Carrie Bradshaw ha una rubrica, fuma in mutande nel suo mono-forse-bilocale dell’Upper East Side, scrive su un pc domande decadenti – I couldn’t help but wonder… la verità è sempre necessaria in una coppia? – e un poco pensa a Big, il figo della finanza (ora si chiamano finance bro, sono red flag) che non se la piglia, e un poco si compiace della propria insicurezza e la usa come materiale narrativo. È dipendente, Carrie, da questa idea di relazione felice assoluta, lei ce l’ha infelice e la racconta bene. Alla riuscita della serie contribuiscono anche i rami d’azienda: tre amiche che sono i tre caratteri a identificazione sicura: la ragazza fissata per figli-e-famiglia (Charlotte), quella fissata allegramente per il sesso (Samantha), quella fissata con l’autonomia (Miranda). Schemino facile facile, in ogni puntata si affronta una iattura sentimentale, fino a srotolare tutta la teoria – ammesso che ne esista una – dello sfracellamento amoroso. Una serie fondata su “questo è successo anche a me” – il contrario della moda sceneggiatrice contemporanea.
Bridget Jones arrivò – prima come column, poi come libro e alla fine come film – nello stesso periodo. Anni Novanta, limitare Duemila.
Bridget vive a Londra e si pesa ogni mattina, si sente grassa e se lo ripete ogni mezz’ora, il fallimento sentimentale è riportato causalmente al girocoscia che non cala. Annota su un diario le grammature alcoliche e le variazioni sentimentali come uno psicometeo. Ha una specie di bollettino in incipit a ogni puntata che come espediente di scrittura risulta spassosissimo e ai tempi creava, nel lettore, quel tipo di dipendenza impossibile da replicare oggi. Volevi sapere se ce l’avrebbe fatta. A dimagrire, a stare con Daniel Cleaver, a innamorarsi di Mark Darcy, insomma a essere felice. Seguivi gli impercettibili progressi quotidiani. L’anticellulite funzionerà? Quello stronzo si degnerà di chiamare?
In entrambe c’è lo stesso meccanismo: l’elogio semi consapevole dell’inadeguatezza, dell’ossessione amorosa, come se il “sono un disastro” fosse solo una cosa temporanea, una forma di emancipazione necessaria. Il passaggio a una nuova versione di sé più consapevolmente trentenne, meno illusa, un’adulta. La stupidità sentimentale come fattore contingente e solo modo di arrivare da qualche parte.
Nessun modello di identificazione come quello delle due, Carrie e Bridget, può contarsi come paragone negli ultimi anni. Nessuna tra i personaggi resiste con nome e cognome, non esistono eroine sopravvissute. Certo, succede anche per un problema di friabilissima memoria collettiva, ma è anche che le successive ragazze sono state più implausibili ancora. Bridget e Carrie divennero cliché in poco tempo. Avevano fatto il salto difficilissimo dal regno di Oz del raccontato al reale.
E quindi c’erano, in quegli anni Novanta, un paio di storie che erano diventate storie di tutte. Due personaggi-tratto-unificante-collettivo. Potevi dire che erano cartoni animati, due esempi senza tenuta, ma quelle due un pezzetto alla volta salivano i gradini della cultura pop fino a piazzarsi in cima alla classifica, in pochi anni, tanto che, quasi trent’anni dopo, sopravvivono. C’è ancora la serie, And Just Like That, e ci sono ancora i film di Bridget Jones. Che tutti guardano dichiarando estrema delusione perché non sono più come prima, sono cinquantenni, anzi oltre. Imbarazzanti, anzi oltre. Sì – vorrei dire – certo. E pure noi. Però i loro incassi li fanno ancora, rendita passiva da personaggio indovinato, qualcosa vorrà dire. Cliché criticato per i sequel a oltranza vale doppio.
La nuova eroina composta.
Un po’ di anni fa d’un tratto ci siamo svegliate e abbiamo deciso che serviva un processo più duro. Abbiamo guardato quelle due – le stesse che ci stavano simpatiche, un po’ vergognose di riconoscerci – come le foto e i post del Facebook 2006. Voglia di prendere le distanze e pensare che è roba vecchia, non siamo noi, che pena per carità. Carrie e Bridget non sono più sopportabili, abbiamo detto. Sono reperti manco da conservare. Fossili stupidi e cattivi. Qualcuna ha esagerato con le liste di proscrizione e le ha dichiarate simboli di una femminilità sbagliata. È suonato quell’orrido campanello, l’allarme della correzione retroattiva. Su TikTok ci sono i montaggi in cui si diagnosticano i loro disturbi con la psicologia gratis dei profili social curativi. Quelli che ti mettono in guardia e ti dicono che disturbo hai e da che parte devi andare. A distanza di trent’anni, i nostri cartoni animati, Carrie e Bridget, sono diventate due pagliacci Pennywise di It. Due Gremlin. Sono pericolose.
Il role model di questo periodo era quindi deciso. E prevedeva questo: una ragazza che si può certamente innamorare, ma lo sa fare a compartimenti stagni. Sta malissimo se deve stare malissimo, però procede in carriera.
Impeccabile sempre – impeccabile è la media naturale. La pratica della risolutezza però non deve renderla incapace di sentimenti. I sentimenti continua a subirli – è formativo che soffra moderatamente per amore – ma messa in situazioni di stress acuto troverà la soluzione che accontenta tutti. E se non esiste la soluzione che accontenta tutti, troverà un doloroso compromesso. Lo scherzo narrativo è questo: che il compromesso deve all’apparenza superare le forze emotive dell’eroina. Qui le sono concessi due minuti di lacrime (poi si torna a lavorare) e finalmente arriva la parte preferita del pubblico: la prova di carattere. L’uberfemmina che sopra la rovina di tutto resta strutturata, concreta e fattiva.
Sparita quindi l’ansia da prestazione affettiva, chi siamo diventate? Chi sarebbe questa ragazza del nuovo millennio? Cosa vuole, cosa le piace?
Siamo risolte, sì certo. Non necessariamente felici, almeno non sempre, ma cos’è questo essere felici, in fondo. Siamo belle solide. Capaci ancora di prenderci in giro, ma con misura, non ci vedrete mai bisognose. Sappiamo definire le relazioni durante, sappiamo uscirne prima di entrarci. Conosciamo la terminologia della psicoterapia, possono darci la laurea. E siamo stanchissime, ovviamente. Ma almeno tutta questa bravura sarà un eccitante? Speriamo di sì.
Stiamo benissimo. Davvero. In modo quasi clinico. La nostra vita amorosa si svolge in ambienti razionali, e finalmente. L’innamoramento avviene benissimo in laboratorio, abbiamo scoperto. E si può anche rinunciare da subito, se certi pezzi non si incastrano. Non chiami? Peggio per te, avanti il prossimo, le app di dating scoppiano di gente. E la tragedia è che tutto questo funziona. E proprio perché funziona, non produce. Niente, nessun gesto riesce a superare il controllo, le transenne della consapevolezza sono presidiatissime: tutti gli incidenti sono preventivati e assicurati e poi diventano caso TikTok dove si commenta il maschio malessere di turno col benestare delle amiche immaginarie che ti dicono “hai fatto bene a scappare!”. La commedia romantica si è trasformata in una call tra professioniste.
E allora è chiaro, come potevano durare, le eroine cretine anni Novanta? Sono state incarcerate una per l’ennesima frase autoassolutoria pur di tornare con l’ex stronzo e l’altra per le troppe manifestazioni di autodenigrazione interiorizzata.
Cosa sono quelle deficienti se non un attentato gravissimo alla coscienza sentimentale aggiornata, al lungo percorso che ci ha portate fin qui, dove “qui” significa: adulte, risolte e parecchio consapevoli? Un buon posto, anche se devo ammettere che fa un po’ freddo.
Tutta questa fatica per arrivare a essere Quella che non sbaglia più e poi essere indulgenti con quelle che sbagliavano sempre? Ma siamo pazze?
Siamo diventate ineccepibili. E anche illeggibili, ma pazienza. Dove prima c’erano battute improbabili e fissazioni non corrisposte, ora c’è un’utile compostezza da seminario femminista. Siamo troppo occupate a diventare versioni migliori di noi stesse. Ma versioni per chi?
Eccoci. Brillanti. Bravissime a non innamorarci degli uomini sbagliati. Forse perché non ci innamoriamo proprio. Nel caso che sia innamoramento reciprocamente negoziato, o niente.
Carrie e Bridget erano storte, non erano esempio di niente. E proprio per questo servivano. Non c’era bisogno del modello, il racconto non serviva fissamente pedagogico. Potevi avere pure – miracolo! – una crisi senza contesto. Abbiamo deciso di vergognarci di loro. Non per snobismo-da-persone-cresciute, ma per aggiornamento. Le guardiamo con gli strumenti della valigetta dello psichiatra che ora ci diverte maneggiare: la lingua della terapia, la passata di varechina morale. E allora ogni scena del come eravamo è inadatta, ogni puntata troppo imbecille per i nostri nuovi standard. Il sorrisetto con cui ci ricordavamo i nostri disastri appresso ai loro ora ci sembra tolleranza. Sia mai.
E qualcosa non torna ancora, però, in questo repulisti generale. Perché se l’eroina leggera è finita in disgrazia, il nuovo modello è oppressivo tanto quanto. Ha solo cambiato gli strumenti della sorveglianza.
Avete notato? Siamo diventate donne di procedura. Questo volevamo? La ragazza del nuovo millennio non è nervosa. Non è disfunzionale. È impeccabile. Spesso si annoia, sarà il prezzo normale del progresso.