Shalom Auslander è cresciuto in una comunità ebraica molto ortodossa fuori New York. Dopo la scuola talmudica se n’è andato e ha raccontato il suo rapporto con il Dio giudicante e rabbioso dell’Antico testamento nel libro Il lamento del prepuzio. Ha scritto vari libri e racconti umoristici, oltre a una serie televisiva, Happyish, che l’ha portato da New York a Los Angeles. Ora Auslander, in visita a Torino per il Salone del Libro, torna al memoir con Feh edito da Guanda (tradotto da Katia Bagnoli). “Feh” è una parola yiddish che vuol dire bleah, schifo, disgusto. Feh parla di Dio, del desiderio di dimagrire, dell’autodistruzione, di come crescere una famiglia con i guadagni miseri della scrittura. «Riesci a immaginare una situazione in cui non sei colpevole?», chiede l’analista al narratore. «No».
Contento di essere a Torino?
Sono contento di esser lontano da Los Angeles.
Perché? Com’è la vita a Los Angeles di questi tempi?
Non userei la parola vita. È più come stare in un quasi perenne stato di rabbia. Prima vivevo a Woodstock, quindi con alberi e cervi e orsi. E meno persone. Non sono proprio un tipo da città. Voglio levarmi dal cazzo, andarmene da Los Angeles non appena i miei figli finiscono con la scuola. Non so dove andrò, ma non riuscirò a sopportarla ancora a lungo.
Non sarà uno di quelli che se ne vanno per via di Trump.
Trump è inevitabile. Rappresenta quello che l’America, di recente, è sempre stata. Sarebbe finita così in un modo o in un altro. Trump non è arrivato come una sorpresa. Sapevamo che l’America avrebbe scelto un miliardario superficiale che vede tutto con sopra il segno del dollaro. È per quello che odio Los Angeles. Perché tutto è soldi, soldi, soldi.
In Feh dice che nessuno passerebbe del tempo con Elon Musk se non fosse ricco.
E nemmeno con Trump. Ma non sono solo loro. Non vorrei mai passare del tempo con Obama. Questi son tutti matti, sono dei pazzi narcisisti. Pensa a Netanyahu. Eppure, continuiamo a eleggerli. È strano che vogliamo che i nostri leader siano peggio di noi. Hai qualcosa di strano in te se dedichi tutta la tua vita al potere. C’è gente che passa la vita a fare soldi e poi a 50 anni si rende conto che è stato tutto inutile e dice: voglio buttarmi nel cinema o nell’arte. O dice: voglio scrivere un libro, perché la loro vita è vuota. Ma la cosa mi fa ridere, come l’idea che dopo il suo mandato Trump avrà una biblioteca col suo nome. Ma i miliardari possono fare quello che vogliono e il resto del mondo può andare a fanculo. Di nuovo, a Los Angeles questa cosa si vede parecchio. Almeno a New York puoi avere l’illusione che non tutti quelli che incontri per strada siano molto ricchi. A Los Angeles vedi gente scendere da una Ferrari da 400 mila dollari che si rifiuta di dare un dollaro a un senzatetto. Eticamente e moralmente è difficile stare in un posto del genere.
I soldi sono una presenza costante di ansia in Feh.
Il capitalismo è come una religione. Ti attira dentro un sistema e poi ti rendi conto che sei fregato. Magari è solo il tipo di capitalismo che abbiamo in America, magari c’è un sistema di capitalismo che funziona, forse quello che abbiamo ora è un’altra cosa, ed è molto dark. Ed è spiegato bene da Trump, che farebbe qualsiasi cosa per un dollaro. Penso che sia un comportamento riprovevole, anche se oggi molti credono che sia ammirabile. C’era una rivista satirica negli anni 80, Spy Magazine, che a un certo punto ha mandato senza spiegazioni un assegno a vari miliardari, un assegno di un dollaro. Trump è stato uno di quei pochi che l’hanno incassato. È impossibile non pensare ai soldi. Ma poi penso al tempo dei cacciatori raccoglitori e in fondo è tutto quello che facciamo oggi, cacciamo e raccogliamo. Nei vecchi tempi in cui eravamo scimmie, almeno ce la godevamo di più stando al sole a riposarci. Conosco gente con lavori a tempo pieno che sarebbero dei grandissimi scrittori o registi o artisti o ballerini, ma non possono farlo perché devono guadagnare un milione di dollari.
Kafka le è stato presentato come uno scrittore comico, la prima volta che l’ha incontrato in libreria.
Lo è. C’è una storia ormai famosa di lui che porta il primo capitolo del Processo al bar e lo legge ai suoi amici e tutti insieme ridono a ogni frase. Un sacco della nostra migliore letteratura, che sia Kafka o il Don Chisciotte di Cervantes o Rabelais o Voltaire, è scrittura comica. Beckett era esilarante. Immagino che se fossi andato all’università a studiare letteratura mi avrebbero presentato Kafka dicendomi che è “significativo, profondo”, ma non che è divertente.
Siamo spaventati dalla letteratura comica?
Oggi ridere è molto difficile. La sinistra negli ultimi dieci anni è stata anti humour, ha avuto paura dell’humour. Era vietato scherzare. Per quanto mi riguarda, le battute mi tengono in vita. Mi sarei ammazzato molto tempo fa se non fosse stato per l’humour. Dico sempre che c’è un capitolo che è stato tolto dalla Bibbia, dalla Genesi, dove Dio crea l’uomo e poi la donna e arrivano la tristezza e la povertà e la guerra, e Adamo ed Eva si ammazzano. E così Dio deve rifare tutto da capo e questa volta dà loro il senso dell’umorismo, così possono sopravvivere. Questa è la Bibbia che insegno ai miei figli. Senza umorismo come fai?
Si parla spesso di connessione tra ebraismo e humour.
Non credo sia verissimo. Penso che oggi ci sia una forte connessione tra l’umorismo e l’essere afroamericano. O irlandese. Penso che gli irlandesi siano le persone più divertenti mai esistite. Beckett, Edna O’Brien… L’humour irlandese può essere molto simile a quello ebraico. Alla fine, credo che quello che renda divertenti sia l’aver sofferto, come è stato a lungo per il popolo ebraico, per esempio dopo l’Olocausto con Woody Allen. Ma oggi i neri e gli ispanici sono più divertenti, perché son messi peggio. Alcune delle cose più divertenti che ho letto negli ultimi dieci anni vengono dal mondo arabo, dall’Iraq, dalla Siria… Perché hanno una vita difficile. E poi alla fine siamo tutti uguali, se scaviamo oltre la superficie.
In Feh parla anche della sua amicizia con Philip Seymour Hoffman, con cui stavate preparando una serie. Avevate in comune il senso di colpa.
Innanzitutto, sua madre era un giudice. Anche mia madre era un giudice, ma non la pagavano per farlo. A un certo punto stavamo girando l’episodio pilota e siamo andati a vedere una chiesa dove dovevamo fare una scena, a Manhattan. E lui non voleva entrare dentro. La scena doveva essere girata dentro la chiesa e lui mi fa: «Cazzo, odio entrare qui dentro, non possiamo farla all’esterno?». Non voleva entrare per nessun motivo. E per qualche orribile ironia quella poi è stata la chiesa dove hanno fatto il suo funerale, meno di un anno dopo. E io ho pensato: quanto si sarebbe incazzato, non avrebbe mai voluto un funerale in chiesa. Però, e questa era una sua grande qualità, se l’avesse saputo si sarebbe fatto una grossa risata. E avrei adorato ridere con lui. Non so chi è che diceva «Gesù pianse e Voltaire rise». Io e Philip avevamo in comune la gioia di ridere delle cose più pesanti e oscure che si potessero trovare. Quando ti senti una merda, e noi ci sentivamo delle merde, ridere non è che te lo fa passare, ma almeno non ti senti una merda da solo.
A un certo punto Philip Seymour Hoffman le dice che per un attore è più difficile che per uno scrittore esprimere la sua arte, perché l’attore deve aspettare che qualcuno gli presenti una sceneggiatura, un personaggio. Lo scrittore può semplicemente andare a scrivere.
Non sono un grande fan degli attori. Sono persone faticose. Credo che essere una star di Hollywood voglia dire essere pagati un sacco per non migliorare, per non stare meglio. Se stessero meglio non farebbero quello che fanno. Ma Philip mi fece capire che sì, posso fare varie cose, andare in giro qui al Salone, ma poi alla fine della giornata posso tornare nella mia stanza d’albergo e scrivere, e scrivere di quello che ho vissuto e magari sentirmi meglio. Un attore non ha quell’opportunità. Per me scrivere è essenziale per sopravvivere a tutto questo casino. Non riesco a immaginare l’idea di non avere la scrittura. Sono stato cresciuto con questo Dio orribile… quando il dottore ti chiama e ti dice: pronto Shalom, hai il cancro, io so che resto da solo. Ci sono persone invece che possono andare in chiesa o in sinagoga e pregare e sentirsi meglio, ma per me questo non esiste. Ciò che ho a mia disposizione è la scrittura. Non riesco a immaginare di perderla.
Scrive ogni giorno?
Sì.
Ovunque si trova?
Sì. A casa scrivo dalle sei alle otto ore al giorno. Sono abbastanza fuori di testa, eh. Non lo dico con orgoglio. È come se dicessi: sì, mi faccio un sacco di eroina.
Scrivere forse è un po’ meno dannoso.
Uguale. Forse leggermente più salutare. Ma alla fine nessuna delle due cose paga le bollette. Se mi pagassero per farmi di eroina lo farei tutto il giorno.
A un certo punto in Feh dice: «Il mio peccato è scrivere».
È un peccato, ma questo non vuol dire che sia un problema. Quando scrivo, se inizio una storia e non sta andando come vorrei, mi chiedo: dov’è il peccato? Se non c’è non mi interessa. Non sono andato all’università, sono stato cresciuto in una comunità molto ortodossa, e quando ho scoperto Beckett, Kafka, Flannery O’Connor, Kurt Vonnegut e Joseph Heller, la cosa essenziale, quello che di loro mi faceva ridere, era che non gliene fregasse un cazzo. Dicevano quello che volevano. Io voglio esser parte di quella religione, ho pensato allora. E ora è un po’ triste se ripenso a come oggi la letteratura sia diventata simile a una religione, ci sono regole, su come fare le cose in modo corretto, e ci sono persone elevate a papi, e io è tutta la vita che fuggo dalla religione. Io sono interessato ai peccati, e anche quelli sono un’arte. L’arte prende in giro gli dei. Quando insegno scrittura creativa dico: non cercate di vincere un premio, non cercate di piacere a tutti. C’è una tradizione di peccatori. Penso ai grandi scrittori russi, penso a chi ha dovuto sfidare pericoli per scrivere, chi l’ha dovuto fare con uno pseudonimo.
La sua famiglia legge quello che scrive? Penso ai genitori, ma anche ai figli.
Non ho alcun contatto con la mia famiglia di origine. Ho abbandonato la comunità religiosa quando avevo diciott’anni. E non li sento e non ho notizie di loro da più di trent’anni. Immagino che non siano grandi fan. Ma non so se mi leggono, a dire il vero non mi interessa. I miei figli invece sono sufficientemente intelligenti da non leggere le mie cose. Magari lo faranno quando muoio. E a quel punto diranno: oh cazzo, avrei dovuto farlo prima. Mi piace l’idea di questa sensazione. Ma non voglio danneggiarli. Mi sembra che una figlia di Vonnegut abbia detto di non aver mai letto le opere del padre e poi dopo che è morto ha letto Ghiaccio-nove o Mattatoio n.5 e ha pensato: mio dio, ho vissuto nella stessa casa con uno così?
Qualcuno si sarà offeso per le cose che ha scritto.
In molti. Non mi ricordo chi ha detto: se non stai facendo incazzare qualcuno, allora stai sbagliando qualcosa.
Sua moglie forse è uno dei pochi personaggi adulti che si salva nel libro. Deve amarla parecchio.
Sì, molto. Però non so perché lei ami me. Ma questo è un problema suo. Ci dicono fin da piccoli che siamo cattivi. Pagina uno della Bibbia: rubiamo da Dio. Pagina due: ci manda via dalle palle. Pagina dieci: il figlio maggiore di Adamo uccide il minore. Parliamo di omicidi, furti, espulsioni. E questi sono i nostri antenati. E le cose peggiorano continuamente, tanto che Dio spesso ci vuole ammazzare tutti. Con il Nuovo testamento poi… Gesù viene dipinto come un Dio più simpatico e affettuoso. Ma per me Dio è il Signor Burns e Gesù è Smithers [personaggi dei Simpsons]. Smithers può anche fare le cose in modo più gentile, ma alla fine il boss è Dio. Tutta la storia, la religione, per me è stata così erosiva, e anche se ora che ho 55 anni per me è ancora come avere delle schegge di una bomba dentro, non sono ancora guarito. Devo creare un’altra voce nella mia testa per cancellare quella più antica. È come un dolore fantasma. Di recente avevo un forte dolore alla gamba e sono andato da mille dottori e nessuno mi ha trovato nulla, e qualcuno mi ha consigliato un libro dove dice che il cervello attiva come un pulsante del dolore, senza motivo. Non c’è niente da fare. Niente fisioterapia, niente operazioni. Solo parlare con te stesso. Cercare di convincere il tuo cervello. E cercare il ricordo del non dolore. Per me scrivere è questo, è scrivere la storia di Feh, dello schifo, di qualcuno che ti dice “tu sei terribile”, e anche adesso continuo a sentirla e devo autoconvincermi per salvarmi. Anche perché la gente di feh ci muore, oltre che uccidere.
Nel memoir si parla anche di apparenza, lei fa di tutto per non essere grasso, quasi restarci secco.
Qui al Salone di Torino mi hanno appena fatto un servizio fotografico. Sono state le tre ore peggiori della mia vita. Cazzo, davvero traumatico. Se mai dovesse esserci un altro Olocausto per me sarà un servizio fotografico, sarà un modo per costringermi ad ammazzarmi. Terribile. Mi autoconvinco di non essere poi così male e poi mi dicono: qui stai benissimo, me la fanno vedere e penso: chi è quel maiale, oddio è schifoso, tremendo.
Non è un fan dei social, vero?
No, sto aspettando che qualche nazione nemica faccia esplodere tutto. Mi trasferirei in Cina se lo facessero loro, se loro distruggessero tutto ne sarei davvero riconoscente. I social sono terribili. E lo dico qui a Torino che mi fa dire: wow la gente legge ancora. Comunque i peggiori con i social sono quelli di venti e trent’anni, ci sono proprio dentro. I miei figli adolescenti, e altri di quell’età, sanno quanto tutto sia stupido. Usano Instagram ma non hanno l’illusione che dentro ci sia qualcosa di utile, o di valore. Il mio psichiatra dice che in fondo sono un ottimista.
Parla molto di suicidio però. Si immagina spesso la sua morte?
Sono più preoccupato per il dopo. Le opzioni sono due. O è tutto nero e allora sarò davvero sollevato. Oppure c’è un Dio, e allora la prima cosa che ti viene in mente è: oh merda. Ma l’ottimista in me pensa che il personaggio che mi hanno fatto conoscere di Dio, così terribile, in realtà non lo è. Non può essere così stupido, rabbioso, giudicante e ubriaco tutto il tempo. Magari arrivi su, ti butti a terra davanti a Dio, dici “perdonami, perdonami”, e lui risponde: che cazzo dici, il tuo libro era davvero divertente, e poi ci beviamo dei Martini e mi racconta delle barzellette.
Sta scrivendo qualcosa?
Un saggio e poi un romanzo. E poi a breve usciranno due spettacoli teatrali adattati da due miei libri, uno a Londra e uno a New York. Probabilmente la première sarà la stessa sera, e quella sera io morirò in un incendio.