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Quanto costa, in Iran, scegliere il coraggio, ancora e ancora

Taraneh Alidoosti vuole che sua figlia sappia che è il tipo di donna che non ha paura di perdere tutto per essere libera. Ha iniziato a recitare a 16 anni e ha fatto venti film in cui le protagoniste sfidano le famiglie, gridano contro gli uomini, fumano. Oggi un documentario racconta la sua storia, che è quella di tutti gli iraniani: la protesta, la cella a Evin, il costo di esporsi, le corse in macchina per riprendersi la vita

Ogni destino, per lungo e complicato che sia, conosce questo momento», scrive Jorge Luis Borges nell’Aleph, il momento in cui una persona si guarda allo specchio e capisce una volta per tutte chi è. Per Taraneh Alidoosti, l’acclamata attrice-icona del cinema iraniano, il momento è arrivato il 9 novembre del 2022, il giorno in cui ha scelto di pubblicare una fotografia con un cartello in mano e i capelli sciolti sulle spalle. Dopo, tanto nel bene quanto nel male, nulla è più stato come prima. Il lavoro, la salute, la vita sociale, nessun ambito della sua esistenza ha conservato la forma che aveva prima di quel giorno, ma nella sua voce non c’è traccia di rimpianto. «Nella mia avventura personale e professionale esistono molti momenti che possono essere considerati dei traguardi, ma so di averli attraversati tutti per arrivare a quel preciso istante», ha detto. L’istante è quello in cui Taraneh Alidoosti scrive Zan, Zendegi, Azadi (Donna, Vita, Libertà) su un foglio di carta e guarda dritto verso l’obiettivo. A questo punto si è già lanciata in macchina per correre alle manifestazioni, ha già visto le ragazze che in nome di Mahsa Amini danzano intorno ai falò e gettano i veli nel fuoco, di notte si è addormentata con gli slogan della rivolta come una musica nelle orecchie, però non le basta, finalmente la vita fuori ha iniziato a somigliare alla vita che pulsa dentro e lei sente che è giunto il momento di levarsi ogni maschera, di dire la verità fino in fondo, costi quel che costi. «C’erano due possibilità – ha spiegato raccontando la genesi del suo momento fatale – la prima: che le nostre istanze venissero accolte, e la seconda: che non lo fossero, ma in entrambi i casi non avrei potuto agire diversamente». Non poter agire diversamente significa seguitare a esporsi anche quando le cose si mettono di male in peggio. Quando partono i lacrimogeni e gli spari. Quando si inizia a morire. «Il silenzio equivale a sostenere l’oppressione e gli oppressori», scrive su Instagram dopo l’esecuzione del giovane manifestante Mohsen Shekari. E subito dopo, non poter agire diversamente significa chiudersi in macchina e cancellare le app vietate dal telefono mentre gli sgherri del regime battono i pugni contro il finestrino e sfondano la portiera, guardare la figlia che è al settimo cielo perché ha preso l’ascensore da sola per la prima volta e sussurrarle «sono colleghi», anche se la bambina non ci crede, perché “i colleghi” la strattonano per un braccio e frugano ovunque in cerca di prove che la condannino, e ciò nonostante, a dispetto di tutto raccomandarsi: «Niente Wednesday di Tim Burton senza di me», e infine seguirli, finire dentro un’automobile bianca, bendata, fino a una cella della prigione di Evin.

A questa storia, all’urgenza di una donna che al culmine del successo è disposta a perdere tutto per affermare un principio, la regista Pegah Ahangarani ha dedicato un documentario, Taraneh, che è uscito il 24 dicembre su Bbc Persian e che nel corso di queste settimane è stato visto e commentato da milioni di iraniani come se parlasse di loro tanto quanto parla di lei.

«Taraneh ha iniziato a recitare quando aveva solo 16 anni – ha spiegato Ahangarani – Ha lavorato con alcuni dei più grandi registi iraniani, è arrivata a Cannes e agli Oscar e il pubblico è cresciuto con lei». Ma l’attenzione con cui è stato accolto questo documentario ha altrettanto a che vedere con la curiosità, perché Alidoosti ha spesso interpretato ruoli di donne complicate, donne piene di slanci e di domande irrisolte e come loro anche in mezzo alle tempeste non si è fatta intimidire, inclusa la volta in cui il leader della preghiera del venerdì l’ha accusata di satanismo per via di un peccaminoso tatuaggio femminista intravisto sotto alla manica di un avambraccio. Era il 2016, l’anno prima che Il Cliente vincesse l’Oscar come miglior film straniero, Asghar Farhadi e il suo cast tornavano da Cannes carichi di riconoscimenti e tanto per cambiare la protagonista femminile della pellicola era sulla bocca di tutti. Promuove l’aborto, è una nemica giurata della famiglia, ci disonora, hanno inveito gli ultraconservatori. «Calmatevi e sì sono una femminista», ha replicato lei con un tweet, soddisfatta che la definizione “femminista” balzasse tutto a un tratto in cima alla classifica delle parole più ricercate del paese, perché si ritiene una femminista da sempre, forse dal giorno in cui a dieci o dodici anni ha scritto: «Io distruggo le tradizioni» sul muro accanto alla scrivania. Ma può darsi che sia stato ancora prima.

Tuttavia, negli ultimi tre anni, questa Taraneh, la Taraneh ironica e battagliera è pressoché scomparsa dalla scena ed era forte l’attesa di rivederla, chi per pura e semplice nostalgia nei confronti del suo enorme talento, chi per immaginarla misurata e vagamente mesta a cospargersi la testa di cenere per rientrare nelle grazie del ministero della Cultura.

I secondi sono subito stati delusi, perché appena compare sul divano con una camicetta nera, i capelli corti e il rossetto rosso sulle labbra è subito chiaro che nonostante la malattia autoimmune che l’ha colpita sei mesi dopo il rilascio da Evin, si tratta della Taraneh d’un tempo, ma ancora più determinata e più franca. «Lascia che ti dica che non reciterò mai più, in nessuna circostanza, con l’hijab», esordisce. «Il nostro cinema, il modo in cui abbiamo sempre lavorato è scomparso». Sono finiti i tempi dei mille cappelli nei film d’epoca, i tempi in cui le ragazze sbadigliano velate al risveglio e nuotano costrette dentro strati e strati di tessuto. Sarebbe ridicolo – dice – avvalorare un’immagine che non ha più alcuna relazione con la società. Perché nel frattempo le donne iraniane, non grazie al regime, ma nonostante il regime, hanno cambiato modo di vestirsi, di camminare, di occupare e abitare lo spazio e non è possibile far finta che non sia successo. «Non ho nessuna paura di non essere più un’attrice, né temo di essere cancellata. Il ministero della Cultura può bandirmi quanto gli pare, nessuno mi toglierà quello che ho fatto. Ho recitato in ottimi film, venti film che camminavano un passo avanti e non indietro alla società». Film in cui la protagonista è una ragazzina che resta incinta e sfida la famiglia per tenere un bambino che nessuno vuole, film in cui le figlie osano gridare ai padri che sbagliano, film in cui una giovane donna chiede una sigaretta a un ragazzo e quando lui le risponde che non gli piacciono le donne che fumano, se ne accende una da sola.

Motivo per cui quando la fermano nei caffè per chiederle una foto, Taraneh si sente perfettamente a suo agio con la fama che ha raggiunto e le scelte che ha compiuto e le fa piacere che qualcuno le rivolga un complimento davanti alla figlia, che Hana sappia che sua madre è il genere di donna che non ha avuto paura di perdere tutto per essere libera.

«Taraneh Alidoosti dimostra che scegliere il coraggio ha un costo», ha commentato un ragazzo su X, nei giorni in cui il coraggio in Iran si è ripreso le piazze. «Un documentario profetico», ha commentato un altro. E l’aspetto più dirompente della rivoluzione sociale e antropologica che sta attraversando l’Iran è proprio questo, la sensazione palpabile che un numero crescente di persone non sia più disposto a sopportare il peso del silenzio, che all’improvviso il costo del coraggio stia diventando più leggero da sopportare rispetto al costo psicologico dell’inazione. Si tratta di un tipo di cambiamento difficile da descrivere a parole, perché si esprime in una moltitudine di fatti banali e che però tutti insieme costruiscono un ordine morale alternativo a quello del regime. Appartamenti che si aprono per dare riparo a chi scappa. Piccoli imprenditori che incoraggiano i dipendenti a manifestare, ristoranti che offrono pasti gratis ai “rivoltosi”.

Quando Ahangarani le ha proposto il documentario, Taraneh ha acconsentito di getto. Le immagini sono state girate in segreto da una squadra molto ristretta. Ahangarani l’ha diretta da remoto e Taraneh non ha mai posto condizioni. C’è un momento, poco prima della fine, in cui la filmano dentro a una piscina. Indossa un costume intero, solo quello, nessun’altra copertura supplementare. Sorride dentro a questa piscina, la tensione si scioglie e scompare. Sembra davvero di rivedere la Taraneh ragazzina dei primi film.

«Non ho mai pensato che le cose sarebbero arrivate a questo punto. Ma ho scelto tutto, anche di parlare in questo momento. Non mi nascondo. Succeda quel che deve succedere».

Tatiana Boutourline (Firenze, 1975), giornalista e scrittrice. La sua famiglia non ha più potuto tornare in Iran dal 1978. Ha studiato a Oxford, oggi vive e scrive in Italia. Racconta l’Iran sul Foglio dai primi anni Duemila.