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Woody Allen, spostati: l’ipocondriaca sono io

L’ipocondriaco è come il geloso: è contento solo quando trova qualcosa che confermi i suoi peggiori timori. Ma, a differenza di quel che accadeva nel secolo scorso, io mica aspetto di diventare sorda per sospettare di un cancro al cervello e farmi tutti gli esami con tutti i macchinari esistenti. Il dramma dei medici trentenni e quello delle cliniche private in cui entri viva e da cui esci morta. Una vita nel settore, ma sempre a sperare: è benigno

Tutti, diceva Carrie Fisher in Harry, ti presento Sally…, pensano di avere buon gusto e senso dell’umorismo.

Sono passati trentasei anni ed è ancora tragicamente vero, ma di recente ho capito che possiamo aggiungere: tutti ma proprio tutti pensano di essere ipocondriaci. Pensano di essere ipocondriaci perché guglano i sintomi. Pensano di essere ipocondriaci perché fanno gli esami del sangue una volta l’anno. Pensano di essere ipocondriaci quando in realtà sono, beati innocenti, gente che non pensa alla morte ogni dodici secondi, gente che neppure ha una classifica delle malattie di cui ritiene più probabile morire presto, e – quel che mi risulta più incredibile – gente che si fida dei medici.

La sfiducia nei medici viene, in questo tempo sbandato, equivocata nei più banali e sbagliati dei modi. Se scrivi su un social che i medici non sanno fare il loro lavoro – come tutti: dai baristi agli avvocati, dai netturbini ai giornalisti, dagli insegnanti agli stilisti – ti arriverà sicura come la diagnosi sbagliata la risposta «eh, certo, tu sei per l’università della vita». No, mio delizioso semplificatore: io non sto dicendo «i medici non sanno fare le diagnosi, i sensitivi sì». Non mi sto iscrivendo alla mozione di quelli che, cito dall’ultimo articolo che scrisse AA Gill prima di morire (poi ci torniamo), non avendo medici privati hanno «diete magiche, omeopatia, cure new age, o almeno teorie complottiste su come le case farmaceutiche ci celino l’efficacia della vitamina C, del cavolo nero, del vischio». Io sto dicendo: se non si può far conto su chi in quella materia s’è specializzato, figuriamoci su chi quella materia non l’ha studiata neanche per un minuto. In verità vi dico: ciò di cui l’età adulta ci ha privato è la convinzione che Woody Allen avesse capito tutto.

Quando girò Hannah e le sue sorelle, il film in cui interpretava l’ipocondriaco di riferimento della mia generazione, Woody Allen aveva cinquant’anni. Non ci sentiva più da un orecchio, si convinceva d’avere un tumore al cervello, andava a farsi una risonanza, fantasticava sul medico che gli diceva che non c’era più niente da fare, poi il medico arrivava, gli diceva che non aveva assolutamente niente, e a quel punto lui rivedeva tutte le sue priorità: non poteva più lavorare in un programma televisivo che disprezzava, ora che aveva capito che la vita è breve. Certo che ci credevo: avevo quattordici anni. Credevo anche al finale, in cui il nuovo amore del suo personaggio (la cognata: l’inconscio di Woody Allen ci stava rivelando molto in anticipo che sarebbe finito con una parente della moglie) gli diceva che era incinta – miracolosamente, considerato che lui era da tutta la vita sterile, e lui era felice come appunto un miracolato, mica come un qualunque cornuto. Ora che ho passato i cinquanta, so come reagirei io non tanto alle corna, che quelle pazienza, quanto al medico che mi dice che dalle scansioni del cervello risulto non avere nessun cancro: mi convincerei che il medico non sa fare il suo mestiere.

Ma poi: non potrebbe mai andare così giacché (e questo forse dipende dal mio avere avuto cinquant’anni in un secolo diverso da quello in cui li ha avuti Woody Allen) io mica aspetto di diventare sorda per sospettare un cancro al cervello e farmi tutti gli esami possibili con tutti i macchinari esistenti. Di recente mi sono trovata di fronte a un trentenne (in questa storia ci sono diversi trentenni, diversi nel senso di «più di uno», ma tutti uguali nell’essere appunto trentenni, cioè dell’età in cui non sai trovarti il culo con le mani ed è inaccettabile tu sia considerato un professionista adulto, è inaccettabile tu sia responsabile della mia salute: un trentenne non dovrebbe essere responsabile neanche d’un pesce rosso) che doveva occuparsi del mio «prericovero», che è il nome che negli ospedali italiani si dà alle analisi che ti fanno prima d’un intervento non urgente. Ci sarebbero molte cose da dire sul concetto di prericovero, ma non ci distraiamo perché devo parlarvi del trentenne che guarda il risultato della tac dell’anno prima, una tac a tutto il corpo (total body, la chiamano, perché non sanno l’italiano ma sono convinti di saper l’inglese) che ho fatto perché sono un’ipocondriaca più seria di Woody Allen, e continua a chiedermi perché l’ho fatta. L’ho fatta, giovanotto, perché ho passato i cinquanta. Eh, lo so che non lo capisce: è perché non è mai stato abbastanza adulto da fare la classifica delle patologie in seguito alle quali potrebbe morire. Lo so che non lo capisce: è perché se lei avesse quattrocento euro da buttare ci si pagherebbe un fine settimana a Sharm El-Sheikh, e non sa che c’è un’età alla quale invece i soldi si buttano in queste cose qui, nell’illusione di truffare la morte. Niente, non capiva. Continuava a chiedermi quale fosse il quesito diagnostico, a dirmi che non ha senso fare una tac senza quesito diagnostico, e io pensavo che il quesito diagnostico è per i poveri e per gli impavidi, noi borghesi cagasotto ci paghiamo esami per arginare la paura di morire, è uno dei portati del benessere e della diagnostica per immagini, puoi sapere prima di che sesso è tuo figlio così fai la festa per il gender reveal, e puoi sapere prima che hai un’ombra sul pancreas così al decorso d’un cancro che comunque non si cura puoi aggiungere qualche mese in più di consapevolezza della tua morte imminente.

Di recente ho visto una puntata di Grey’s Anatomy in cui un medico che ha trattato male una giovane apprendista viene chiamato dall’ospedale in cui si svolge la serie perché ha inventato un intervento sperimentale per il cancro al pancreas che pare sia miracoloso, solo che a metà intervento dice ah no niente, il cancro che ha la paziente che dovrebbe miracolare è troppo esteso, non funzionerebbe, grazie, come non detto, richiudiamola. La dottoressa che lo idolatrava è furente, così siam buoni tutti a sembrare medici dei miracoli, non finendo di operare se l’intervento non potrà avere l’esito promesso, e allora ci si mette lei, s’inventa improvvisando una nuova tecnica, e miracola lei la malata. Ogni volta che vedo Grey’s Anatomy m’incazzo, perché sono sempre tutti geni capaci di risolvere casi pazzeschi, inventano tecniche che a nessuno son mai venute in mente per risolvere disastri irrisolvibili, mentre noialtri qui fuori dal televisore siamo in balìa di trentenni che saprebbero farci crepare per un’unghia incarnita.

Sempre per il prericovero di prima, sono stata mandata a fare un’ecografia col mezzo di contrasto, perché in quella tac di un anno e spicci prima c’era una macchia sul fegato. Il trentenne mi aveva molto redarguita: vede che non serve a niente fare queste cose, la tac diceva che c’era una macchia sul fegato e lei poi non ha approfondito. Tre diversi medici adulti m’hanno detto che era sicuramente una zona di risparmio, che è una roba che il corpo crea quand’hai il fegato grasso come un’oca da spalmare sulla baguette: dice che dovevo approfondire con uno specializzando? Ma nessuna seria ipocondriaca rifiuta il suggerimento d’un ulteriore esame che potrebbe svelarle altri mali che potrebbero mandarla in ulteriore paranoia, quindi sono andata a fare l’ecografia, per controllare che quella macchia non fosse un cancro che in due anni aveva educatamente evitato di uccidermi ma soprattutto nella speranza inconscia (ma il mio inconscio è persino più didascalico di quello di Woody Allen, così banale da essere praticamente conscio) che, com’era accaduto al marito di Chiara Ferragni, mentre mi guardavano il fegato si accorgessero, passando lì vicino con l’attrezzo, che in qualche organo adiacente c’era qualche magagna. L’ipocondriaco, ho capito in una vita nel settore, è come il geloso: è contento solo quando trova qualcosa che confermi i suoi peggiori timori. Un esame che dice che non hai niente è un esame che ti soddisfa solo se, come quel Woody Allen, sei un ipocondriaco dilettante. L’ipocondriaco vero non concepisce il lieto fine se non come finale apparente, come sottofinale che verrà spazzato via dalla tragedia.

L’ecografia col mezzo di contrasto, dicevo. Sono entrata in una stanza in cui c’erano quattro lattanti le cui quattro età sommate a stento superavano il secolo, il che per una che si fida solo di chi ha almeno settant’anni non è una bella premessa. Si sono letti a vicenda il quesito diagnostico, non l’hanno capito, mi hanno fatto una prima ecografia normale senza capire cosa cercavano. A quel punto è entrata una quinta tizia: quella che doveva iniettarmi il liquido di contrasto. Si è piazzata alla mia sinistra, e io ho meno vene utilizzabili di quante ne restassero a Cristiana F. alla fine del romanzo. Le ho detto guardi, l’unica vena buona ce l’ho sul braccio destro, se vuole mettersi da questo lato dovrà adattarsi a farmi l’iniezione nella mano. Ed è stato a quel punto che la trentenne che l’ospedale di Bologna, la migliore sanità del mondo e tutte cose, mandava da me al solo scopo di infilarmi un ago in vena, è stato a quel punto che la trentenne in camice col solo compito d’infilarmi un ago in vena, è stato a quel punto che la sventurata ha detto: eh, ma io con le vene della mano non sono brava.

Quando dovevo decidere dove fare l’intervento di routine per cui mi hanno fatto tutti questi inutili esami costringendomi a vedere all’opera tutti questi inutili trentenni, ogni mio interlocutore era d’accordo su una cosa: nelle cliniche private entri viva, dalle cliniche private esci morta. Ognuno ha una storia dell’orrore su qualche ricovero privato (specie romano, ma non solo). Persino io posso raccontare di quando mi operarono per l’endometriosi, era luglio, e passai agosto a fermentare perché, dopo la laparoscopia, non avevano richiuso bene l’ombelico. I miei medici erano tutti in vacanza, un amico mi fece parlare al telefono con un primario, padre della sua vicina di scrivania, primario che mi diede della paranoica dicendo che non era possibile, che anche se non mi avessero richiusa i tessuti si sarebbero nel frattempo saldati, dovevo smetterla di farmi film folli. Dopo ferragosto la mia ginecologa rientrò in città e constatò che in effetti l’ombelico non era chiuso. Ci sono molte domande da farsi su quell’estate: una è come mai io non sia morta di setticemia; un’altra è quanti soldi di danni avrei potuto chiedere se fossimo stati in un film americano e non in una clinica romana in cui già se non t’ammazzano è considerato un esito di gran successo; ma la terza e più importante è come mai io abbia continuato per un po’ ad andare da quella ginecologa, nonostante la di lei evidente cialtroneria (ovviamente lei mi disse che mi aveva malricucita un altro dell’équipe, perché non importa se sono uomini, donne, non mammiferi, medici, parrucchieri, idraulici: tutti gli esseri umani sono accomunati dalla costante che le cialtronate che combinano non sono mai responsabilità loro, è sempre stato quello prima, quello di fianco, il cognato del cugino d’un raccomandato che passava di lì, quarant’anni di malgoverno democristiano, trent’anni di berlusconismo, l’Europa, la Chiesa, il neoliberismo, i comunisti, chiunque ma non io).

La mia acclarata sindrome di Stoccolma nei confronti dei medici evidentemente incapaci sarebbe forse bastata a rimandarmi in clinica, se non fosse che il primario che mi aveva detto che mi serviva l’intervento, primario che ero disposta a ricoprire di dobloni perché mi operasse privatamente, mi ha detto che non ci pensava proprio a operarmi in clinica. «Lei ha un bmi importante», ha detto in quello che dev’essere il linguaggio clinicamente diplomatico per darti dell’obesa da quando siamo diventati insofferenti ai fatti e se dai dell’obesa a un’adulta in effetti obesa quella si mette a piangere e va sui social a dire che meriti pochi cuoricini perché sei un professionista insensibile. E quindi, avendo io un indice di massa corporea da vescica di lardo (scusate: importante), lui voleva operarmi in un luogo in cui, se qualcosa fosse andato storto, ci fosse un reparto di terapia intensiva pronto a rianimarmi. Proprio quel che vuole sentirsi dire una paranoica convinta che anche se smette di mangiare due giorni prima non le si svuoterà lo stomaco in tempo per l’anestesia e morirà soffocata dal suo stesso vomito senza aver neppure mai inciso una versione decente di Me and Bobby McGee.

E quindi eccoci, Woody, lascia che mi presenti, sono un esemplare serio di ipocondriaca, mica uno blando come quello che hai scritto per Hannah e le sue sorelle, sono il genere d’ipocondriaca consapevole che i medici possono ammazzarmi più velocemente di qualunque malattia, che – per un Fedez che operano subito per la botta di culo di aver visto una macchiolina sospetta – ci sono chissà quanti pazienti dei cui malanni medici mediamente incapaci non si accorgono. Soprattutto, sono una lettrice di AA Gill. Tutti i «ve l’avevo detto che stavo male» che noi ipocondriaci fantastichiamo da anni di farci scrivere sulla tomba vengono superati coi lampeggianti l’11 dicembre del 2016, quando sul magazine del Sunday Times esce l’ultimo articolo di AA Gill.

Ne traduco due paragrafi, tra quelli meno dolorosi: parlano dell’NHS, il servizio sanitario nazionale inglese. «Sappiamo che è il meglio di noi. Non puoi entrare in un ospedale pubblico ed essere razzista. È una condizione che guarisce istantaneamente. […] Non puoi essere sessista, nel servizio sanitario nazionale, né paternalista, e le persone che fanno squadra, coloro che si prendono cura e coloro che vengono curati, contro un sistema cronicamente traballante, sono gli inglesi bombardati dai tedeschi, spalle al muro, sono il meglio di noi, di noi rigidi e sentimentali – e quindi mentiamo. Diciamo che è l’invidia del mondo. Non lo è. Diciamo che non c’è niente alla sua altezza. Sì che c’è. Diciamo che è il migliore d’occidente. Non lo è. Pensiamo che sia quello più a buon mercato. Non lo è. O quello, o pensiamo che sia il più costoso – non è neanche quello».

È un articolo straziante perché, quando viene pubblicato, Adrian Anthony Gill è morto da ventiquattr’ore, d’un cancro ai polmoni che ha metastatizzato al pancreas senza che nella sanità pubblica inglese ci fosse una sceneggiatrice di Grey’s Anatomy. È un articolo straziante perché il cancro gli è venuto pur avendo smesso di fumare da quindici anni («Qualcuno si ricorda di quando Parigi odorava di volta in volta di piscio, di Gauloises, di Chanel?»). È un articolo straziante perché il cancro glielo trovano perché insiste a farsi i controlli per quel che il medico è convinto sia un doloretto alla cervicale. «Agli occhi del pubblico, non tutti i cancri sono uguali. C’è poca simpatia per il cancro ai polmoni. Viene soprattutto agli uomini, soprattutto agli uomini anziani, soprattutto agli uomini della classe operaia, soprattutto ai fumatori. Ricevono molti più investimenti e simpatie i cancri che affliggono donne e giovani: perché non dovrebbero?». È un articolo straziante perché Gill racconta che per quel cancro lì esisteva già una cura più efficace (un anticorpo monoclonale), ma il servizio sanitario inglese non la passava e la sua assicurazione non la copriva: se fossimo in Svezia, o in Giappone, o se tu fossi un americano con una buona assicurazione, gli dice il suo medico. «L’idea astratta del servizio sanitario nazionale scalda il cuore, ma la sua realtà lo ferma».

Gill chiede a un medico perché le statistiche di sopravvivenza al cancro facciano così schifo in Inghilterra, «siamo pieni di dottori, insegniamo ai dottori degli altri paesi, abbiamo più Nobel per la medicina dei francesi». Quello gli dice che è nella natura del servizio sanitario nazionale, che rallenta tutto mentre per il cancro è essenziale la rapidità nella diagnosi e nell’avvio della terapia. «Non ho mai guglato il cancro, ma ho scoperto che tutti i miei amici che sono proprietari immobiliari hanno anche un oncologo preferito, e un relativo ospedale. Hanno anche il perfetto giardiniere, l’arredatore ideale, e un massaggiatore che insistono per prestarmi». Molti anni fa vidi le foto d’uno degli italiani più ricchi, pesava forse trenta chili, aveva un cancro e sembrava non potesse sopravvivere più di qualche giorno. È ancora vivo, e io sono sempre più convinta che muoiano solo i poveri, non ci sono Steve Jobs o Giovannino Agnelli che possano convincermi del contrario. La frase più bella, diceva il solito Woody Allen, non è «ti amo», ma «è benigno». La frase più bella, a rileggere Gill, mi sembra sia «sei abbastanza ricco da permetterti di venire ben curato se t’ammali». In alternativa, mi è caro anche il viatico che mi ha fornito un amico saggio dopo che gli ho raccontato della trentenne che non era brava con le vene delle mani: «Speriamo che ti operi qualcuno con una laurea non di questo secolo».

Guia Soncini (Bologna, 1972), scrittrice. Ha pubblicato, tra gli altri, «I mariti delle altre» (Rizzoli, 2013, Premio Forte dei Marmi), «L’era della suscettibilità» (Marsilio, 2021) e «L’economia del sé» (Marsilio, 2022). Il suo ultimo libro è «Questi sono i 50» (Marsilio, 2023).