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Voglio leggere tutto ciò che non sono

A. M. Homes ci racconta la sua America, che è come un incidente stradale che tutti ci fermiamo a guardare. L’ansia che distrugge ognuno di noi, i libri per essere scaraventati in un mondo nuovo dove trovare quel che non sappiamo, la pazzia di chi resta solo e la domanda che si fanno sempre gli scrittori quando si incontrano alle cene: ma tu, a che ora ti svegli?

A.M. Homes non vuole smettere di far ridere il suo pubblico, anche quando parla di cose serie. Allieva dell’Iowa Writers Workshop, vincitrice del Women’s Prize for Fiction, con i suoi romanzi e memoir e i suoi racconti sul New Yorker racconta un’America dove, in una situazione normale, accade qualcosa di bizzarro, di pazzo, di comico e sconvolgente insieme, che fa ripensare alle grandi domande della vita. Questa volta, con Il complotto – uscito in Italia per Feltrinelli e tradotto da M. Baiocchi e A. Tagliavini – Homes parla di un uomo, il Grand’uomo, sconvolto dalla vittoria di Barack Obama nel 2008 che decide, con un gruppo di fidati patrioti, di organizzare un colpo di stato per rimettere gli Stati Uniti sulla giusta carreggiata. Il libro l’ha immaginato, dice, prima di Donald Trump.

Gli scrittori hanno un potere di preveggenza, in qualche modo?

Musica per un incendio è uscito due settimane prima di Columbine, la prima grande sparatoria in una scuola, e nel libro si parla di quello. Quindi forse sì. Però ci vuole un tempo infinito a scrivere un libro. Volevo che Il complotto uscisse prima delle elezioni del 2020, ma non ce l’ho fatta. In qualche modo sono contenta però di non avercela fatta perché predire qualcosa di simile all’attacco al Campidoglio del 6 gennaio è un po’ spaventoso. Alcuni miei amici mi hanno detto: meglio così, saresti nei guai adesso. C’è qualcosa nell’osservare società, leggere la cultura, vedere segnali di preoccupazione o disattenzione e cercare una lingua che li illustri che ti porta a tenere gli occhi sul futuro, e quando si inizia a guardare lontano si ha un po’ paura. Ora sto lavorando a un libro sull’intelligenza artificiale e la natura: parla di un albero IA costruito per gestire il lutto. Non so se lo voglio finire. Vorrei esplorare il “cosa potrebbe succedere” con tutte le potenzialità dell’intelligenza artificiale in ogni ambito. Ho solo bisogno di tempo per scrivere.

C’è un suo racconto, di qualche anno fa, dove un uomo in un supermercato viene scelto dalla folla per candidarsi alla presidenza. Forse il suo lavoro più dichiaratamente politico fino a Il complotto.

Quella storia l’avevo scritta per un libro pubblicato da Damiani e che ora diventerà un’opera musical, a teatro. L’abbiamo fatta in un supermercato Target a Princeton. È importante per me che fosse divertente, come questo libro, perché se parlo di qualcosa di serio devo farti ridere, devo rompere la tensione che c’è in superficie. La comicità rende tutto tollerabile, toglie un po’ della paura. E poi la vita può essere assurda, e voglio ricordare che il mondo in cui viviamo è pazzo.

Tutto il plot nasce dall’incapacità di accettare uno come Obama alla Casa Bianca da parte di conservatori bianchi vecchio stile.

Quando Obama ha vinto ero a New York, vivevo nel Greenwich Village e sentivi gli applausi dalle finestre, la gente scendeva e faceva i fuochi d’artificio. Erano tutti esaltati. Ma sapevo anche che c’era un altro gruppo di persone inorridito e terrorizzato. Come il protagonista del libro c’era gente che si sentiva di aver perso il controllo. Un presidente afroamericano? Per loro era scioccante, spaventoso. Ma per molti di noi era anche un segnale di speranza, di possibilità, in qualche modo voleva dire che in America c’era spazio per tutti noi.

Non è solo una questione di razzismo, come dice un personaggio – ma è ancora un fattore da considerare?

È ancora un grosso problema. L’elezione di Obama ha rivelato qualcosa che era appena sotto la superficie, cioè un’incredibile quantità di razzismo e sessismo. Le divisioni c’erano già, ma con lui è tutto diventato più apparente. I sentimenti di una parte del paese sono diventati più ovvi. Anche le minacce ai diritti delle donne di questi ultimi anni sono parte della stessa cosa. È ancora difficile crescere in America se non sei completamente bianco, perché ogni incontro che puoi avere con un poliziotto o con un’autorità… non garantisce che sarai trattato uguale. Me ne parlano anche i miei studenti, che in certe situazioni vengono visti come sospetti.

L’uomo nel libro che guida la rivolta contro Obama è un vero repubblicano, un vero conservatore, che già nel 2008 ha paura della destra religiosa.

Sono gli ultimi dell’ultima generazione di conservatori, che sono molto meno pericolosi di Marjorie Taylor Greene o di Matt Gaetz. Questa nuova ondata non ha un contesto storico, non ha nessun riferimento. Dovrebbero essere un partito a parte, ma sono riusciti a sopraffare il Partito repubblicano. Forse i classici conservatori americani vecchio stile sono morti, avevano già una certa età nel 2008, o hanno mollato. Pensiamo a John McCain, che è morto, o a Mitt Romney che ha abdicato. Il fatto che Dick Cheney abbia detto: «Votate per Kamala Harris» dovrebbe essere un grosso allarme, per tutti. Se quello che era l’uomo più spaventoso d’America fino all’arrivo di Donald Trump dice di votare democratico, vuol dire che ti conviene davvero votare democratico. Altrimenti vuol dire che non vivrai più in America, ma in un altro paese. Quando il libro stava per uscire il mio editor inglese mi fa: non capisco una cosa, sono confuso, il protagonista dice che il suo obiettivo è proteggere la democrazia, eppure vuole fare un colpo di stato e rovesciare il governo. E io: non sei confuso. Quella parola, democrazia, ora ha diversi significati, e ognuno la usa in modo diverso. Questi tizi nel libro vogliono preservare la loro versione di democrazia, quella che conviene a loro. Il libro parla anche dell’inizio di “dark Maga”. Quando Obama e McCain erano candidati, con centomila, duecentomila dollari potevi essere un buon donatore, potevi avere una certa influenza. Quella cifra ora è salita a milioni se non miliardi di dollari. Comprando spazio in tv o sui social stai praticamente comprando le elezioni. Quindi dipende tutto dai soldi. Peter Thiel ha messo J. D. Vance al Senato. Ma non dovrebbe essere così. E ora Musk…

Nel libro c’è il piccolo, le relazioni familiari – una ragazzina che piange perché il suo cavallo si perde nella foresta – e poi il grandissimo, la storia, le emozioni di un intero paese.

Storicamente in America gli uomini scrivono i romanzi socio-politici di larga scala, pensa a Tom Wolfe, Gay Talese, Don DeLillo, e invece le donne scrivono i libri domestici. Questo mi fa impazzire. Io cerco di vedere tutta la grandezza del mondo. E quando scrivo vorrei che si vedessero entrambe le cose contemporaneamente, il piccolo e il grande. Mi interessa la famiglia perché è il luogo dove avvengono le evoluzioni emotive, in cui la facciata di idealismo crolla e la verità viene fuori e cambia le persone. Gli uomini lasciati soli invece, lontano dalla famiglia, quando si incontrano tra loro hanno una specie di frenesia, diventano sempre più pazzi. E mi piace creare situazioni in cui metti dei personaggi impazziti e pensi a cosa possa succedere, poi però leggi del tipo che si incontrava con gli amici nel fine settimana in un castello in Germania per rovesciare il governo e pensi: non si può inventare nulla!

Torniamo alle differenze tra scrittrici e scrittori.

Non ci ho mai voluto credere, ho sempre resistito a voler notare le differenze, o di parlare dell’editoria e delle sue dinamiche. Ora invece, bah, lo dico. Ci sono scrittrici che adoro come Joan Didion o Susan Sontag ma non hanno fatto il grande romanzo americano, perché in qualche modo non gli era permesso.

Gertrude Stein ci ha provato, con C’era una volta gli americani.

Ma non viveva in America. La adoro, Gertrude Stein, ma non sapeva scrivere grandi romanzi. Tutto troppo interiore, lo sguardo e le misure sono troppo ridotti. Non c’è l’epica.

Era anche repubblicana.

Qualsiasi cosa volesse dire allora. Stein era formidabile e potente, si presentava in uno stile trumpiano, era una che sapeva tutto lei. È utile per capire il ruolo dell’ego e la sua proiezione sugli altri.

Come con Alice B. Toklas, Trump potrebbe scrivere l’autobiografia di Melania Trump per parlare di sé.

Se solo Trump sapesse scrivere, non sappiamo nemmeno bene se sa leggere.

Il futuro vicepresidente sì, invece.

Se penso che quel tipo, Vance, ha cambiato il proprio nome almeno quattro volte, se non addirittura sei… C’è qualcosa che non va in lui. Non ho idea di quali siano i suoi interessi, le sue motivazioni, ciò che vuole davvero. Al momento certo, vuole del potere. Ma la cosa complicata è che è intelligente ed è sveglio e in qualche modo fa più paura ed è peggiore di Trump. Non sai cosa vuole, non sai cosa farà, è come un mostro nell’ombra. A Trump sai cosa interessa. A Donald Trump interessa solo Donald Trump.

Gli scrittori oggi possono avere un ruolo da intellettuali che animano il dibattito pubblico?

Non ci sono in America intellettuali di questo genere. Ci servirebbero, però. Al loro posto abbiamo gli opinionisti e gli esperti. Cose molto diverse. Non abbiamo intellettuali pubblici che vengono dal mondo delle arti. Penso a quando chiedevano a Grace Paley, che è stata la mia maestra, se è parte del mestiere dello scrittore essere politico. E lei rispondeva: il mestiere dello scrittore è come quello dell’idraulico, cioè fare il meglio che puoi, che sia scrivere o aggiustare un lavandino. Io direi che sto sempre guardando al sociale, al culturale al morale, non sempre direttamente al mondo politico come in questo libro, e trovo curioso che Il complotto abbia venduto meno degli altri miei libri perché la gente pensa “argh, mi devo già beccare questa roba in tv”. In America viviamo un malessere politico, basta vedere gli show serali dei comici o il Saturday Night Live. È lì che andiamo per questo malessere, a cercare il ruolo del comico del politico.

E nella narrativa cosa si cerca?

Oggi ti viene dato solo quello in cui già credi. Anche nella letteratura. Tengo un corso di narrativa politica a Princeton e i miei studenti usano termini come “likeability” e “relatability” e vogliono leggere libri in cui si trovano bene. Da giovane volevo leggere libri che ti buttavano in qualche altro mondo, che ti facevano vivere altre esperienze. Oggi non sono interessati a questo, e la cosa è spaventosa. Ogni volta che in un libro vedi qualcosa che non sei tu è vissuto come pericoloso.

Quindi ci saranno i libri fatti con l’IA cuciti su misura?

Sì, ci sarà tipo Hunger Games dove tu sei il protagonista.

Parliamo di un secondo mandato Trump.

Sarà esponenzialmente peggio del 2016, non ci sono limiti a quello che vuole fare e dal tipo di potere che avrà. Non è chiaro per chi lavori, o che cosa voglia, o chi lo paghi. L’America può diventare un posto complicato dove vivere, se vuoi restare forse è meglio tenere la testa bassa, nascondersi. Perché in quel mondo Maga le divergenze non sono benvenute. Trump ha già parlato di punire critici e avversari, crede che ogni cosa sia una caccia alle streghe. È un uomo vendicativo. Non sono sicura che la democrazia sopravvivrà. Se distruggi l’istruzione e i diritti delle donne, se dai alla Corte suprema un potere incredibile, se usi i militari contro i cittadini: questi sono segni che indicano un sistema difficile dove stare, dove la gente a fatica potrà dissentire con lo stato.

E i democratici?

Sono orgogliosa che Joe Biden abbia riconosciuto di non essere la persona migliore dopo una vita dedicata al servizio pubblico. I suoi successi non si vedono perché lui non cerca l’attenzione. Con l’eccezione di Trump è difficile essere radicali negli Stati Uniti. L’ho visto crescendo a Washington: la grande nave burocratica che è il governo non può fare delle virate brusche e improvvise. Se le fai poi si rompe qualcosa. Faccio fatica a capire chi ha votato per Trump, ma allo stesso tempo, già nello scontro con Hillary Clinton, Trump ha fatto qualcosa che lei non è riuscita a fare. Aveva detto alla gente: «Vi vedo, so che non avete quello che volete e quello di cui avete bisogno, e io ve lo darò. E tu sarai come me». E la gente ha detto: «Anch’io voglio un gabinetto d’oro!». Per qualche motivo i democratici non hanno saputo parlare alla gente. Anche se non è ambientato a Washington questo libro parla della mia Washington. Da bambina non capivo che Richard Nixon e altre persone controllavano tutto il paese. Essendo comunque una cittadina di un posto piccolo, pensavo fossero solo in controllo della città. DC era una città disfunzionale. Lavoravo in una videoteca e una sera c’è stata una rapina in negozio abbiamo chiamato il 911 e il numero non funzionava.

L’American dream è morto?

No, non lo penso. È la buona e la cattiva notizia. Anche la gente che vota per Trump ha quel sogno. Solo non sanno che la persona che sperano che glielo possa dare trasformerà tutto in un incubo. Anche nella classe media c’è gente che sa che i propri figli non avranno una buona istruzione. È aumentata la differenza tra chi ha tantissimo e chi ha pochissimo. In Cina c’è una visione di cento anni sul futuro, in America a malapena di due, in tempo per le prossime elezioni.

Torniamo al libro. Ci sono molti dialoghi.

Lo stesso editor che mi ha chiesto della democrazia mi ha fatto notare: non c’è molta narrativa in prosa qui. E io: «Ah ok non me n’ero accorta». Ho iniziato a scrivere narrativa con il teatro. Harold Pinter, Edward Albee, Caryl Churchill, Arthur Miller sono gli scrittori con cui sono cresciuta. I romanzi sono arrivati dopo. Per me il dialogo è molto importante. E poi volevo che questi personaggi facessero le loro cose, le loro pazzie, e vedi davvero che tipi sono quando parlano, non serve che io commenti nulla. Adoro gli uomini, e i personaggi maschili: in qualche modo per me è più facile scrivere personaggi maschili che femminili, in parte forse perché ho vissuto nel mondo delle donne e ho visto com’è e non ne sono così interessata.

Com’era da ragazza?

Al secondo anno del liceo ho mollato la scuola. Sono rimasta a casa a scrivere poesie. Poi i miei genitori a un certo punto mi hanno detto: devi tornare a scuola. Ho cambiato almeno sei scuole, anche scuole d’arte e di teatro. Non ero una ragazzina normale, ero distrutta dall’ansia e dallo stress.

E adesso non lo è più?

No no, lo sono ancora. Ma penso lo siano molte persone, quasi tutti. Non mi sento più speciale. Quando sei giovane pensi che quello che provi ti renda unico. Lo vedo anche con i miei studenti, pensano di essere gli unici che sbroccano.

Come scrive?

Scrivo in molti modi. Ma abituati ai computer e al fissare lo schermo bianco ogni libro sembra uguale perché sono semplicemente linee nere. Ogni tanto cerco di mettere le cose fuori dallo schermo. Penso molto al mio processo creativo. A volte scrivo su degli album da disegno, girando anche la pagina per cambiare prospettiva. Poi siccome la mia mente pensa ad almeno quattro cose contemporaneamente, dopo metto tutto in ordine sul computer. Poi lo stampo e ci riscrivo sopra a penna e poi di nuovo sul computer. Editare è fondamentale. È fastidioso perché mi ci vuole un sacco di tempo a scrivere, vorrei che la cosa fosse più veloce. Mi sento come… troppo lenta. La connessione tra il cervello e la mano che scrive è meglio di quella con la tastiera. Ma allo stesso tempo ho una calligrafia terribile, e quindi se non ricopio subito poi non riesco a rileggermi. Mi piace scrivere la mattina prima che tutte le cose brutte succedano. Ma poi faccio un sacco di cose, un sacco di volontariato, ovunque vada, non è una cosa del tutto positiva, mi chiedo cosa mi spinga a farlo, cosa devo farmi perdonare dal mondo per avere la necessità di fare così tanto volontariato.

Legge molto, o è troppo presa dal volontariato?

Non leggo quanto Bret Easton Ellis, che è sempre sul pezzo, legge tutto, non gli sfugge niente. Gli chiedo: quando l’hai letto questo? Cos’hai fatto ieri sera, scusa? Io leggo notizie tutto il giorno, e questa cosa che tutto sia accelerato, che non ci sono mai pause, non è come prima col giornale la mattina, ti obbliga a non smettere mai. Mi chiedo se leggere le notizie sia più simile a osservare il mondo che non a leggere libri. La gente non si rende conto che quando ha un libro nuovo tra le mani è stato scritto anni prima. Quando guardi il mondo del presente costantemente non trovi il tempo per scrivere, soprattutto quando c’è così tanto drama. Sai come quando passi in macchina vicino a un incidente e guardi indietro, girando la testa. Ecco, mi sembra di farlo costantemente con l’America. E non puoi né fermare la macchina, altrimenti ti tamponano, né smettere di guardare.

Per alcuni è meglio stare a casa a leggere.

È difficile concentrarsi quando sei fuori nel mondo. Ma se sei da solo, se resti solo a casa, però diventi sempre più strano. Penso che molti scrittori inizialmente non siano bizzarri, ma poi lo diventino stando da soli.

Come si rilassa?

Non mi rilasso.

Nemmeno leggendo?

Non quello che leggo io. Stanotte alle tre pensavo: «Dai, non puoi leggere qualcosa di più rilassante?». Prima di partire per l’Italia mi ero scaricata un sacco di cose sul telefono da leggere in aereo. In questo periodo sto leggendo vari poeti politici che uso anche a lezione per il mio corso di fiction politica. Audre Lorde, Ferlinghetti… Non molto rilassanti. Mi fa pensare a quanto la poesia possa essere specifica e accurata. La narrativa è più disinnescata. La poesia è come l’eroina, è intensa.

E cos’altro legge?

Richard Powers, penso sia molto interessante. In generale mi interessano i libri sul clima. Poi Rachel Kushner, bravissima. Ling Ma, il suo libro Febbre è molto bello. Poi Ed Park, Lori, Moore. Ursula Le Guin, Karen Russell, Lauren Groff… Sto usando un suo racconto nella mia Florida Week, una settimana di lezioni tutte sulla Florida, che è uno stato indicatore per il paese, per studiare il concetto del Florida Man. Poi amo Stephen King, Joyce Carol Oates, Don DeLillo. Una volta ero seduta a una cena con Stephen King e Joyce Carol Oates e adoro ascoltare le conversazioni degli scrittori perché si chiedono tutti a vicenda: «Ma tu a che ora ti svegli la mattina?».

Giulio Silvano (Lerici, 1989)  è  redattore di Nuovi Argomenti, ha  tradotto  alcuni libri (tra cui Bernard Malamud e Anne Carson), collabora con il Foglio.