Alcuni mesi fa il Salone del Libro di Torino ha presentato il progetto annuale di lettura condivisa per i ragazzi delle scuole. Dopo La peste di Albert Camus, L’isola di Arturo di Elsa Morante, Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi, Cime tempestose di Emily Brontë, Il corpo di Stephen King, per il 2026 era stato scelto il libro di Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran. Una bella idea, divenuta adesso, dopo le recenti rivolte e la repressione di inaudita ferocia da parte del regime degli ayatollah, la migliore delle idee possibili. Sono tornata a rileggerlo, trovandoci, come sempre, passione e serietà, competenza e un’inscalfibile volontà di stare nella bellezza.
E un modo di interpretare la letteratura, e l’arte in generale, che oggi si tende a snobbare. Preferiamo pensare che impegno significhi ripudiare l’invenzione, mettere al bando l’ambiguità, adottare solo ciò che porta con sé un passato di abuso, sfruttamento, emarginazione. Ma l’arte è una faccenda un po’ più complicata e per fortuna scrittori come Azar Nafisi ce lo ricordano senza esitazione. Lolita di Nabokov non è un romanzo immenso nonostante il suo protagonista, Humbert Humbert, sia un disgustoso pedofilo stupratore. È un romanzo immenso perché il suo protagonista è quell’uomo orribile, e nella sua parabola – dalla quale Nabokov, in quanto scrittore gigantesco, non può prendere le distanze –, possiamo capire e persino sentire cos’è un uomo orribile. Un uomo che non sa vedere chi ha davanti, proprio come tutti gli autocrati, scrive Nafisi, che tiene il suo laboratorio di scrittura nel salotto di casa proprio perché gente così pretende di imporre la propria legge morale. Gli stessi che in questi giorni sparano contro ragazze e ragazzi che manifestano per strada. Leggetelo, rileggetelo, abbiatene cura come di una lucina che impedisce al mondo di finire completamente al buio. Ho poi una scoperta e una conferma, da condividere con voi. La scoperta si chiama Lynne Ramsay. È una regista scozzese, già autrice di un film importante …E ora parliamo di Kevin, con Tilda Swinton, che racconta di una madre poco raccomandabile il cui figlio, Kevin, un giorno uccide il padre, la sorellina e poi fa una strage nella sua scuola. Di un altro film intitolato A beautiful day, altrettanto disperato e bellissimo, con un superbo Joaquin Phoenix che di mestiere fa quello che viene pagato per salvare le ragazzine rapite ed evitare che vengano usate come prostitute. È uscito adesso, di Lynne Ramsay, un film spettacolare e perturbante: Die my love con una Jennifer Lawrence devastata da una crisi post partum senza precedenti. Un film pieno di idee, immagini, disperazione e vitalità. Che entra nella testa di una donna, nel carosello ormonale che la sbatacchia, con una verità e una pietas di rara efficacia. Confermo invece il mio giudizio su Veronica Raimo, scrittrice da me molto amata, grazie al suo ultimo romanzo, Non scrivere di me (Einaudi). Storia di un’ossessione, di una passione malatissima di una giovane donna per un attore/cantante americano, divenuto molto celebre con un primo film e poi attorcigliato nel rancore per i mancati riconoscimenti. Raimo scrive benissimo, e se questa frase sembra scema la spiego meglio: non un aggettivo in più, non una frase che non serva a spostare più avanti il romanzo, tutto sorprendente dall’inizio alla fine. Non si riesce a saltare un passaggio, perché in ogni riga c’è qualcosa di utile e favoloso. Questo amore tutto sbagliato finisce male, malissimo, ma non il libro. Che chiude con un abbraccio sbilenco, quello di cui tutte noi abbiamo bisogno.