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In tempo di guerra le muse non restano in silenzio

L’ultima edizione del Book Arsenal, il festival letterario di Kyiv: dedicata alla traduzione, alla lingua madre che diventa la lingua dell’assassino. La separazione forzata dalla lingua russa è il desiderio di stabilire confini netti, e il più netto è la morte. In mezzo alle sirene degli attacchi russi e ai cani in braccio, le parole, le poesie e i libri raccontano la convivenza con la guerra che si trasforma in un inno alla vita, l’origine stessa del pensiero

Ci vuole molto tempo per arrivare a Kyiv di questi tempi. Partendo dall’altra parte dell’Atlantico: almeno una notte in aereo, un’altra su un treno. E una volta lì, la vita quotidiana è faticosa. Le sirene dell’allarme aereo suonano in modo imprevedibile, durano per un tempo imprevedibile – magari qualche minuto, magari molte ore. Nella capitale ucraina, dall’inizio dell’invasione russa su larga scala del 24 febbraio 2022 al 14 agosto si sono registrati 1.773 allarmi aerei. Data la frequenza, i miei amici ucraini non corrono al rifugio antiaereo a ogni allarme – è troppo destabilizzante. Bisogna pur vivere. Chi abita a Kyiv tende ad andare al rifugio soltanto in occasioni specifiche, quando ci sono informazioni precise sui canali telegram. Detto questo, nessuno dimentica mai la guerra. Tutti vivono pronti, sempre, e hanno adattato le loro abitudini: le donne hanno abbandonato i tacchi a spillo per le scarpe da ginnastica, anche quando portano la gonna.

Questa era la mia quarta visita in Ucraina dall’invasione russa su larga scala. Ero lì per il Kyiv Book Arsenal, un grande festival letterario di cui quest’anno sono stata la curatrice-ospite. Conoscevo e ammiravo la mia cocuratrice – la scrittrice, traduttrice ed editrice Oksana Forostyna – dai tempi del Maidan, la rivoluzione ucraina del 2013-2014 nella piazza centrale di Kyiv. Per un anno Oksana e io abbiamo lavorato con gli organizzatori dell’Arsenal per sviluppare un programma intorno al tema che avevamo scelto: “Tutto è traduzione”. Quando sono arrivata, sono rimasta incantata per qualche istante nel vedere frammenti del nostro testo curatoriale su enormi murales che decoravano le pareti dell’Arsenal, un tempo fabbrica militare, poi riconvertita in spazio artistico.

Questa era la tredicesima edizione del festival. In passato gli animali domestici non erano ammessi: ci sono esposizioni d’opere d’arte fragili, bancarelle di libri allestite con cura e uno spazio-gioco per bambini piccoli che potrebbero essere spaventati dagli animali. Ma la guerra ha fatto cambiare idea agli organizzatori: gli ucraini hanno risposto alla disumanizzazione delle persone operata dai russi con l’umanizzazione degli animali, che sono molto utilizzati nelle terapie post trauma. Soldati e veterani adottano gatti o cani, alcuni dei quali erano stati abbandonati quando i loro padroni sono fuggiti o sono stati uccisi. Patron, un jack russell bravo a scovare le mine, è diventato il sostegno emotivo nazionale, visita i bambini feriti negli ospedali e recita in una serie di cartoni animati. Quest’anno, quindi, la regola è stata cambiata: gli animali domestici erano permessi, ma dovevano essere portati in braccio. E così insieme a qualche gatto, l’Arsenal era pieno di cani – alcuni piuttosto grandi – portati come bambini, avvolti nelle braccia dei loro padroni.

Tutti erano esausti, la città veniva bombardata notte dopo notte, il che rendeva difficile dormire. Alla fine di maggio ci sono stati alcuni degli attacchi più pesanti con droni e missili sulla capitale dall’inizio della guerra. Eppure, migliaia di persone hanno aspettato in lunghe code per passare i controlli di sicurezza per partecipare a un festival letterario – circa 30 mila visitatori in quattro giorni. Oltre un centinaio di case editrici ucraine avevano allestito le bancarelle di libri; negli spazi riservati agli spettacoli, scrittori, artisti, musicisti, filosofi e critici tenevano dibattiti, letture e performance. Tra gli eventi che Oksana e io abbiamo organizzato c’erano discussioni sulla traduzione in tempo di guerra; sulla poesia della sofferenza e sulla poetica dell’empatia; sui segreti rivelati dalle espressioni intraducibili; sulla costruzione di ponti attraverso oceani e confini – tra ucraini e afroamericani, tra l’Ucraina e il Sud globale.

A volte le discussioni erano interrotte dalle sirene: allora gli stand dei libri chiudevano, i relatori lasciavano il palco, e noi scendevamo sottoterra. Durante uno di questi periodi nel rifugio antiaereo, una mia studentessa ucraina di Yale di nome Nataliia, che era appena arrivata in treno da Odessa, voleva sapere se fosse un buon momento per discutere i suoi commenti sul mio manoscritto sulla fenomenologia. Lo era. Abbiamo fatto una foto sottoterra e l’ho mandata a due miei colleghi storici che avevano insegnato a Nataliia all’Invisible University for Ukraine, il programma della Central European University. «Inter arma NON silent Musae!», ha risposto uno: in tempo di guerra le Muse non restano in silenzio.

Abbiamo intitolato un evento del secondo giorno del festival “Muttersprache/Mördersprache”, ispirandoci a una poesia che definisco incadescente di Paul Celan, sopravvissuto all’Olocausto, che scriveva in tedesco, la lingua che era per lui sia la lingua madre sia la lingua dell’assassino. Celan era nato a Cernivci, ora in Ucraina. Sua madre fu fucilata in un campo in Transnistria. Nessuno aveva mai fatto, dopo aver subito qualcosa del genere, ciò che Celan fece con la lingua tedesca. Ilya Kaminsky, poeta americano nato a Odessa che era con noi all’Arsenal, ha descritto Celan come uno che aveva “rotto” e “rivendicato” il tedesco, devastando la lingua per risvegliarla. Il traduttore ucraino Jurko Prochasko ha detto che la poesia di Celan è rivelatrice del tedesco, una lingua capace non solo di omicidio ma anche di suicidio, una lingua con il potenziale di distruggere sé stessa.

Nei primi giorni dopo l’invasione su larga scala, la romanziera ucraina Victoria Amelina dormiva sul pavimento della cabina armadio nel suo appartamento di Leopoli. Era meglio, se una bomba avesse colpito il suo edificio, avere una parete tra sé e le finestre. Si era portata un volume delle poesie di Celan nell’armadio, e lì sul pavimento sussurrava tra sé e sé Todesfuge, Fuga di morte.

Schwarze Milch der Frühe wir trinken sie abends
wir trinken sie mittags und morgens wir trinken sie nachts
wir trinken und trinken…

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo

L’estate seguente, nel 2023, Victoria fu uccisa da un missile russo Iskander sparato contro una pizzeria a Kramatorsk. La pizzeria era un punto di ritrovo sia per chi vive lì sia per quelli che si avventuravano a est – e tutti sapevano che scrittori e giornalisti stavano lì. Victoria, in quel momento, era in viaggio nel Donbas con alcuni scrittori colombiani che aveva incontrato poco prima a Kyiv: i suoi colleghi latinoamericani volevano vedere gli orrori della guerra più da vicino. Li videro – erano lì con lei.

“Muttersprache/Mördersprache” era tra le conversazioni sul palco più delicate del festival. L’Ucraina è sempre stata un paese multilingue – si parlava correntemente polacco, yiddish, tataro di Crimea, tedesco, ungherese, romeno, greco – e negli ultimi decenni un paese profondamente bilingue, ucraino e russo. Prima della guerra, la letteratura in lingua russa era fiorita in Ucraina. Alcuni dei più grandi scrittori russofoni contemporanei sono ucraini. Ora molti di loro stanno rinunciando al russo. Cosa significa per gli scrittori rinunciare alla lingua madre? Tradurre sé stessi? È amputazione o liberazione? O qualche ineffabile combinazione di entrambe? E cosa, al contrario, significa rifiutarsi di cedere la Mördersprache al Mörder?

Il tentativo di estirpare la lingua russa dal festival del libro – in una città dove il russo è la lingua madre per la maggior parte degli abitanti – sembra una cosa bizzarra. Ho studiato il Rinascimento nazionale ceco del Diciannovesimo secolo, con il suo passaggio secco dal tedesco al ceco, e la resistenza polacca alla russificazione linguistica che seguì la Rivolta di gennaio del 1863 nell’impero zarista. Ho studiato le prime attitudini sioniste verso lo yiddish e il tentativo di costruire uno stato ebraico con una lingua simbolicamente liberata dalle umiliazioni della diaspora. Eppure prima dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina nel 2022, non avevo mai sperimentato un tale abbandono collettivo, su larga scala, di una lingua madre, l’escissione di massa di una parte di sé. Tra migliaia di libri al festival, non ne ho visto nemmeno uno in russo.

Uno dei nostri relatori era il poeta e linguista yiddish Dov-Ber Kerler, cresciuto bilingue a Mosca, figlio di un poeta yiddish imprigionato nei gulag. All’inizio degli anni Settanta la famiglia di Dov-Ber emigrò a Gerusalemme; in seguito lui studiò a Oxford; durante l’ultimo quarto di secolo è stato professore a Bloomington, in Indiana. Fluente in russo, yiddish, ebraico e inglese, riusciva a capire l’ucraino ma non lo parlava. La lingua russa, che era profondamente sua quanto lo yiddish della sua poesia, ora gli aveva spezzato il cuore. Prima del suo panel sullo yiddish come lingua ucraina, si offrì di parlare in qualsiasi lingua i suoi colleghi ucraini preferissero. Scelsero l’inglese, intuendo che il pubblico preferiva ascoltare attraverso cuffie la traduzione simultanea dall’inglese all’ucraino piuttosto che ascoltare nuda una lingua che non desideravano più fosse la loro.

Il russo è diventato la Mördersprache, come il tedesco lo era stato una volta per gli ebrei. La separazione forzata dalla lingua russa è un desiderio di confini netti, confini che significherebbero una distinzione impermeabile tra bene e male, tra vita e morte.

In questo Ventunesimo secolo impregnato di violenza, la morte è il confine più netto. Nel pensiero del Ventesimo secolo, si parlava di morti molto più porose. «Queste “morti” moderne – di Dio, della metafisica, della filosofia e, per implicazione, del positivismo», scrisse Hannah Arendt, «sono diventate eventi di considerevole portata storica». Il filosofo ucraino Volodymyr Yermolenko si è ribellato contro queste “morti” allusive tra virgolette. «La morte non è una metafora», ha detto: «La morte non è solo una parola. C’è qualcosa di malato nel vedere come la parola “morte” sia diventata popolare nel Ventesimo secolo. Abbiamo parlato della morte della cultura, della morte della modernità, della morte dell’idealismo, della morte della metafisica, e in tutto questo abbiamo un po’ giocato con la parola morte. Penso che la morte sia diventata meno spaventosa per noi. È diventata qualcosa di molto lontano con cui possiamo giocare. Ma per gli ucraini oggi, la morte non è una parola astratta: è una morte fisica, è una morte reale, è un vuoto che senti quando le tue persone care muoiono, quando tuo marito muore, quando i tuoi figli muoiono, quando i tuoi genitori muoiono, quando i tuoi amici muoiono».

Pensavo a queste parole mentre una sera, durante il Book Arsenal, due amici che erano stati entrambi nell’esercito mi hanno portato a cena con la regista Alisa Kovalenko. Nel 2014 Alisa, allora ventiseienne, stava documentando i primi giorni della guerra nel Donbas quando fu catturata dai separatisti sostenuti dalla Russia. Ciò a cui era sopravvissuta durante quei quattro giorni le fece promettere a sé stessa che, se la guerra fosse arrivata in tutta l’Ucraina, avrebbe preso un fucile e sarebbe andata a combattere. Nel 2022 si è separata dal marito francese e il figlio di quattro anni, Theo, e si è unita a un battaglione ucraino. In prima linea ha iniziato a filmare un video-diario per Theo: voleva mostrargli il paesaggio “di bellezza e morte” e lasciargli una registrazione nel caso non fosse tornata. «Le nostre vite sono difficili da afferrare, è difficile aggrapparsi alle nostre vite», gli dice. Molti dei commilitoni che appaiono in My Dear Theo (2025) sono morti prima che il documentario fosse finito. Alisa teme di dover dire un giorno a suo figlio cosa le è successo in prigionia. Nel film ammette solo che ciò che teme di più è essere catturata di nuovo. Alisa, io e i nostri due amici in comune – uno dei quali, H., era nello stesso battaglione con Alisa – eravamo in un ristorante non lontano dall’Arsenal, mangiavamo pesce del Mar Nero, ci avevano raggiunto suo marito e Theo. Avevo appena incontrato il presidente Volodymyr Zelensky, in visita al Book Arsenal, e ho detto ad Alisa che mi ero trattenuta dallo scusarmi per il modo vergognoso con cui era stato trattato nel mio paese, quando Donald Trump e J. D. Vance avevano organizzato quel ripugnante tentativo di infliggergli un’umiliazione rituale. «Devi dire grazie» è quello che la polizia segreta diceva alle vittime delle purghe staliniste durante i loro interrogatori. È quello che il marito violento dice a sua moglie dopo averla picchiata. Quando l’ho raccontato ad Alisa, mi ha detto che dopo che era stata rilasciata nel 2014, anche il suo rapitore russo le aveva chiesto di ringraziarlo.

Alisa e H. sono ancora vivi per una questione di fortuna. Lo stesso vale per Stanislav Aseyev, un altro relatore all’Arsenal e uno dei grandi scrittori della sua generazione, tra i pochi sopravvissuti della sua unità alle battaglie della scorsa estate al fronte. Decine di migliaia di soldati ucraini sono stati uccisi; più del doppio di soldati russi sono stati uccisi, a centinaia di migliaia, ma ai comandanti russi importa molto meno. Tra i compiti di H. c’era quello di monitorare le comunicazioni radio dell’esercito russo, e durante la cena al ristorante ha descritto le conversazioni che aveva sentito:

Dmitri, vai tu.
Non sono Dmitri. Dmitri è morto. Allora Andrei.
Anche Andrei è morto.
Allora chi è questo?
Ivan.
Okay, Ivan, allora vai tu.

«L’interrogativo filosofico», mi ha scritto H. più tardi, è: «Perché Ivan finisce per andare (e morire) ogni volta?». Questa domanda è collegata a un’altra: ci sarà una rivoluzione in Russia? Cosa serve perché ci sia?

Questo, mi sembra, è ciò che separa ucraini e russi oggi, più della lingua e certamente più dell’etnia: l’esperienza della rivoluzione. Recentemente la filosofa arendtiana italiana Olivia Guaraldo ha tradotto il mio libro The Ukrainian Night (2018), sulla rivoluzione del Maidan, gli inizi della guerra nel Donbas, e i modi in cui queste esperienze hanno cambiato le persone che le hanno vissute. Nella sua prefazione all’edizione italiana, Olivia suggerisce che il fallimento europeo nel comprendere il Maidan fosse collegato al fatto che l’occidente ha dimenticato che cosa significa rivoluzione. Per Arendt significava nascita, la capacità umana di far nascere qualcosa di nuovo. «Il nuovo», scrisse Arendt in La condizione umana (1958), «accade sempre contro le probabilità schiaccianti delle leggi statistiche e della loro probabilità, che per tutti gli scopi pratici e quotidiani equivale alla certezza; il nuovo quindi appare sempre sotto le sembianze di un miracolo. Il fatto che l’uomo sia capace di azione significa che l’inaspettato può essere aspettato da lui, che è in grado di compiere quello che è infinitamente improbabile».
Domenica sera il festival è giunto alla fine. Lunedì, ho passato le ore prima della partenza del nostro treno con Amelia Glaser di San Diego, una professoressa di letteratura e traduttrice di poesia dall’ucraino, yiddish e russo. Abbiamo visitato la casa editrice Dukh i litera (Spirito e Lettera). Hai ancora la macchina da scrivere su cui scrivevi quando eri giovane, prima dei computer? mi ha chiesto l’editore Leonid Finberg. C’è qualche possibilità di trovarla? Aveva una collezione nel suo ufficio di macchine da scrivere che erano appartenute agli scrittori che la casa editrice pubblicava. Leonid e il filosofo Constantin Sigov hanno setacciato una pila di libri dopo l’altra, tirandoli fuori l’uno dopo l’altro per darceli – in ucraino, russo, yiddish, polacco. Amelia e io stavamo finendo il tempo a nostra disposizione e lo spazio nei nostri bagagli. Nel frattempo la moglie di Leonid, la dottoressa Elena Finberg, ci ha offerto del cioccolato. Era difficile andarsene – Leonid continuava a pensare a un altro libro di cui sicuramente avevamo bisogno. E ogni libro era accompagnato da una storia sul suo autore e su come era nato.

Constantin voleva che leggessi il lavoro del teologo Ihor Kozlovskyi di Donetsk, che sopravvisse a due anni di prigionia. Rilasciato in uno scambio di prigionieri alla fine del 2017, è morto improvvisamente di infarto nel 2023, all’età di sessantanove anni. Era stato il professore di Stanislav Aseyev. Oggi Stanislav è uno degli scrittori che hanno rinunciato al russo, una lingua in cui è un maestro di stile. Il suo memoir sui suoi 962 giorni di prigionia è straordinario. Sia Ihor sia Stanislav hanno subìto torture orribili per mano dei separatisti sostenuti dalla Russia.

Per gli ucraini, il male – come la morte – non è una metafora. L’ultimo giorno del Book Arsenal, Volodymyr Yermolenko e io abbiamo tenuto una conversazione su Hannah Arendt e il male. A Gerusalemme nel 1961, guardando il processo dell’organizzatore della Soluzione finale, il burocrate nazista Adolf Eichmann, Arendt era stata scossa dalla giustapposizione tra l’ordinarietà di Eichmann come persona e l’atrocità delle sue azioni. L’aveva colpita che il male che quest’uomo aveva compiuto avesse la sua origine nel fallimento del pensare. Questo non lo scusava in alcun modo né lo rendeva migliore di altri tipi di assassini – al contrario, se mai, per Arendt, lo rendeva ancora peggiore. Contemplò la connessione tra il fare il male e la mancanza di pensiero critico. Il pensare come tale, si convinse, era un imperativo morale.

Volodymyr e io discutemmo questo imperativo. L’idea di Arendt della “banalità del male” sembrava essenziale per comprendere le centinaia di migliaia di soldati russi come “Ivan” che seguono spensieratamente gli ordini, bombardando città ucraine e seppellendo bambini sotto le macerie. Ma che dire dei loro comandanti che ordinano i bombardamenti? Del dittatore al Cremlino il cui male sembra molto meno banale? Della crudeltà gratuita e sadica di quelli che hanno tenuti prigionieri Alisa Kovalenko e Stanislav Aseyev e Ihor Kozlovskyi, che hanno attaccato fili elettrici agli arti e alle orecchie e ai genitali dei loro prigionieri e gli hanno dato la scossa?

Era primo pomeriggio. L’allarme aereo era appena stato revocato dopo circa dieci ore; l’Arsenal aveva riaperto; lo spazio intorno al palco era pieno di ascoltatori, per i quali il problema del male non era affatto astratto. In Ucraina oggi tutte le idee sono dentro la carne, con forza. Trafiggono e scuotono.

Tra il nostro pubblico c’era un veterano di guerra in sedia a rotelle. Anche al chiuso indossava occhiali da sole, con lenti arancioni che si abbinavano al pelo della gatta tartarugata che riposava con la testa sul suo ginocchio. A un certo punto la mia conversazione con Volodymyr fu interrotta da un annuncio: la gatta era scappata. L’ex soldato si agitò molto e dovette essere calmato. La gatta fu trovata sotto un palco – e Volodymyr e io continuammo la nostra conversazione sul male.

La seduzione di Kyiv è questa intensità della vita, intellettuale e non solo – una luminosità nata dalla disperazione. È un punto che Volodymyr ha sostenuto da quando questa guerra è iniziata. «C’è qualcosa che sta accadendo in Ucraina proprio ora a cui dovremmo prestare attenzione», ha detto in un’intervista l’autunno scorso.

«Questa esperienza di affrontare una guerra, affrontare la fragilità della vita e affrontare la morte, che è molto dolorosa, ma allo stesso tempo potrebbe essere l’origine del pensiero».

Marci Shore (1972), docente alla Yale University e saggista. Si occupa in particolare della storia intellettuale in Europa centrale e orientale. All’inizio del 2025 uscirà «La notte ucraina. Storie da una rivoluzione» per Castelvecchi editore.