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La vita cambia in un istante, moltiplicato per mille

Nel film Sirat un attimo prima sei totalmente nel chill, a ballare nei rave del deserto, a sentire una diversa scansione del tempo, ma l’attimo dopo è il disastro irrimediabile, senza che nessuna scena ci abbia preparato. Nel cinema, nella vita: non siamo fatti per concepire l’inferno

Al cinema a vedere Sirat di Óliver Laxe con tutta la famiglia ho sperimentato, in poltrona e davanti a un’opera di immaginazione, che cos’è lo shock davanti alla vita che cambia per sempre. Davanti al disastro irrimediabile e inaspettato. Davanti all’inferno: anzi, dentro l’inferno. Quella cosa che scrive Joan Didion nell’Anno del pensiero magico, «La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita», ma moltiplicato per mille, e comunque sedersi a tavola sarebbe già il privilegio di una consolazione, sedersi a tavola sarebbe il contenimento del dolore. In Sirat non ci si siede a tavola, forse mai più. Molti di voi a questo punto dell’inverno saranno già andati al cinema, oppure avranno letto recensioni di Sirat che cercano di non rivelare nulla ma come sempre rivelano quasi tutto, farò lo stesso attenzione, perché lo shock che ho provato non è stato inutile, mi ha dato qualcosa, mi ha offerto una prova. La prima metà del film, come ho letto nei commenti di Letterbox, come ha detto mia figlia, come ho provato io sprofondata nel buio a guardare gente che balla a un rave in Marocco, «la prima metà è totalmente nel chill». Così nel chill che si può ammirare tutto e considerare l’ipotesi di salire su un camper scassato e cambiare vita, così nel chill che pensavo: ecco ne avevo proprio bisogno, ci sono altri modi di stare al mondo, di aspettare la notte, di considerare che cos’è il tempo e a che cosa serve. Il viaggio di un padre e un figlio e un cagnolino alla ricerca della figlia maggiore, che ha tagliato i ponti con la famiglia ma forse adesso è a un rave in Marocco, allora si chiede di lei in giro, portando i volantini con la foto, girando tra la gente che balla, e lei a volte sembra più vicina e comunque “sarà felice di vederci”. L’amicizia improvvisata con un gruppo di persone che si sballano, vivono in camper, accendono falò nel deserto. Persone diverse, adulte, segnate dalla vita, per ognuna di loro c’è un passato e questa leggerezza un po’ sfinita, di certo estrema, arriva come una possibilità, mentre uno di loro canta Il disertore di Boris Vian. C’è un sentimento, una vibrazione, un’atmosfera che cambia in un istante, pochi secondi nel film, tutto il resto dell’eternità appiccicato addosso. Non è un incubo e non è un horror, nell’horror qualsiasi normalità è fasulla, costruita in attesa dello sconvolgimento. È qualcosa che non ci si aspetta, che non si è messo in conto, che non sta nei patti. Si possono fare patti con la vita? No, e forse nemmeno in un film. Ma un film ci dà la possibilità di studiare ogni scena, e ogni scena prepara a un’altra scena, e se c’è un coltello in scena, quel coltello servirà a qualcosa. Se c’è un cagnolino, quel cagnolino a un certo punto farà qualcosa. In Sirat ci sono i cagnolini, e molta sabbia del deserto, ma non puoi in nessun modo pensare che sta per succedere quello che succede. Non puoi prepararti. Non puoi cambiare vibrazione in tempo. Non puoi uscire dal cinema in tempo (io ho avuto la tentazione di farlo, ma subito dopo). È come nella vita, quando succede: un attimo prima era tutto come sempre, un attimo dopo l’apocalisse si è scatenata e ha fatto il suo lavoro, senza annunciarsi.

Mi capita una cosa strana nei sogni (io non faccio mai sogni belli, ma nemmeno terribili incubi), quando dopo un po’ di immagini confuse, poco interessanti, qualcosa vira verso la tragedia: un figlio piccolo che mi cade di mano, io che annego, qualcuno che forse muore cadendo nel vuoto, la casa che non è più la casa ma una barca che affonda. La sensazione di precipitare o di veder precipitare. Sono addormentata, sto sognando, ma da qualche parte arriva lo stesso la mia volontà, e il cervello dice: non è successo, torniamo indietro. Proprio nel sogno, allora, io fingo di non essere precipitata, fingo che quell’annegamento non sia avvenuto. E non è una finzione, ma una riparazione: modifico la realtà, perché non è la realtà ma è un sogno e quindi sono in grado di farlo. Uno psicoanalista mi disse che avevo bisogno di parecchie sedute la settimana.

Ma io intanto mi salvo, quasi ogni notte, salvo me stessa e le persone che amo e che magari nell’alluvione mi sfuggono di mano. Non importa, dico nel sogno, ora sistemo tutto. La mia capacità di intervento si limita ai casi gravi, non alle figuracce che inanello ogni notte, non al disamore che prende tutti quelli che mi stanno intorno. Però intanto mi salvo.

Questa possibilità nel film non c’è. Questa possibilità nella vita non esiste. I ragazzi di Crans Montana, anche quelli che si sono salvati, che sono stati salvati, che a poco a poco torneranno a vivere: è cambiato tutto in un istante, moltiplicato per mille e poi ancora per mille, all’infinito.

Allora questo film, Sirat, che continua a cambiare sentimento e offre perfino una paradossale consolazione, che sembra un incubo ma non lo è, che sembra la realtà ma non lo è: riesce a mostrare che cosa avviene, dentro e fuori, quando la vita cambia in un istante.

Dice: non siete pronti, non lo sarete mai.

Un attimo prima è tutto ok anche se non lo è, non ci sono indizi, c’è un altro scopo, ci sono altri pensieri, altre cose per la testa: la ruota della macchina, la colazione ancora da fare, c’è la nebbia, quello è uno stronzo, quell’altro invece è gentile ma forse per finta, oggi proprio non ce la faccio, voglio restare a letto, ma perché ho mangiato così tanto ieri sera? Nemmeno mi piaceva. E le analisi del sangue, perché non hai ancora fatto le analisi del sangue? Perché lei non mi chiama? Perché sono diventata così scema? O forse lo sono sempre stata? Non siamo pronti, non lo saremo mai, non siamo fatti per concepire l’inferno. E allora perché ci siamo abituati a guardarlo accadere?