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Marie Trintignant e l’estate del 2003

Ventidue anni fa Bertrand Cantat ha ammazzato di botte la sua compagna. Con il perdono, anzi addirittura con la complicità, del mondo. I titoli di allora: delitto passionale. Gli articoli di allora: lei l’ha provocato. Era un altro mondo? L’oppressione è finita?

L’estate del 2003 l’ho passata a Roma, a lavorare. Ero appena stata assunta, contratto a tempo indeterminato, e non avevo nessuna intenzione, né possibilità, di andare in vacanza. Roma era meravigliosa, caldissima, io ero felice. Giravo su un motorino scassato, abitavo a San Lorenzo con un’amica, mi sentivo forte, fortunata, al centro del mondo. Quando è uscita la notizia di Marie Trintignant, in coma dopo qualcosa di strano successo a Vilnius con il suo compagno Bertrand Cantat, leader dei Noir Désir, non ho capito subito. Un incidente, una notte pericolosa, la droga, i litigi, lui che piaceva a tutti e lei così bella, bellissima. Lui con quelle mani enormi piene di anelli. Poi lei è morta, le hanno fatto l’autopsia: Cantat aveva massacrato di botte Marie Trintignant, l’aveva ammazzata con i pugni, l’aveva pure lasciata per sei ore a letto senza fare niente, diceva che lei aveva sempre questo sonno molto pesante. Ricordo le lacrime del padre, JeanLouis Trintignant, ricordo quei bambini al funerale, i figli di Marie. Sentivo dentro di me, ma confusamente, qualcosa di sbilanciato: la compassione dei giornali verso Bertrand Cantat, che piangeva e diceva: non voglio più vivere, e però diceva anche che lei l’aveva “provocato”, che l’aveva spinto o non so che cosa. Con quelle mani enormi alle dita delle quali aveva tolto gli anelli. Ricordo che parecchi avevano scritto o detto che lei però insomma, era strana, era volubile, faceva scenate, aveva troppi figli da vari uomini. Ho ritrovato un articolo, anzi una lettera al Direttore, che ho scritto allora sul Foglio, il 12 agosto 2003: «L’ha ammazzata senza il coraggio di ammettere di averla ammazzata». Una lettera non formidabile, a cui penso siano seguiti alcuni altri articoli durante il processo a Bertrand Cantat, che per quell’omicidio è stato condannato a otto anni di prigione e ne ha scontati quattro. Nel 2007 è uscito di prigione con la libertà condizionale. Dopo un po’, è tornato a vivere con la sua ex moglie, Kristina Rady, che aveva lasciato per Marie Trintignant. Nel 2010, la sua ex moglie si è impiccata: Bertrand Cantat dormiva al piano terra, il figlio di dodici anni tornato da scuola ha trovato il corpo di sua madre al piano di sopra.

La vita dopo quell’estate del 2003 è andata avanti, come sempre, a un certo punto ricordo che lui ha fatto un concerto e i giornali ne hanno parlato, io ho pensato solo, o forse ho detto a voce bassa leggendo la notizia: che gran pezzo di merda.

Poi ho visto, pochi giorni fa, ventidue anni dopo quell’estate, il documentario su Netflix. Si intitola: Da rockstar ad assassino: il caso Cantat. C’è la giovane giornalista che nel 2013 andò a Vilnius a raccontare il caso alla tivù francese, e c’è lei che viene intervistata vent’anni dopo, cioè oggi, e dice: non avevo capito niente. C’è l’avvocato della famiglia Trintignant, un grande avvocato francese che, invecchiato di vent’anni, commenta: si può dire che Cantat dorme sempre quando le sue compagne muoiono. Ci sono cose terrificanti. Su Cantat e la sua gelosia violenta, su Cantat manipolatore, su Cantat che impazzisce per un sms affettuoso e di lavoro che Marie riceve dal suo ex marito. E ci sono le riprese di allora, Marie Trintignant sul set del film di sua madre, là a Vilnius, che tiene il cellulare dentro lo stivale perché Cantat le telefona in continuazione, la controlla mentre lavora. Si vede Marie interrompere una scena per rispondere.

Le cose terrificanti riguardano loro, ma riguardano anche noi. Come eravamo?

Che sguardo avevamo, nel 2003, sugli uomini e le donne? Su un uomo che ammazza di botte la sua compagna, non la soccorre per sei ore, e riesce a ottenere così facilmente il perdono del mondo, anzi nemmeno il perdono: la complicità. Che donna difficile era Marie. Che amore folle, quei due. Povero Bertrand, è davvero distrutto dal dolore. Che grande artista.

Avevamo tutti, uomini e donne, giovani e meno giovani, la realtà davanti agli occhi. L’autopsia dice che le ha fatto di tutto, non voglio nemmeno scriverlo quello che le ha fatto, e nel documentario si vedono gli interrogatori a Vilnius in quell’estate del 2003, lui che fa vedere con le mani come l’ha schiaffeggiata, con il dorso e con il palmo, velocemente. Si chiamano: manrovesci, lui nel secondo interrogatorio (dopo l’autopsia) dice che l’ha fatto quattro cinque o sei volte, nel primo dice solo due volte e poi aggiunge piangendo che non ricorda, che aveva perso il controllo, che avevano entrambi perso il controllo, e fa perfino una battuta, a cui un tizio seduto accanto a lui, un poliziotto di Vilnius, sorride: «La prossima volta che mi succede prenderò appunti». La prossima volta che gli succede, di ammazzare la sua compagna.

Era il 2003, eravamo adulti, ci sentivamo molto intelligenti, ma era un mondo, in Europa, a Parigi e a Roma, in cui i giornalisti e le giornaliste scrivevano: delitto passionale. Si scriveva: Bertrand Cantat vittima della passione. Si scriveva e si dibatteva alla tivù francese di quanto Marie Trintignant fosse una donna complicata e lui un artista politicamente impegnato. Ho visto passare, nel documentario, un articolo di giornale francese, un editoriale in cui uno scrittore sostiene che certe volte le parole feriscono più delle botte. Sosteneva quindi che le parole di Marie, quella sera in cui era ancora viva, avessero molto ferito Bertrand Cantat, che quindi evidentemente l’aveva massacrata perché era molto ferito, molto più di lei. E la migliore amica di Marie, che diceva: è stata assassinata da un uomo alto un metro e novanta, questo non è amore è omicidio, veniva trattata come una cretina. Come una puttana.

Lui durante il secondo interrogatorio ha detto: mi ha provocato, mi ha perfino rotto il labbro, dentro, ma ovviamente nessuno me l’ha controllato. Si è toccato il labbro, come se gli facesse ancora male.

Tutti gli assassini e gli oppressori si lamentano delle loro vittime.

Ma questo narcisismo ha convinto quasi tutti, il delitto passionale è parso una formula accettabile, convincente (adesso è incredibile anche solo accettare che sia andata così, e accettare che noi eravamo là a vedere e a leggere). Marie Trintignant non solo è stata subito dimenticata, ma è stata insultata, denigrata, sminuita, colpevolizzata, ridicolizzata, calpestata. E le donne che invece ne hanno difeso la memoria, che hanno fatto domande, che non si sono arrese alla versione di Cantat sono state definite: femministe isteriche.

Tutti gli assassini e gli oppressori si lamentano delle loro vittime. L’oppressione è finita?