha 18 anni.
Nel 2022 Mosca ha annunciato di aver incluso l’intero Donbas nella Federazione russa e le regole scolastiche sono cambiate di nuovo. Il sistema educativo a Donetsk si è completamente sincronizzato con quello russo, dice Marta. Al lunedì è stata introdotta la lezione dal titolo: “Conversazioni sulle cose importanti”, dove ai bambini spiegano perché è importante essere patrioti russi. Sono nate anche nuove organizzazioni giovanili e secondo Marta, la più diffusa a Donetsk è il “Movimento dei primi”, creato in Russia nell’estate del 2022. Il suo obiettivo ufficiale è l’educazione, l’organizzazione del tempo libero dei giovani e la formazione di una visione del mondo «basata sui tradizionali valori spirituali e morali russi». Questo movimento è un prototipo dell’Organizzazione dei pionieri che esisteva ai tempi dell’Unione sovietica e la cugina di Marta ci è entrata. «Molti bambini glorificano la Russia solo per facciata, per ottenere punti aggiuntivi», dice la ragazza, ma ci sono anche sostenitori che ci credono e che convincono altri studenti a unirsi.
Il “Movimento dei primi” interagisce con la “Giovane armata”, un’organizzazione giovanile militar-patriottica che è nata in Russia già nel 2016. Sergey Aksyonov, autoproclamato primo ministro della Crimea, ha dichiarato a ottobre che sulla penisola sono già stati formati 380 reparti della “Giovane armata”, e ci sono già 6.500 “giovani soldati”.
Marta invece, di nascosto da tutti, a Donetsk ha iniziato a studiare online in una scuola ucraina. Raggiunta la maggiore età, senza dire una parola ai genitori filorussi, nell’aprile del 2025 è fuggita dall’occupazione e ora studia lingue straniere all’Università di Kyiv.
Giochi pericolosi
Il gioco “Zarnitsa 2.0” è uno dei progetti di punta del “Movimento dei primi”. È una competizione che simula un combattimento ed è molto simile a un addestramento militare. “Zarnitsa” esisteva ai tempi dell’Unione sovietica, negli anni Sessanta, ma durante l’invasione su larga scala è stato modernizzato, rendendolo più moderno e vicino alle realtà della guerra attuale. Lo scenario di “Zarnitsa 2.0” imita la struttura di un’unità militare. I partecipanti sono divisi in squadre che competono tra loro e a ciascuno viene assegnato un ruolo. Qualcuno interpreta il ruolo del comandante, qualcuno dell’assaltatore, dell’operatore di droni, del medico, del geniere. Di fatto costringono i bambini a giocare a fare i soldati. Queste competizioni sono panrusse e vi partecipano anche bambini ucraini che vivono sotto l’occupazione.
«Zarnitsa è molto mediatica, quindi molti adolescenti sognano di parteciparvi», dice Kateryna Rashevska, esperta del Centro regionale per i diritti umani. In questo modo la Russia coinvolge i bambini nella guerra fin da piccoli.
In più ci sono i centri estivi, 23 settimane durante le quali ai ragazzi viene insegnata l’arte militare e la teoria, cioè l’ideologia. Per esempio, in un campo estivo che si chiama “Avanguardia” e che si trova a Volgograd, ai bambini insegnano a minare e sminare territori, a usare il paracadute, a pilotare droni, racconta Rashevska. Ma nella maggior parte dei campi estivi, ai bambini non insegnano a combattere, bensì inculcano nella testa dei ragazzi che ora sono russi come gli studenti russi venuti in vacanza. Secondo i dati del Centro regionale per i diritti umani, i bambini dei territori occupati sono dislocati in 164 di questi campi. Rispetto al 2023, questa rete è cresciuta del 70 per cento.
Anche nei territori occupati ci sono istituzioni simili. Per esempio, a Berdyansk è stato aperto il campo “Garofano rosso”. L’estate scorsa, i bambini hanno stabilito un record producendo una rete mimetica di tre metri per i militari russi, che è stata poi inviata al fronte.
Ma i più diffusi sono proprio i viaggi nel territorio russo, dicono gli attivisti per i diritti umani, che servono a strappare il bambino dalla sua famiglia e dall’ambiente familiare: «La Russia non si fida dei genitori ucraini, pensa che possano preservare l’identità ucraina e influenzare negativamente il bambino», dice Rashevska. L’indottrinamento inizia già durante il viaggio in treno o in autobus.
In generale, la Russia ha creato un enorme sistema che include innumerevoli programmi e progetti diversi per il lavaggio del cervello dei bambini ucraini che rimangono sotto occupazione. Tra questi c’è la “Carta culturale 4+85” del ministero della Cultura russo, sviluppata “appositamente per gli studenti del Donbas e della Nuova Russia” per far conoscere agli studenti il patrimonio storicoculturale della Russia. Nel 2024 la “Carta culturale” ha coinvolto 10 mila studenti delle regioni di Luhansk, Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia. Oltre a questo, c’è ancora il progetto “Nuovi orizzonti”: fa parte del programma “Più che viaggi”, anch’esso sviluppato appositamente per i giovani dei territori occupati. E Marta racconta che gli studenti della sua scuola andavano alle Olimpiadi scolastiche in Russia, dove veniva loro proposto di continuare gli studi nelle università già sul territorio russo.
L’effetto di questa rieducazione russa aggressiva e della militarizzazione sui bambini dipende anche dall’ambiente più vicino e dall’ideologia dei parenti e degli amici. «I genitori che segretamente continuano a sostenere l’Ucraina e comprendono la propria identità ucraina, trovano modi per parlarne con i bambini», dice Sosnovenko. Spesso i bambini, sottoposti a costante indottrinamento, perdono la fiducia nel mondo. La loro infanzia è distrutta dalla guerra e dalla morte di persone care e amici, molti dei quali sono andati via dall’occupazione. La Russia lo sa ed è per questo, dice la psicologa, che «la prima cosa che i russi fanno dopo l’occupazione dei territori è occuparsi dei bambini».