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L’ambasciatrice del nuovo, ritratto di signora

Ileana Sonnabend aveva un’aria così normale. Eppure è stata una collezionista d’arte e mecenate pioniera del Novecento. L’educazione europea, i matrimoni con Leo Castelli e Michael Sonnabend, le gallerie di Parigi e New York, il rapporto intimo con gli artisti, l’esistenza in equilibrio tra le sponde dell’Atlantico. Passeggiata alla nuova Sonnabend Collection di Mantova, che contiene moltitudini come la sua gallerista geniale

Ileana Schapira poi Castelli e poi – per sempre e per tutti – Ileana Sonnabend (19142007) è la Sfinge della storia dell’arte del Novecento. Più che una gallerista una collezionista, più che una mecenate una “Ambasciatrice del Nuovo” (copyright del MoMa, che titolò così una mostra a lei dedicata, nel 2014). Osservo Ileana Sonnabend – di cui conoscevo la potenza di fuoco professionale, ma di cui ignoravo le fattezze del volto – a Palazzo della Ragione di Mantova dove ha appena aperto un nuovo museo dedicato a una delle collezioni d’arte contemporanea più importanti di sempre, appunto la Sonnabend Collection Mantova (11 sale, 94 opere). In una delle prime stanze eccola che appare, lei, Ileana, in un doppio ritratto by Andy Warhol datato 1973 (si dice che il papà della Pop Art non volle denaro in cambio dell’opera, ma una di quelle belle scrivanie di Art Déco che Sonnabend teneva nella galleria di Parigi). Quel sorriso di sbieco, un Mona Lisa smile appena accennato, lo ritroverò nelle rare foto d’archivio che la riguardano. Chi l’ha conosciuta di persona – sono una miniera, a questo proposito, gli obituaries che si ritrovano online sulla stampa americana – ne ricorda lo sguardo penetrante, l’ironia tagliente, i profondissimi silenzi.

Una delle figure più influenti e visionarie (aggettivo logoro ma calzante) della storia dell’arte del secondo Novecento è anche stata la meno mediatica di tutte. Paula Cooper, veterana mercante d’arte di NYC, non se ne stupisce: «Era la Sonnabend Gallery e i suoi artisti ciò che Ileana promuoveva, non sé stessa», ha detto al New York Times all’indomani della morte. Pochi scatti, rare interviste, scarsissime dichiarazioni pubbliche. Una però è rimasta: «Amo ciò che non capisco subito». Lo ha detto lei con quell’aria così normale (dimessa no, ma quasi), mamma o nonna della porta accanto, zero femme fatale, niente bizzarrie estetiche e un physique du rôle antitetico alla dogaressa Peggy Guggenheim, tanto per citare una che ha battuto in lungo e in largo la scena dell’arte nello stesso periodo (Peggy, di quasi 20 anni più matura, non ha però fatto in tempo a cavalcare il Pop anni Ottanta). Questa Ileana qui – che anche Mario Codognato, ora direttore artistico della Sonnabend Collection Mantova, descrive nel catalogo del museo edito da Marsilio Arte come “enigmatica e riservata” – è stata patrona incrollabile dell’“arte difficile” del secondo Dopoguerra e delle mostre più audaci in circolazione. È stata, persino, santa delle cause impossibili come quando, con il primo marito Leo Castelli, cercò di aprire in collaborazione con la Galleria La Tartaruga una nuova sede dedicata all’arte americana a Roma, ma la città eterna non era pronta, era tutto faticoso e la coppia mollò il colpo, tenendosi però un bel nucleo di opere di Mario Schifano. Allora, per capire meglio la personalità della Sfinge – «un incrocio tra Buddha e Machiavelli», ha scritto con coraggio il critico d’arte Calvin Tomkins sul New Yorker – non resta che arrendersi alla cronologia e sbrogliare la fitta matassa di eventi che rendono l’esistenza di Ileana Sonnabend, in perenne pellegrinaggio tra Europa e America, unica e irripetibile.

Ileana nasce il 28 ottobre del 1914 a Bucarest in una delle famiglie più ricche della Romania. Gli Schapira appartengono all’alta borghesia ebraica e lei condensa i suoi primi anni di vita così: «La mia infanzia è stata da cucchiaio di platino». Aggiungiamo: padre avido e ingombrante, madre volitiva (alla fine si risposerà con l’artista John Graham), la sorella Eve disprezzata ma un po’ subita (perché è lei la prima a essere corteggiata da Leo Krausz poi “normalizzato” Castelli). Ileana incontra Leo, futuro geniale gallerista, a Bucarest: lui è un triestino di origine ebraica che fa l’assicuratore delle Generali, lei è minorenne. Si sposano appena Ileana compie 18 anni e vanno a Parigi. Come pegno d’amore lei non vuole un anello ma un’opera d’arte: è un acquerello di Henri Matisse. Nel ’37 nasce Nina, la loro unica figlia. La giovane coppia con tata e cagnolino al seguito si lascia travolgere dalla vivacità di Parigi: con l’interior designer René Drouin, Leo apre una galleria di arte decorativa tendenza surrealista, non l’ideale per fare affari con l’arrivo dei tempi bui della guerra e delle leggi razziali. I due salpano di corsa – non l’hanno raccontato nel dettaglio, ma si dice sia stata un’avventura – verso il Nuovo Mondo: gli Schapira sono già ben attovagliati a Manhattan e li accolgono a braccia fin troppo aperte. Dal ’41 al ’59 Leo&Ileana sono la power couple di New York, ma la loro parabola è tutt’altro che lineare: s’iscrivono entrambi alla Columbia University, lui si dà alla storia economica, lei alla psicologia (dettaglio da tenere a mente). Castelli si arruola nell’Intelligence dell’Esercito e così ottiene la cittadinanza americana. Poi i due ritornano a Parigi, ci riprovano con Drouin ma ancora le cose non funzionano. Eppure nella loro testa c’è questa fissa per l’arte contemporanea americana, è questo ciò di cui si vogliono occupare. Organizzano eventi e ritrovi dove non mancano alcol e sigarette: l’Espressionismo astratto è cosa ancora marginale, ma è già di casa nella dimora accogliente di East Hampton dei Castelli, villeggiatura d’elezione per artisti e personalità varie, tra cui il leggendario Alfred Barr, primo direttore del MoMa, amicissimo della coppia. Nel ’57 Leo apre finalmente la sua prima galleria – Ileana lo sostiene non solo moralmente: la sede è la casa in marmo del di lei padre – e lì sfilano, allora quasi ignoti, i Pollock, i Delaunay, i Rauschenberg. La rivoluzione dell’arte made in Usa ha inizio, il matrimonio tra i due finisce (dettagli pruriginosi non se ne trovano: continueranno a collaborare professionalmente fino alla morte di Leo, nel ’99).

Ora torna buono l’appunto sulla Columbia University: a un corso su Proust Ileana aveva conosciuto Michael Sonnabend, origini polacche, studioso di Dante, innamorato della cultura italiana, coltissimo e di alcuni anni più anziano di lei (morirà centenario nel 2000). Lo sposa in pochissimo tempo (erano rimasti in contatto dai tempi dei seminari? Chissà). Insieme a “Bob” Rauschenberg – l’artista di certo più amato, quello da Ileana più coccolato – i neosposi si recano a Parigi, per lasciarsi New York e tutto l’ingombrante passato alle spalle: trovano una città ferita (ora a pesare è la Guerra d’Algeria) e decidono di aprire in prova una galleria che durerà invece vent’anni. È al 37 Quai des Grand Augustin e inaugura con Jasper Johns e poi con “Bob”: da questo momento in avanti Ileana ora Sonnabend (con Michael in galleria a intrattenere i clienti grazie ai suoi dotti racconti) diventa ambasciatrice palindroma dell’arte contemporanea tra Europa e America: la sua esistenza in perfetto equilibrio tra due culture le permette di essere l’interprete dell’arte americana in Europa e dell’arte europea in America. Compra, vende, colleziona: è gallerista scaltra e appassionata mecenate. Digressione geografica: l’Italia cara a Michael non è secondaria nelle scelte di Ileana. La Biennale di Venezia che nel ’64 dà il Leone d’Oro a “Bob” Rauschenberg la consacra nel suo doppio ruolo (gallerista e collezionista pioniera), inizia poi la feconda collaborazione con il gallerista torinese Gian Enzo Sperone e l’Arte Povera di Merz, Anselmo, Calzolari, Kounellis trova una nuova formidabile sostenitrice.

È a questo punto della storia che entra in scena Antonio Homem. Portoghese, classe ’39, studi in Ingegneria fatti mal volentieri, è il figlio adottivo dei Sonnabend e a oggi il presidente della Sonnabend Collection. È lui che ha deciso che Mantova, medievale, gonzaghesca e a suo modo enigmatica, sarebbe stata ottimo approdo per la collezione (per ora il comodato d’uso è di 12 anni, ma quel che conta davvero è che un museo simile finalmente esista in Italia). «Ho incontrato Ileana a una cena, per caso», ci ha detto una mattina luminosa di qualche settimana fa, al taglio del nastro del museo. «A quel tempo giravo per gallerie pur non avendo mai studiato arte, ma Ileana e Michael erano così: riconoscevano le persone per ciò che erano, non per la loro classe sociale. Ho iniziato a lavorare per loro quando hanno aperto anche la sede a New York (diventeranno due: una a Madison Avenue, l’altra a SoHo, ndr) e sono diventato parte della famiglia. Con loro l’arte era il quotidiano dell’esistenza, non c’era separazione tra lavoro e vita», racconta Homem, adottato legalmente da grande, verso i 40 anni. «Di Ileana ricordo l’apertura mentale e la curiosità», dice e aggiunge che, negli anni, tutti e tre (i Sonnabend e lui) non hanno mai voluto contare il numero effettivo di opere in loro possesso: «Non amavamo guardare indietro».

Homem, insieme alla figlia di Ileana, Nina, mancata nel 2014, ha selezionato le opere che ora vediamo a Mantova in un museo che è anche un autoritratto attraverso opere d’arte di Ileana Sonnabend. Ovvero di una donna dall’aria pacata e la personalità complessa che ha portato per la prima volta a NYC i britannici Gilbert&George, che ha esposto a Parigi la capra impagliata su tela orizzontale di Rauschenberg, che ha aperto la sua galleria a performance (oggi improponibili, persino indicibili) come “Seedbed” di Vito Acconci, con l’artista che si masturbava di nascosto dai visitatori mentre un altoparlante trasmetteva in galleria le sue fantasie sessuali. Una donna, Ileana, capace di contenere moltitudini, dalle irrequietezze in bianco e nero di Anselm Kiefer al Pop colorato e irriverente di Jeff Koons. È da Ileana Sonnabend che Koons ha esposto la sua celeberrima e controversa serie “Made In Heaven” di suoi ritratti erotici insieme alla sua compagna di allora, Ilona Staller (in Italia nota come Cicciolina) ed è con le opere giocose di Koons – non quelle – che si chiude il percorso del museo di Mantova dove, all’apertura ufficiale, l’artista americano è apparso gagliardo e sorridente tra il pubblico, happy end perfetto di questa nostra storia.

La Sonnabend Collection Mantova ha aperto lo scorso 29 novembre nel Palazzo della Ragione di Mantova. Ospita una selezione di opere della Sonnabend Collection, la collezione di Ileana Sonnabend, suo marito Michael Sonnabend e del loro figlio adottivo Antonio Homem. Tra gli artisti: Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Mario Schifano, Michelangelo Pistoletto, Roy Lichtenstein, Andy Warhol, Sol Lewitt, Robert Morris, Bruce Nauman, Jannis Kounellis, Gilberto Zorio, Gilbert&George, Bernd and Hilla Becher, Anselm Kiefer, A.R. Penck, Haim Steinbach, Jeff Koons. Il direttore artistico è Mario Codognato, che ha curato la mostra insieme ad Antonio Homem, oggi presidente della Sonnabend Collection Foundation. Il progetto nasce dalla collaborazione tra il Comune di Mantova, la Sonnabend Collection Foundation e Marsilio Arte.

Francesca Amé (Milano, 1976), giornalista professionista, da vent’anni si dedica alla cronaca culturale, italiana e internazionale, e collabora con alcune delle principali testate italiane. Su Instagram è @realvistodame