Rileggo e riascolto le parole di Gino Cecchettin, da più di un anno purtroppo. Per vicinanza a quel dolore straziante, per sgomento ma anche per paura: temevo che prima o poi la disperazione avrebbe travolto un uomo mite e temevo che l’avrebbero travolto anche i sentimenti e le parole pietrificate e aguzze delle persone intorno, con quel rancore che trascina sempre verso il buio. Mi chiedevo: come fa a resistere, in mezzo a tutti quelli che urlano e gli dicono che cosa dovrebbe gridare, che cosa dovrebbe desiderare. Anche in mezzo ai corteggiatori, speranzosi di avere da lui una frase in più, una nuova promessa. È stato orribile vedere, sui giornali e nei posti-spazzatura, l’attesa di un suo passo falso, di un ammiccamento a qualcosa che i coraggiosissimi commentatori online avrebbero subito individuato come il nuovo nemico da abbattere a colpi di insulti. Intanto però i mesi passavano (non certo il dolore, che non passerà mai) e quest’uomo, questo padre che è una vittima e che ha assunto su di sé la responsabilità collettiva anche dei carnefici, non cedeva mai e anzi ogni volta diceva una cosa più netta e distante dalle strumentalizzazioni.
Quando ha presentato in Parlamento la fondazione per Giulia Cecchettin, sua figlia, ha spiegato timidamente, ma non intimidito, che ha cercato di non farsi travolgere dall’odio, perché l’avrebbe annichilito come persona. Ha detto che si è fatto aiutare, anzi educare da piccoli gesti, come quello di riguardare spesso le foto di Giulia, sua figlia. Sua figlia non ha mai compiuto ventidue anni perché è stata uccisa: poco prima di laurearsi, poco prima di cambiare vita. Anzi, Giulia interiormente aveva già cambiato vita, aveva già spiccato un volo inarrestabile. Suo padre lo sapeva, ma è come se ogni giorno lo sapesse un po’ di più. I piccoli gesti, come quello di guardare le foto, come rileggere i messaggi di Giulia, toccare le sue cose, i suoi fiori, fare le passeggiate che piacevano a lei, gli hanno fatto capire «che il rancore e il risentimento non mi aiutano, sono un fardello troppo pesante da portare». Un fardello pesante, che avvelena i giorni, gli anni, li rende insopportabili. Schiacciati da una cappa in cui non c’è spazio per il sole, per i fiori, per una persona che ha detto una cosa diversa dalle altre. Io so che il dolore di questo padre non ha nessuna parola adatta a descriverlo, ma so anche che il risentimento può valere per tutto: un’ingiustizia subita, o percepita, quella persona che proprio continua a ferirci in modi sempre nuovi, quel pensiero ricorrente e ossessivo, il mondo che va a scatafascio, la carriera di un altro, perfino i rapporto Istat e Censis sul disagio giovanile diventano motivo di risentimento, sfogo contro un carnefice di volta in volta diverso, oppure sempre lo stesso. Non c’è luce, non c’è spazio vitale: è come avere un ginocchio piantato nel petto, ogni giorno. Gino Cecchettin ha detto che una sera, tornando nel silenzio della sua casa dopo l’udienza con l’assassino di sua figlia, ha pensato al mondo come a un ecosistema in cui ognuno ha il libero arbitrio «di iniettare nella società odio oppure amore». E lui non vuole iniettare altro odio. Mi ha fatto venire in mente Etty Hillesum, che nel suo diario dal campo di Westerbork scriveva «che con l’odio non si combina niente».
«Prendi quel nostro assistente. Ci penso spesso. La cosa che più mi colpisce è il suo collo diritto e rigido. Odia i suoi persecutori con un odio che suppongo sia giustificato, ma è un uomo crudele anche lui. Sarebbe il comandante perfetto di un campo di concentramento. Vedi, Klaas: quell’uomo era pieno di odio per quelli che potremmo chiamare i nostri carnefici, ma sarebbe potuto essere un perfetto carnefice e persecutore di uomini inermi anche lui». Con l’odio non si combina niente, l’odio non ci rende diversi dai nostri carnefici (veri e immaginari). Ma soprattutto, scrive Etty Hillesum, «ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale». Questo è il senso di ciò che ha detto Gino Cecchettin, rifiutandosi di aggiungere anche solo un atomo di odio al mondo, come invece gli viene richiesto da tanti, che se lo aspettano, che pretendono l’odio come risposta di giustizia.
«Per quanto mi riguarda, nel nome di Giulia, io posso solo scegliere di far crescere l’amore, perché questa è la sola scelta che le assomiglia, l’unica possibile se voglio mantenere viva una parte di lei». Gino Cecchettin parlava di sua figlia, Etty Hillesum parlava di ognuno di noi, che deve mantenere vivo il buono che c’è, non farlo soffocare dall’annientamento dell’umano. Ecco, è come se a Gino Cecchettin fosse stato chiesto dalla folla inferocita, in risposta e in aggiunta all’enormità del dolore inflitto, per rassicurarci sull’inumano, l’annientamento dell’umano.
Grazie a Giulia, grazie ai suoi altri due figli, grazie al loro amore, Cecchettin ha fatto pensieri diversi, ha usato parole diverse, ha scelto di «concentrarsi su sentimenti positivi». (Dopo la condanna all’ergastolo di Filippo Turetta, ha detto solo: abbiamo perso tutti, non sono né più sollevato né più triste rispetto a ieri).
Il fatto che la forza di concentrarsi sull’amore invece che sull’odio gli venga dai piccoli gesti, dal ricordo di un sorriso di Giulia, da una sua foto felice, fa pensare ai fiori di Etty Hillesum nelle baracche del campo, alla tinta per capelli, al pettinino lasciato da un’amica che andava a morire. Si può pensare: sciocchezze, banalità. Può darsi. Ma la nuvola di vespe che si rovescia periodicamente addosso a uno solo, o a molti, per una frase, per un inciampo, non è più intelligente, non è più originale. Si tratta, anche qui, di ecosistema e di parole. Ci sono parole che schiacciano e ci sono parole che volano. Ogni volta che ho ascoltato Gino Cecchettin ho pensato che stava imparando a volare, e che anche noi possiamo imparare.