Altan cinquant’anni fa ha disegnato una cagnolina bianca a pois rossi per sua figlia, la Pimpa, che poi è diventato uno dei personaggi più amati dai bambini. Parallelamente Altan ha scritto fumetti per adulti – su Casanova, Cristoforo Colombo, San Francesco – e ogni settimana su Repubblica escono le sue vignette satiriche, che raccontano gli italiani, più che l’Italia. Ora la cagnolina a pois rossi, dopo esser stata letta da tre generazioni, viene festeggiata da una mostra a Bologna dove vanno anche i millennial nostalgici a farsi i selfie, tra i cartonati di animali e oggetti parlanti.
Come nasce una storia della Pimpa?
Lo spunto può essere il più diverso, ogni tanto guardo qualche libro di animali. Mi appare un animale che la Pimpa non ha mai incontrato, e dipende da che animale è, da dove vive, da dove viene, e lì parte la storia. Poi di solito nelle storie della Pimpa c’è una meccanica, una dinamica interna che si trova un po’ da sola. A questo punto le storie sono circa milleduecento, mi devo attaccare a qualsiasi possibile spunto.
Si diverte ancora?
Mi diverto ancora. C’è il piacere di seguire uno schema che è lo stesso da tantissimo tempo ed è rassicurante anche per me.
Qual è la forza della Pimpa, dopo cinquant’anni?
La fantasia. La grande caratteristica della Pimpa come “persona” è la curiosità, e questa coincide con la generosità. Chi è curioso ha voglia di sapere le cose degli altri. Entra in contatto, accetta gli altri. È una cosa che i bambini, quando non sono disturbati, fanno. Quando faccio incontri i bambini mi dicono «come la disegni bene», perché a loro non interessa chi è l’autore della Pimpa, ma la Pimpa come compagna di giochi. I lettori veri non hanno l’idea dell’autore.
La Pimpa interagisce con oggetti animati, il frigo, un albero, una brocca di latte. Li vede solo lei, è tutto nella sua testa, o li vede anche Armando?
Secondo me li vede anche Armando quando è insieme alla Pimpa. Molto banalmente queste cose nascono dall’osservazione dei bambini piccoli, come è successo a me di vedere mia figlia che sbatte su una sedia e le dice “cattiva”. Sono partito più o meno da qui.
Non ci sono cattivi nella Pimpa.
No, sono esclusi. C’è giusto qualche nuvolone arrabbiato ma poi alla fine ridacchia. Pericoli, cattiverie e violenza non ci sono.
Qual è il futuro della Pimpa?
Quello dipende dal destino. Io finché posso continuo, anche perché mi sono reso conto che c’è un certo affetto da parte dei bambini, ed è importante. Non riuscirei a dire ai bambini: adesso basta. Mi sembrerebbe di tradire una fiducia che dimostrano per il personaggio. È nata per gioco, non l’ho mai pensata per la pubblicazione, ed è restata così. Qualche tempo fa arrivavano lettere dei lettori e lettrici bambini che smettevano di leggere la Pimpa e scrivevano dicendo «ti devo lasciare perché sono cresciuto». E abbiamo pensato di inventare un seguito, qualcosa per i più grandi, ma non è stato possibile. Dopo quella fase i bambini hanno età diverse, a otto anni puoi averne anche dodici.
C’è qualcuno che, editorialmente, fa competizione alla Pimpa?
Da quando non ho più bambini piccoli in casa non vedo molto quello che si fa. So che la Pimpa aveva sofferto un po’ la Peppa Pig, perché era entrata con una potenza di fuoco straordinaria nel mercato. Ma sembra un po’ passata questa cosa.
La Pimpa ha una vita sui social tutta sua, spesso da meme comunista. Alla mostra di Bologna ne hanno riuniti alcuni in un pannello…
Alcuni meme sono anche piuttosto pesanti. Alcuni sono molto carini.
Ce n’è uno con la Pimpa col cannocchiale sopra una montagna e il titolo: «Pimpa cerca il capitalismo etico».
Ecco, questi mi divertono abbastanza.
La Pimpa è di sinistra?
Bisognerebbe chiederlo a lei. Progressista sicuro.
Lei ha una specie di doppia vita autoriale, da una parte la Pimpa, dall’altra le vignette.
Io non facevo cose per bambini prima che nascesse mia figlia, non ci avevo mai pensato. Ho cominciato quando è nata lei e le due cose, quello e le vignette, sono continuate parallelamente. Non c’è un grande scambio. Giusto una volta Cipputi e la Pimpa li ho disegnati insieme per una mostra a Pistoia, ma era per mostrare il mondo come mi piacerebbe che fosse, e come invece è.
Quando ha iniziato a lavorare a Linus, negli anni ’70, la prendevano per un sudamericano, perché era appena tornato da Rio.
Sì, Michele Serra, e anche Oreste del Buono. Perché il mio agente era argentino. E avevo un po’ di accento, non parlavo molto l’italiano quando ero in Brasile e per un po’ questo li ha confusi.
Com’era finito in Brasile?
Ci sono andato a fine anni ’60 coinvolto da un amico che si era messo a fare il produttore di cinema. Lo stavano mandando lì per fare un film della Rai sulla musica popolare brasiliana e con lui doveva partire una piccola equipe italiana. Io allora studiavo ancora architettura a Venezia, e lui mi ha chiesto se volevo unirmi. Naturalmente ho detto di sì, era un’occasione… Da lì c’è stato un cambiamento di vita. Ci sono stato un anno poi sono tornato a Roma, poi sono ripartito per il Brasile per un altro film. Per cinque anni non sono più tornato. Lì ho conosciuto mia moglie, è nata mia figlia. Mia moglie faceva la costumista per il cinema e insieme facevamo scenografie e costumi per dei film brasiliani. E intanto io continuavo a disegnare. Mia moglie è rimasta incinta e io ho iniziato a fare disegni aspettando mia figlia, disegnetti che poi mia moglie ricamava sui primi vestitini, prima ancora che nascesse. Ero convinto che sarebbe stata femmina. Poi ho iniziato a lavorare per qualche giornale brasiliano, un po’ clandestinamente perché non avevo il permesso di soggiorno. Dopodiché un amico, il disegnatore Miguel Paiva, tornato da un viaggio a Milano mi ha detto che aveva conosciuto un argentino, l’agente di Quino, e mi ha detto che se andavo in Italia dovevo incontrarlo. L’ho fatto, gli ho portato un po’ di roba – avevo vari pacchi di disegni – e lui mi ha portato a Linus e da lì è iniziato il mio lavoro vero e proprio.
E si è trasferito a Milano?
In teoria ci saremmo dovuti stare un anno, a Milano. Avevo detto: lavoriamo lì e vediamo come va questa cosa dei disegni. Tutto è partito molto più forte del previsto. Siamo rimasti in Italia, con un certo disappunto di mia moglie. Dopo un anno e mezzo, nel 1976, lei ha fatto i bagagli per tornare a casa e poi abbiamo trovato un compromesso: abbiamo deciso di andare in questa casa ad Aquileia, dove viviamo ora, che era la casa di mio nonno. L’idea era di stare vicino al mare.
Come nascono le vignette satiriche?
All’inizio disegnavo dei personaggi e mi chiedevo, in base alla faccia, cosa potessero dire. Adesso parto dal testo, dalla battuta, poi trovo quello che è più adatto a interpretarla. Il lavoro vero è cercare qualcosa da dire, poi farle è facile.
Legge i quotidiani?
Leggo qualche quotidiano, ascolto la radio, guardo la televisione. Mi ha sempre confortato partire da informazioni che hanno tutti, così sono sicuro che tutti capiscono quello di cui parlo. Ad avere informazioni riservate, da dietro le quinte, si rischia di parlare di qualcosa che nessuno sa.
Ci sono altri vignettisti che apprezza?
Dei più giovani mi piace molto Maicol & Mirco, che ora pubblica sul Manifesto. In qualche maniera ci trovo qualcosa che mi assomiglia, c’è un modo di vedere le cose che mi piace. Poi mi piace che è uno solo ma ha due nomi, e questo mi diverte. Mi piace molto Ellekappa, molto molto brava, anche perché fa vignette quotidiane. Mi piaceva molto Staino. Poi ognuno di noi, che in questo mestiere apparentemente fa lo stesso lavoro, fa cose molto diverse. Dell’attualità vera e propria me ne occupo di più adesso, perché con la prima pagina di Repubblica non posso andare troppo lontano, ma mi ha sempre interessato di più la gente più che i potenti. Tanto a loro non fa né caldo né freddo.
Anzi, ad alcuni piace esser presi in giro.
Ho ricevuto apprezzamenti da parte di Spadolini, a cui piaceva avere gli originali. E anche da parte di Pertini. Ma nessuno si è mai lamentato.
Pensando anche a Micol & Mirco, spesso c’è molto pessimismo di fondo. Lei è pessimista?
Oggigiorno piuttosto, direi. Non lo ero molto prima, ma adesso è diventata una situazione insopportabile. Soprattutto dal punto di vista politico. Ma anche in generale, perché se la politica va così vuol dire che qualcuno dalla base vuole che vada così.
Una sua vignetta diceva: «Ci sono dei momenti storici che uno vorrebbe poter dire: io non c’ero».
Questa è molto vecchia. Quindi è cominciata presto la faccenda… Anche se ora più che non volerci essere, l’impressione è che non ci sei proprio. È la cosa più frustrante. Non si capisce come reagire a tutto questo.
Ha fiducia nella sinistra di oggi?
La fiducia ce la devo avere per forza, non so che altro poter pensare. Non che siano momenti brillanti. Ma questo mestiere, se non si ha un filo di speranza, non si fa.
C’è quella sua vignetta dove il pacifista dice al soldato: «La guerra è orribile, stupida, pericolosa e inutile», e il soldato risponde: «Perché, la vita com’è?».
Sono vignette esistenziali. C’è anche quella di un militare che dice: «Si nasce e si muore, il resto sono chiacchiere».
Un’altra. «Ma io sono di sinistra», dice uno. E l’amico risponde: «Piantala, che ci stanno guardando tutti».
Questa avrà sette o otto anni. Anche lì la piega che prendevano le cose era evidente.
C’è qualcosa di profetico nella satira?
No, semplicemente la realtà delle cose va molto più piano di quello che la satira prevede. Una vignetta di vent’anni fa è ancora valida non per merito dell’autore, ma perché le cose non si sono mosse per niente.
L’ultima. Un bagnante che fa: «Ogni telefonino possiede un italiano». Lei usa un iPhone?
Ce l’ho, quello ce l’ho. Ma lo uso giusto per telefonare, al massimo per fare qualche foto. Per tutto il resto no. Ci vuole troppo tempo per i social, e poi si prendono delle incazzature… È una perdita di tempo, pericolosa proprio perché molto diffusa. Quella dei social è una forza che non avevamo mai previsto.
E l’intelligenza artificiale?
Mi sembra uno strumento importantissimo soprattutto per le cose serie: la medicina, la ricerca scientifica. Uno strumento formidabile e quindi dipende tutto dalle mani che lo manovrano. Non so bene come si possa fare per cautelarsi.
Da bambino cosa voleva fare?
Ricordo che a sei anni avevo deciso di fare l’ingegnere navale. Avevo visto sulla Treccani una foto della prua del Rex e mi sembrava meraviglioso fare queste cose qua. Poi disegnavo, e non mi ricordo quando ho cominciato perché ero molto piccolo. Mi sembra di averlo sempre fatto. E siccome ero molto timido forse mi sono anche rifugiato lì, per evitare troppi problemi.
È ancora timido?
Sì, è una roba che non si perde nella vita.
I suoi erano contenti che disegnasse così tanto?
Sì, poi non avevamo molte alternative allora. O si leggeva o si disegnava, non c’era altro da fare, a parte i giochi con gli amici. Sono stato al cinema la prima volta, verso i sette anni, quando abitavamo a San Vito al Tagliamento, un posto molto piccolo. Dopodiché quando mi sono trasferito con mia madre a Bologna in terza elementare è iniziata una storia nuova. Ma è anche vero che la città era tutta bombardata, un po’ triste.
Cosa leggeva?
Mi ricordo i primi libri letti da bambino, quelli di Susanna di Colette Rosselli. I colori della Pimpa un po’ vengono da lì. Poi a sette anni dopo esser andati dal dentista mio padre mi ha regalato i primi libri di Salgari. Ho iniziato con lui, poi Jules Verne, e poi qualsiasi cosa mi capitasse davanti. Ho letto tantissimo fino ai 20, 25 anni.
E ora?
Ho una grande preferenza per i gialli e lo spionaggio. Per me il migliore è John le Carré. Sono rimasto un po’ sorpreso quando ho scoperto che era anche l’autore preferito di Cossiga…
Serie tv ne guarda?
Molte. Ci piacciono a casa. Sono sempre lì a raschiare il barile per trovarne di nuove. Penso di aver visto tutto quello che si poteva vedere. Breaking Bad, Downtown Abbey, Mad Men, bellissima…
E i talk politici?
Non vedo più niente. La gazzarra continua e provocata non la sopporto più.
Disegna tutti i giorni?
Sì, ogni giorno. Tra la rivista mensile della Pimpa, i libri e le vignette…
E non si è mai stancato?
No, non saprei cos’altro fare, veramente.