Peter Cameron ha più successo in Italia che nel resto di tutti gli altri paesi messi insieme. Il suo Un giorno questo dolore ti sarà utile, già un bestseller quando è uscito (per Adelphi, come il resto della sua opera), ha avuto di recente un revival grazie a TikTok. Ma Cameron, che incontriamo a Milano, tappa di un suo tour italiano, non sembra interessato ai social o ad altre dinamiche promozionali contemporanee, e nemmeno ai telefoni nei libri. In mano ha un vecchio tascabile Penguin, un noir di Raymond Chandler e non tira mai fuori il cellulare, potrebbe addirittura non averlo. Noto per la sua prosa elegante, Cameron, a 65 anni, dice di essere ancora come il ragazzo solitario, timido e gentile che ha iniziato a scrivere racconti per il New Yorker negli anni Ottanta, quando pensava che non avrebbe mai scritto un romanzo.
I suoi personaggi sono spesso in una situazione di crisi, o di stallo, da cui vorrebbero uscire.
Ho avuto una vita piuttosto stabile. Ma quando penso alla scrittura voglio scrivere di gente che sta cambiando, che ha un turbamento nella propria vita. Mi aiuta a definire la narrativa della storia. Se invece prendi gente stabile e felice, non trovi molta drammaticità o tensione. È una componente tecnica pensare alle persone in fase di transizione, o di confusione. Spesso i personaggi sono obbligati a cambiare. Tutte le mie storie, racconti o romanzi, parlano di persone che cambiano, volontariamente o no.
Inizia una storia dai personaggi?
Le storie mi arrivano immaginando prima i personaggi e poi pensando alla storia. Cos’è che li sta sfidando o bloccando o motivando a cambiare.
In Un giorno questo dolore ti sarà utile è centrale la figura della nonna, così come in altri suoi libri.
C’è spesso il personaggio della nonna nelle mie storie. Appare perché sono molto più interessato alla relazione tra nonni e nipoti che non a quella tra genitori e figli. Perché quando si salta una generazione c’è la possibilità di un nuovo tipo di relazione più intima, perché i nonni spesso sono più decisi e più liberi, anche perché hanno meno responsabilità. Possono essere più diretti e onesti, i nonni, perché non sono così coinvolti come i genitori. La vicinanza coi genitori può chiudere e disinibire un rapporto.
Qualcuno ha visto Un giorno questo dolore ti sarà utile come una specie di contemporaneo Giovane Holden.
Mentre lo scrivevo mi sono reso conto che era la storia di un ragazzo a New York e ho pensato: devo smettere, questo libro è già stato scritto. Mi sembrava sciocco provare a scrivere un altro libro del genere. Ma poi ho pensato: tutti i libri sono già stati scritti. E il mio lavoro era rendere quel personaggio più unico possibile, e più specifico e onesto, e legato alla mia esperienza. È questo che rende i libri diversi dagli altri, non tanto il luogo in cui è ambientata la storia o altro, ma la verità psicologica del personaggio.
Nel libro c’è una scena importante davanti ai quadri di Thomas Cole, Il viaggio della vita.
Io lavoro esclusivamente con la lingua, ma mi rendo conto di quanto siano potenti le immagini. Ciò che mi piace delle immagini, e il motivo per cui ho usato dei quadri nei miei libri, è che la gente quando si trova davanti a un’immagine vede sempre qualcosa di diverso dagli altri. Un po’ come quando leggiamo un libro, ma per un quadro ancora di più. C’è più spazio per una risposta personale. C’è un’apertura che possiamo usare narrativamente.
Lei non si concentra mai su temi contemporanei, anzi c’è qualcosa spesso di atemporale nelle sue storie. Tranne appunto in Un giorno questo dolore ti sarà utile dove si parla dell’impatto dell’11 settembre.
Nella maggior parte delle mie storie non scrivo di New York e non scrivo di eventi contemporanei. Uso i libri per scappare da quello che sto vivendo. Ma mentre scrivevo quel libro vivevo a New York e per qualche motivo ho scritto di New York. Lo stavo scrivendo nel 2003 ed è ambientato nel 2003. E allora l’11 settembre era ancora molto presente, e ho pensato a come sarebbe stata l’esperienza dell’11 settembre sul protagonista, e come avrebbe risposto alla cosa. Ma allo stesso tempo non volevo che il libro fosse solo su quello, ma che l’11 settembre fosse soltanto uno dei vari elementi che ha un impatto su di lui.
Anche quello che sta succedendo ora in America potrebbe avere un impatto a lungo termine.
È tutto così deprimente e spaventoso, tutto pieno di veleno. A volte penso che sia stupido scrivere romanzi, perché non aiutano nessuno. Ma devo pensare che forse qualcuno lo aiutano, come hanno aiutato me da lettore. I romanzi mi hanno fatto sentire meno a disagio, mi hanno rassicurato. Oggi il potere della decenza e della compassione esiste ancora nel mondo ma viene oscurato da altro.
Per molti c’è un’epoca d’oro in cui hanno letto di più, assorbito di più…
I libri che ricordo di più sono quelli letti al college e al liceo. Allora la tua mente è diversa. E poi ti segnano di più perché hai letto meno libri prima. Il Grande Gatsby e cose del genere sono ancora freschi nella mia mente, più di libri che ho letto il mese scorso. Anche per questo da vent’anni tengo una specie di diario con quello che ho letto, per non dimenticarmi, con dei commenti. Ogni tanto lo riprendo in mano. I libri hanno davvero un grande effetto sulla mia vita, quindi voglio ricordarmeli.
Diceva che scrive per fuggire. Da cosa fugge?
Da me, dalla mia vita. Penso che il motivo per cui leggo romanzi, e per cui scrivo romanzi, è essere trasportato da qualche altra parte e dimenticarmi di me. Essere immerso in un altro mondo. Guardiamo i film soprattutto per questo. Ora con lo streaming, a casa, meno, perché sei comunque circondato dalla tua vita quotidiana. Ma non quando si andava al cinema. Però un film ti dà tutto, non ti coinvolge nella creazione. Leggere un romanzo invece ti dà anche quello, sei coinvolto, stai creando nella tua mente, immagini l’aspetto delle persone e come sono vestite. Quest’investimento ti permette di fuggire dalla tua vita e poi leggi un libro nel corso dei giorni e delle settimane, dura di più.
E l’autofiction? E la narrativa non fiction?
Per il lettore, dato che comunque esci dalla tua vita, non penso cambi molto. Ma da scrittore non mi darebbe lo stesso piacere e soddisfazione scrivere autofiction. E poi c’è qualcosa che apprezzo nell’artificio della fiction. Di base preferisco leggere il frutto dell’immaginazione di qualcuno che non della sua realtà. Una vita vera può essere interessante, ma non quanto qualcosa che è stato immaginato.
Ed è uno dei motivi per cui non scrive di cose politiche contemporanee?
Negli anni Novanta durante la crisi dell’Aids, siccome ero un uomo gay che viveva a New York, sentivo che dovevo scrivere di quello. Ma mi sono reso conto che non volevo essere quel tipo di scrittore. E c’erano persone che lo facevano, scrivevano di Aids a New York, e lo facevano bene. E allora ho capito che era meglio per me essere attivo politicamente nella vita ma non nella mia scrittura. La mia scrittura ha sempre riguardato la mia vita interiore. Lavoro da anni per associazioni e istituzioni [come il Lambda Legal Defense e l’Education Fund] che mi fanno sentire impegnato e dentro al mondo e ai suoi problemi.
Non esplicita consciamente dei messaggi ideologici nei libri?
No, cerco di concentrarmi solo sui personaggi e sulla storia. Però ci sono cose simboliche che arrivano nella mia narrativa in modo inconscio. Abbiamo tutti pensieri e archetipi inconsci che ci arrivano e che io uso nei libri. Penso che i miei libri siano molto legati ai miei sogni. Sono diversi per ognuno, i sogni, ma sono molto potenti.
Non c’è molta tecnologia nelle sue storie. È una scelta?
Non so quanto sia una scelta conscia, ma mi piacciono romanzi in cui la gente dialoga molto. E penso che la gente parli in modo diverso al telefono, o per messaggio, che non di persona. Quindi in molti dei miei libri non voglio che ci sia quel tipo di tecnologia, voglio che la gente comunichi direttamente. È buffo perché stanno facendo il film da Cose che succedono la notte e ho letto il copione e dentro ci sono i cellulari e ho detto: «No, no, non dovevano esserci». Ho capito che questa tecnologia interferisce o corrompe il modo in cui scrivo delle persone.
E la trama cambia, con i cellulari, con internet…
Per esempio, in questo – il tascabile di Raymond Chandler – il protagonista deve andare in giro per Los Angeles in macchina a suonare ai campanelli per parlare con la gente, è sempre in movimento. Ed è tutto più drammatico quando non c’è distanza fisica. Detesto quando nei film mettono gli schermi dei telefoni o dei computer… io voglio vedere qualcosa di vivo nei film.
Dicevamo che c’è qualcosa di atemporale nella sua prosa. È questione di atmosfera?
Quella è molto importante. E deriva sempre dal desiderio di uscire dalla mia esperienza. Creare un’atmosfera diversa. Per questo ho scelto spesso per i miei romanzi ambientazioni lontane. Quella sera dorata è ambientato in Uruguay, dove non ero mai stato quando l’ho scritto. Quindi ho usato totalmente l’immaginazione, creando uno spazio sia per me sia per il lettore. Dei luoghi inventati.
Fa ricerca?
No. Solo alla fine un po’ per esser certo. Per esempio per Quella sera dorata c’era una scena in cui i protagonisti andavano in auto su e giù per delle montagne e mi hanno detto che l’Uruguay è piuttosto piatto. Ho cambiato la scena. Ma a parte questo no, nessuna ricerca. Quella sera dorata inizialmente pensavo di ambientarlo in Messico, dove ero stato. Ma mi serviva un luogo pieno di expat europei e ho creato il mio Uruguay. È stato divertente quando con James Ivory siamo andati in Uruguay e in Argentina alla ricerca di location dove girare, lui mi diceva: «Peter, è incredibile che tu non sia mai stato qui perché abbiamo trovato tutti i posti del tuo libro». Credo si debba rispettare come funziona l’immaginazione.
James Ivory, ma anche Roberto Faenza. Cosa pensa delle trasposizioni cinematografiche delle sue opere?
Non hanno molto a che vedere con me o coi miei libri, sono l’opera di qualcun altro.
Ma li ha guardati i film?
Sì, è interessante vedere cosa fa qualcuno con un libro di un’altra persona. E siccome scrivo di luoghi che creo nella mia mente, in testa ho delle immagini molto chiare delle atmosfere e degli spazi. E non vengono mai duplicate nel film perché le immagini, essendo create da altri, non corrispondono alle mie.
Ma è soddisfatto del risultato dei film?
No.
Molti notano una grande precisione nella sua scrittura.
Tento di usare il linguaggio con maggior precisione possibile, soprattutto quando faccio la revisione. Ma anche nella prima bozza sto attento. Mi piacciono le parole. Mentre scrivevo Andorra, ero affascinato dall’idea che ogni oggetto ha un nome, e che le diverse parti di un tavolo o di una scalinata hanno un nome. E che ogni cosa ha un nome specifico e volevo nomi molto specifici nel libro. Sono un po’ ossessionato dal linguaggio.
Qual è il suo processo?
La parte più importante della mia scrittura, e la maggior parte del tempo dedicato alla scrittura, in realtà è dedicata a pensare a quello che scriverò. Per qualche motivo riesco a creare il libro meglio nella mia mente che non subito in forma scritta. Poi mi siedo a scrivere. E quando mi siedo succedono delle cose, alcune possono cambiare. Ma non riesco a scrivere finché non ho pensato molto. Ho sempre un’idea di dove andrà il romanzo, anche se a volte non ci va. Ma ho bisogno di quel senso di direzione. Poi a un certo punto devo fare uscire tutto dalla testa, quando c’è troppa roba, e allora la svuoto scrivendo. E questo mi apre spazio per pensare alle parti successive del testo.
Le cose sono meglio in testa o sulla pagina?
Penso che siano uguali.
Pensa a un lettore specifico?
No, scrivo per me stesso.
Pensa a scrittori, o a scrittrici, come modelli.
Non particolarmente. Ma voglio che i miei libri siano diversi l’uno dall’altro quindi penso a scrittori diversi ogni volta. So che ciò che ho appena letto influenza quello che sto scrivendo. Quella lingua è nel mio cervello, e avrà un’influenza.
Quindi sceglie con attenzione quello che legge?
No. Ma siccome quello che leggi ti suggerisce qualcos’altro o poi scopri altri autori che ti piacciono, non sai mai bene cosa leggerai. E non leggo molta narrativa contemporanea. Più cose dell’800 e del ’900. Di recente ho letto molto Storm Jameson, una scrittrice inglese degli anni Trenta. E poi Robert Liddell, che ha vissuto in Grecia a lungo, e ha scritto sia saggi sia romanzi. Li ho scoperti di recente, sono interessanti, sono bravi. Ma cerco di non pensare troppo se mi influenzeranno quando scriverò.
Sta lavorando a qualcosa?
Sto lavorando a quello che spero sarà il mio prossimo romanzo. Non scrivo da tanto, da cinque anni. Cose che succedono la notte è stato l’ultimo libro che ho pubblicato.
E in questi cinque anni era nella fase in cui pensa?
Sì, ma non con grande successo. Solo di recente ho avuto un’idea che potrebbe trasformarsi in un romanzo. Ora sto iniziando a sedermi a scrivere. Per un periodo ho pubblicato un libro ogni cinque anni, con in mezzo un anno senza scrivere. Questo periodo è stato più lungo.
E nell’anno di buco in cui non scrive cosa fa?
Leggo un sacco. Ho anche ripreso a insegnare scrittura. In passato ho lavorato anche in ufficio, facendo lavori amministrativi. Una combinazione di cose.
Meglio l’anno di non scrittura o i quattro di scrittura?
Adoro scrivere. Anche se a volte può essere stancante e frustrante. È qualcosa che voglio fare e quando non lo faccio mi deprimo e mi chiedo: qual è il senso della vita se non sto scrivendo? I periodi che mi danno più problemi sono quelli in cui non scrivo. Perché sono periodi che mi sembrano sempre permanenti. Quando finisco un libro, e non ho idee per un altro, penso che non succederà più, che non scriverò mai più un romanzo. E lì mi deprimo parecchio. Perché voglio lavorare. Quindi quando poi scrivo, anche se può essere frustante, mi dico sempre: almeno stai scrivendo, almeno hai un libro a cui pensare. E cerco di non disperarmi troppo mentre lavoro. Ci sono sempre problemi nei libri, ma mi concentro sul fatto che sto scrivendo e prima o poi troverò delle soluzioni. In questi ultimi cinque anni in cui non ho scritto, ho pensato: magari prendo una mia novella o un racconto e lo espando e lo trasformo in romanzo. Ma non puoi fare succedere una cosa del genere in modo artificiale. Espanderli non li rendeva migliori, erano solo più lunghi. Non c’era motivo. Quando ero giovane e ho iniziato a scrivere, scrivevo racconti e pensavo che non avrei mai scritto un romanzo. Dicevo: se qualcosa funziona in venti pagine non ha senso raccontarlo in 200 o 400 pagine. La cosa è cambiata quando ho iniziato a scrivere Il weekend, e le idee che mi arrivavano erano più complesse. E chiaramente queste idee volevano essere romanzi. Poi c’era anche una certa pressione. Perché i romanzi vendono meglio.
In Italia ha un’ottima accoglienza, entusiasta direi.
Per me è incredibile. Vendo più qui che in tutti gli altri paesi del mondo messi insieme, compresi gli Stati Uniti. Sono molto grato ai lettori italiani. È un’esperienza che non ho da nessun’altra parte – l’esperienza di sentire che i tuoi libri sono apprezzati.
Sa perché?
No. Forse una combinazione di cose. E sicuramente Adelphi ha un ruolo. Poi sono stato fortunato con la mia traduttrice, penso che Giuseppina Oneto capisca il mio lavoro e la mia voce, e fa un ottimo lavoro. E poi deve esserci qualcosa nei miei libri che è più interessante per i lettori italiani, o che dice qualcosa di più che non ai lettori tedeschi o americani o inglesi. Non so cosa sia, ma qualcosa dev’essere.