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Chi dice che il romanzo deve mostrare e non dire?

“Show, don’t tell”, la prescrizione della narrativa americana che pensa a sé stessa come universale, è rovesciata da tanti scrittori e scrittrici di origini non occidentali che rivendicano l’oralità come modello. Le digressioni di Zadie Smith, la rottura dei patti con il lettore di Chimamanda Ngozi Adichie, il “dire” imprescindibile di Viet Thanh Nguyen: lo spazio del romanzo non è neutro

Chi dice che il romanzo deve mostrare e non dire? È una delle annotazioni che ho sentito più spesso quando si parla di narrativa. Non è un assunto con cui sono stata mai particolarmente d’accordo e penso che negli ultimi decenni molti libri abbiano rivelato quanto sia una regola datata. Eppure, da lettori, è ancora ciò che ci aspettiamo dal romanzo – che ci mostri qualcosa, non che ci esponga il contesto, le dinamiche, le sovra (e sotto) strutture.

Da diverso tempo, quindi, mi domando quale sia la sua origine. Spulciando qua e là mi sono imbattuta in un articolo di Namrata Poddar, critica e autrice del romanzo Border Less, che per LitHub vorrebbe scrivere proprio di questo, finendo poi in realtà per trattare per lo più della presenza di una forma orale nella narrativa di molti autori e autrici postcoloniali. Molto interessante però la considerazione finale: «L’oralità qui diventa una posizione politica, una mossa ideologica che ricorda al lettore più e più volte che ciò che consumiamo come universale nella storia, nella storia letteraria o nel gusto estetico è tutt’altro che universale».

Questo mi porta a rileggere con sospetto la prescrizione “show, don’t tell”. La sua fortuna si consolida probabilmente negli Stati Uniti con le scuole di scrittura creativa e la centralità della narrativa realista. La regola, in fondo, è rassicurante: mostrare, non spiegare, costringe alla concretezza, alla selezione delle immagini, delle scene, a un andamento cinematografico. Non a caso la nascita del concetto è attribuito a un drammaturgo, il russo Anton Cechov, che avrebbe detto «Non dirmi che la luna sta brillando; mostrami il suo luccichio sui vetri rotti». Ma è una regola che dice molto sulle scritture che non l’hanno prodotta, privilegiando una tradizione – bianca, anglosassone, maschile – abituata a pensare sé stessa come neutra o universale.

Tanti scrittori postcoloniali invece rovesciano questa impostazione. Non solo utilizzano l’oralità come modello, spesso la rivendicano esplicitamente come gesto politico. Anche per Chimamanda Ngozi Adichie narrare in modo “esplicito” significa rompere il patto di complicità che lega lettore e autore occidentali: si pensi al suo utilizzo di dati, statistiche, riflessioni politiche nei blog post della protagonista di Americanah; oppure alle digressioni storiche di Zadie Smith in Denti Bianchi, senza le quali non sapremmo del rapporto tra il capitale umano delle colonie e la Seconda guerra mondiale; cito anche l’iniziale monologo del protagonista di Il Simpatizzante, di Viet Thanh Nguyen che, a proposito del suo ultimo libro, dice che l’insidia del memoir è proprio mostrare il trauma, di rivelare un segreto. In un lungo pezzo per il New York Times, poi, il premio Pulitzer di origini vietnamite torna sul tema ricordando come per autori con origini non occidentali la regola rappresenti una trappola in quanto mostrano elementi che potrebbero non essere compresi al di fuori della loro cultura, e quindi la parte del “tell”, del dire, diventa imprescindibile.

Non sorprende quindi che, leggendo romanzi indiani, africani, caraibici, si incontrino lunghi segmenti di spiegazione, voci corali, intrusioni del narratore che commenta, guida, contesta, corregge. Queste prospettive mobili, in effetti in modo similare a ciò che avviene nella tradizione orale dei raccontastorie, rendono il romanzo, per alcuni scrittori, un luogo di incontro e scontro piuttosto che uno spazio neutro che si abita comodamente.

Nadeesha Uyangoda è una scrittrice italofona nata in Sri Lanka. Con «L’unica persona nera nella stanza» (66thand2nd, 2021) ha vinto il Premio Sila e il Premio Rapallo. Il suo ultimo romanzo è «Acqua sporca» (Einaudi, 2025).