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Il tempo che ci vuole

Come superare i momenti imbarazzanti, sempre vividi nella memoria. L’arte della dissolvenza davanti agli uomini che mi spiegano le cose, che dicono: «La verità è che», e poi rispondono: «Hai perso l’ironia». Il sorrisetto che fa impazzire e il ristorante in cui non andrò mai più

I momenti imbarazzanti raccontano le nostre giornate, anzi raccontano di noi, i momenti imbarazzanti spesso sono il ricordo più vivido che abbiamo. Quella figuraccia, quella frase tremenda, quella telefonata interrotta, quello sconosciuto per strada che mi ha urlato addosso perché il mio cane lo guardava male (aveva ragione il cane) e tutta una serie di piccoli soprusi, inciampi, improvviso avvampare delle guance per il torto subito di cui, per quanto mi riguarda almeno, mi accorgo sempre con qualche secondo di ritardo perché dopo quarantanove anni ancora non me lo aspetto, ancora non ci posso credere.

Del resto sei la peggiore conversatrice vivente, dice sempre la mia amica gentile.

Del resto quando me lo dice non ho mai una risposta all’altezza, penso io.

Poi non ci parliamo per tre giorni o per tre mesi, io le scrivo sei una stronza e lei mi scrive ti blocco perché mi annoi, ma non sono certo questi i momenti imbarazzanti: questa è confidenza, amore, allenamento, psicoanalisi brutalista, fatti nostri che ci conosciamo da trent’anni e facciamo come ci pare. Un giorno la strangolerò.

No, i momenti imbarazzanti che affollano la memoria dell’ultimo anno (devo scrivere purtroppo che questa fine di settembre segna l’inizio del nuovo anno senza pensare alla mia amica che legge e si strangola da sola per la noia) riguardano alcuni uomini che mi spiegano le cose, e che quando rispondo: grazie di spiegarmi questa cosa che ti avevo appena detto io ma che tu sicuramente stai illuminando con la tua grande intelligenza, mi dicono: eh, ma hai perso l’ironia. So che dovrei dire: ti prego spiegami subito dove andare a cercarla, ma mi scopro stanca, innervosita, nell’inutilità cosmica di continuare e con una voglia irresistibile di cambiare discorso o, meglio ancora, di andar via. Negli ultimi tempi ho esercitato un talento che già possedevo, l’ho sviluppato meglio: so dissolvermi, scivolare altrove, ricordarmi all’improvviso di un impegno importantissimo, so perdere numeri di telefono, so cambiare stanza con grande precisione, so diventare sorda, so cercare con gli occhi una via d’uscita, Poiché questi uomini che mi spiegano le cose sono così sapienti, sono così sicuri nel loro interrompermi con: «La verità è che», o anche direttamente: «Ti spiego», senz’altro capiranno che il mio impegno improvviso era davvero improcrastinabile. Però una vocina (non della mia amica) mi dice: perché abbandoni il campo? La risposta è: perché non ho voglia di restare. Non ho voglia di interrompere a mia volta, di alzare la voce, di perdere tempo, di imbarazzarmi, di riconoscere che l’unica modalità dialettica è quella della supremazia, e che un uomo privato dell’illusione di spiegarmi le cose o di ripetere quello che io ho già detto con parole diverse va in tilt, gli si rigirano gli occhi nelle orbite, e dovrò poi perdere altro tempo in rimostranze, musi lunghi, disquisizioni su quello che è ironico e quello che non lo è. (È ironico quello che fa sorridere loro, a grandi linee). Rifiuto quell’arroganza, quella sentenziosità, rifiuto il sorrisetto. Il sorrisetto mi manda al manicomio. A sorrisetto rispondo quindi con sorrisetto satanico e dissolvenza. Questi, capite, sono i veri momenti imbarazzanti.

Non dico che non succeda anche con le donne, con tutti gli esseri umani dotati di prosopopea (non per mancanza di fiducia riporto la definizione del vocabolario: atteggiamento improntato a una presuntuosa e talvolta ridicola gravità), ma da qualche tempo capisco meglio l’ultimo punto del manifesto di Rivolta Femminile di Carla Lonzi (era il 1970): «Comunichiamo solo con donne». Mi sembrava troppo, mi sembra ancora troppo, ma capisco l’esasperazione del 1970, immagino tutti questi uomini che cercano di spiegare a Carla Lonzi che cos’è una donna e che le dicono che sta esagerando, che ha perso l’ironia. A me una volta un tizio ha cercato di spiegare le mestruazioni e il ciclo ormonale: non era il mio ginecologo, ma l’agente immobiliare che suona alla porta per offrire una valutazione gratuita e io non volevo la valutazione gratuita. Per non dire del ristoratore che salutava soltanto il mio commensale maschio, dopo anni, e si rivolgeva solo a lui, come se pranzasse da solo ordinando per due. Non ci vado più, peccato perché si mangiava bene, ma era troppo imbarazzante essere un fantasma che mangia la carbonara. È colpa dei millenni di pensiero filosofico che ha teorizzato l’inferiorità della donna? È colpa del fatto che non dovrei stare seduta a tavola ma dovrei essere in cucina a lavare i piatti? Non lo so, so solo che mi vanno di traverso le olive ascolane e perdo l’ironia. Ma poi, quale ironia dimostra uno che non saluta una sua cliente? E uno a cui racconto una storia che mi è successa, o un libro che ho letto, qualcosa che riguarda me, il mio rapporto con qualcuno, e mentre ancora sto parlando è già pronto con «La verità è che»? Ma davvero hai già la verità? Ti ammiro davvero tanto, ti prego continua, io vado un attimo a comprare le sigarette, ma tu non smettere.

Giuro, voglio comunicare anche con gli uomini, anzi pretendo che comunichiamo di più e che ci imbarazziamo di meno, voglio restare fino alla fine, voglio dirvi che siete super ironici oltre che intelligentissimi. Voglio dire, quando ha senso: ti prego spiegami questa cosa. Anche: non capisco come funziona questo telecomando. Voglio dire: avevi proprio ragione. Ma dovete meritarvelo, dovete imparare come si fa.

La domanda è: quanto ci vorrà? L’unica risposta possibile mi sembra stia nel titolo di un film molto bello, appena uscito al cinema, di Francesca Comencini. La risposta è: «Il tempo che ci vuole».