Ogni mattina Shirin accende la televisione e aspetta le previsioni del tempo con le braccia conserte. «Sono solo gli ultimi soffi d’inverno», le dice il marito, e intanto scuote la testa, perché fra tutte le cose al di fuori del loro controllo, il tempo è francamente la meno importante. Shirin a quel punto allunga le dita fuori dalla finestra e si agita ancora di più. «Non è giusto questo freddo, Nowruz è dietro l’angolo». Lo ripete come se il marito possedesse un interruttore in grado di scaldarli e lo tenesse in tasca per dispetto, lo ripete come se il problema fosse il tempo. E subito dopo solleva il panno umido con cui ha ricoperto le lenticchie che non vogliono saperne di germinare.
«È ancora presto», dice il marito, ma Shirin non ci crede, muove l’indice da destra a sinistra e sussurra: «Sarà il Nowruz (il Capodanno) peggiore di sempre».
La sera, quando non piove, prima che il buio avvolga la città raggiungono i vicini sul tetto. Ognuno porta qualcosa, chi il thermos, chi i pistacchi, chi le more di gelso, oppure i cuscini. Non cenano come fanno nelle sere d’estate, si stringono nelle giacche, guardano il cielo, parlano di vpn che non funzionano, si scambiano informazioni sui negozi aperti e su quelli chiusi, di tanto in tanto spiluccano e nel frattempo cercano tutti di capire dove stanno cadendo le bombe.
La dirimpettaia ha una figlia piccola e Shirin pensa che sia fortunata, quando il cielo si squarcia può dirle «che fulmine!», quando s’incendia mormorare «Hollywuud!», proprio come se avessero davanti uno spettacolo di realtà aumentata solo per loro. Con suo figlio non funziona, è troppo grande. Vuole sapere dove salteranno sopra ai fuochi di Chaharshanbe Suri, se sarà a casa della nonna che ha un giardino, o al parco con i compagni di classe. Non è Nowruz se non ti scrolli di dosso la cattiva sorte dentro al fuoco, se hai troppa paura dei bassiji per pensare ai picnic, se hai dimenticato di comprare il pesce rosso, se fluttui in un limbo in cui la paura delle bombe si mischia alla paura che il mondo si dimentichi di te.
Eppure, anche in questi momenti, può succedere che dal niente una speranza pretenda di essere ascoltata, magari è una persona che nel blackout attraversa Teheran e rischia un posto di blocco solo per trasmettere un messaggio che arriva dall’altro capo del mondo, o magari si tratta di una storia iraniana esemplare come quella di Sara Shahverdi, la protagonista del documentario candidato all’Oscar Cutting Through Rocks.
In un lembo di Iran nordoccidentale, dentro a un villaggio sperduto a maggioranza azera, Sara Shahverdi è una donna diversa da tutte le altre. È divorziata, ha lavorato per anni come ostetrica, da quando ha compiuto 16 anni aiuta la madre vedova a mantenere la famiglia e sfreccia sulle strade sterrate, tra i campi e i muretti a secco, in sella a una moto. In questa provincia la conoscono in tanti, per via della famosa motocicletta e perché ha l’abitudine di dire quello che pensa fino al punto di diventare urticante. Quando la incontriamo, all’inizio del documentario, sta perorando la causa delle sorelle contro i fratelli che tentano di privarle di un’eredità. «Sara si è ribellata – dicono quando Shahverdi riesce a farsi consegnare il documento che sono state costrette a firmare e lo strappa – è un colpo di stato». E di colpi di stato Shahverdi seguiterà a farne scoppiare parecchi. Il primo quando si candida alle elezioni per il Consiglio comunale e gli anziani si mettono di traverso. «Non ci fidiamo di te – l’avvertono – in trecento villaggi hai mai visto una donna che viene eletta?». Ma lei se ne infischia di uomini che «non sono più saggi semplicemente perché sono più vecchi» e, intanto, la sua campagna elettorale prende il volo. La sostengono molte giovani donne e altrettanti giovani uomini che al suo passaggio si sporgono dai finestrini abbassati per dirle: «Zia, voteremo per te!». Tra di loro una buona parte dei quattrocento bambini che ha aiutato a venire al mondo. E pazienza se nel frattempo i suoi fratelli non ci credono. «Le cose che secondo voi sono impossibili non lo sono», insiste con una fiducia incrollabile, una fiducia profetica, perché alla fine non solo vince, ma stravince. «Il villaggio appartiene alle generazioni future», annuncia dopo il trionfo. Ma se qualcuno si illude che le basti assaporare l’ebbrezza della conquista per ritirarsi in buon ordine si sbaglia, Shahverdi ha appena cominciato, vuole dimostrare che esiste un modo diverso, più energico, più tenace, di affrontare le cose. Come ha promesso durante la campagna elettorale, fa scavare le condutture per portare il gas in tutte le case e nel frattempo sfrutta l’occasione per convincere i mariti a condividere la proprietà dei loro immobili con le mogli. «Non si fa», protestano gli uomini. «Non voglio creare problemi», abbassano gli occhi le mogli. Ma Shahverdi insiste fino alla sfinimento e alla decima tazza di tè finisce che molti si arrendono.
«Dopo una serie di femmine mio padre sperava in un maschio, poi sono nata io». Nella foto che li ritrae insieme, siedono entrambi a cavalcioni su una moto, un padre sorridente e una figlia dall’aria felice. «Mi ha sempre portato in luoghi in cui alle bambine non era permesso di andare. Mi ha consentito di scegliere i miei vestiti, mi ha insegnato a piantare un albero e a guidare una moto». Ed è questa stessa libertà che Sara Shahverdi sogna per le ragazzine a cui va a parlare nelle scuole, ragazzine che, a 12 anni, sono già promesse spose, perché è tradizione e presto smetteranno di studiare. «Siete così intelligenti, dovete puntare in alto. Diventare medici, insegnanti, ingegneri. Siete pronte?». Le studentesse annuiscono, un po’ divertite e un po’ affascinate, anche se non sono affatto sicure che i genitori approvino, anche se pensano che la consigliera sia un’eccezione.
«Non posso cambiare le cose da sola. Dobbiamo volerlo insieme», insiste Shahverdi. Alla fine della lezione firmano tutte un foglio in cui promettono che non si sposeranno prima di finire gli studi. E un gruppo più ristretto accetta l’offerta di imparare a guidare la moto. Sono i momenti più esaltanti del documentario, quelli in cui gli occhi di Shahverdi si accendono di orgoglio e di commozione, quelli in cui le ragazze attraversano i paesaggi di sempre e tutto a un tratto si accorgono che sono bellissimi. Ma non tutto fila liscio. Un uomo picchia una giovane, perché andare in moto è disdicevole. C’è pure un detto, si giustifica: «Alle femmine vanno fornite le scarpe, ma non le strade da attraversare».
Arriverà anche il turno in cui colpiranno Shahverdi. La notizia arriva mentre sta guidando, le hanno già perquisito la casa, la stanno convocando in tribunale. Non si spiegano perché abbia divorziato, questo è il problema, e neppure perché non si vesta e non parli in modo più femminile, perché riceva in casa tante donne e si impicci di fatti che non la riguardano. E non solo non lo capiscono, ma non lo capiscono al punto da chiedersi se sia davvero una donna. Una che non si comporta come tale, in fondo, potrebbe benissimo non esserlo. Bisogna che si sottoponga a delle analisi, bisogna che la visiti un medico, bisogna addirittura decidere se è opportuno procedere con un cambio di genere. Per la prima volta, davanti all’ingiustizia e all’umiliazione l’ottimismo di Shahverdi s’incrina. Negli otto anni in cui la telecamera la segue, gli anziani del villaggio seguitano a metterle i bastoni tra le ruote e molte delle ragazze che ha cercato di salvare si sono sposate. Non tutte però, un gruppetto continua a studiare e a sfrecciare insieme sull’altopiano. «Volevo dei cambiamenti grandi. Ora so che occorre essere pazienti, che anche un piccolo passo può essere importante, che la vita è come una montagna fatta di roccia in cui a forza di scavare si può aprire una strada». I registi Mohammadreza Eyni e Sara Khaki hanno raccontato che all’inizio l’idea alla base di Cutting Through Rocks era semplicemente quella di raccontare l’esperienza di una donna che vince un’elezione, solo dopo osservandola hanno capito che il cuore della storia doveva essere un altro, interrogarsi sulla natura della leadership che Shahverdi avrebbe esercitato e la risposta è stata un modello di potere che ha cercato di elevare una comunità intera.
L’aspetto incoraggiante, in tempi che di incoraggiante offrono poco, è che in Iran esistono altri esempi virtuosi accanto a quello di Sara Shahverdi. L’analista e scrittore Kian Tajbakhsh, che al funzionamento dei consigli municipali ha dedicato un libro intitolato Creating Local Democracy in Iran, mi ha raccontato il suo incontro con un’altra consigliera, Zeenat Daryaee, in un villaggio, sull’isola di Qeshm. In questo caso siamo nel 2003 e in una società in cui le donne sposate non dovrebbero mai comparire in pubblico senza la borgha, la maschera tradizionale in uso a Qeshm, Zeenat Daryaee gira a volto scoperto e studia per diventare un’operatrice sanitaria, come Sara Shahverdi ha avuto un padre illuminato e come lei sbanca le elezioni quando si candida al consiglio comunale.
«L’Iran è più predisposto alla democrazia di quanto si possa pensare – ha detto Tajbakhsh – Le mie ricerche mostrano un’architettura istituzionale che in prospettiva potrebbe trasformarsi nella spina dorsale di un nuovo ordine post islamista». Creati nel 1999 per arginare un’ondata di malcontento e legittimare il sistema, i consigli comunali si sono trasformati in un formidabile strumento di partecipazione. Il successo dell’esperimento ha fatto sì che il regime ne annacquasse la sostanza democratica, ma queste istituzioni non sono comunque mai state smantellate. «Il risultato – ha spiegato Tajbakhsh – è una serie di strutture a doppio uso, create per servire uno stato autoritario e tuttavia perfettamente in grado di sostenere una transizione democratica».
Un governo post islamista potrebbe da un lato usufruire di un sistema integrato che lega ministeri, amministratori provinciali e autorità municipali e dall’altro puntare a riattivare il network dormiente già presente in migliaia di città e villaggi. Si tratta di un’ossatura che secondo Tajbakhsh potrebbe distinguere nettamente l’Iran da altri esempi di transizioni post autoritarie come per esempio l’Iraq. Non possiamo aspettarci che un’evoluzione di questo genere si svolga in modo regolare e indolore e neppure che sia necessariamente democratica – ha spiegato Tajbakhsh – ciò detto il pessimismo non deve impedirci di vedere che, in Iran, le fondamenta sono già state gettate, e quando arriverà il momento, il futuro democratico del paese non sarà determinato solo dalle élite nella capitale, eserciteranno un ruolo anche gli amministratori (e le amministratrici) che hanno gestito le istituzioni locali e si sono impegnati, nonostante tutto, per farle funzionare. Potrebbe essere questa un giorno la differenza tra caos e opportunità. L’esistenza di donne come Sara Shahverdi e Zeenat Daryaee.