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Storia di Luca, il primo della classe

A scuola succede spesso così: superata la burocrazia, lette le carte, rispettate le leggi, appare il fondo della questione, appare la vita. Come nel caso di Luca, poco più che un bambino, inquadrato in profili clinici, diagnosticato, che torna a casa la sera e vigila suo padre malato. L’insufficienza degli schemi precostituiti e la normalità di cui abbiamo bisogno, in classe e ovunque

La mia storia con Luca (nome di fantasia) comincia in una classe di scuola media che profuma di varechina. Sono i primi giorni di settembre e i corridoi vuoti accolgono noi insegnanti di ritorno dalle vacanze. L’estate ancora addosso, vestiti a maniche corte, scarpe aperte che sanno di caldo e di un desiderio ancora vivo di vacanza. Ci si racconta, mentre si prende posto nel Consiglio di classe convocato per parlare dei nuovi alunni che incominceranno a frequentare la scuola. Tra questi c’è Luca. Ha il sostegno per un disturbo del comportamento, forse un lieve ritardo non diagnosticato. Partono gli acronimi, Adhd, Bes, qualcuno sbuffa, altri raddrizzano un ventilatore abbandonato da giugno. Nulla di nuovo, finché un particolare ci destabilizza mentre siamo impegnati ad appuntare, annoiati, le informazioni che dovremo poi riportare in paginate di documenti. «La Sla», ci pare di sentire. Recuperiamo l’attenzione perduta come uno studente richiamato da una dura parola di rimprovero. Abbiamo sentito bene. Il padre di Luca ha da qualche anno la Sla. La situazione è grave, la malattia corre veloce e sta travolgendo una vita familiare già complessa.

Succede spesso così a scuola. Superata la burocrazia, lette le carte, rispettate le leggi, appare il fondo della questione, quello che non puoi derubricare con un codice di riferimento. La vita di un ragazzo di undici anni – poco più che un bambino, analizzato da medici, inquadrato in profili e consegnato alla scuola – ha pieghe dolorose come le piaghe di un ammalato ormai costretto alla carrozzina, un buco in gola per respirare e il silenzio di occhi neri per comunicare.

Solo pochi anni prima il papà di Luca si muoveva dietro i fornelli di un chiosco all’interno di un mercato romano. Nelle periferie trovi un’umanità verace: gli odori di porchetta si confondono con i prodotti tipici; nell’aria, le voci richiamano le donne col carrello della spesa; le ricette vengono dispensate durante l’acquisto. Il padre di Luca lo gestisce con sacrificio e passione. Il lavoro è duro, spesso rientra tardi, quando ormai suo figlio dorme. Per vedersi, l’appuntamento è al mattino: nel tragitto in macchina ci si racconta in fretta, tra gli sbadigli di chi ha dormito troppo e di chi invece troppo poco. I libri dimenticati a casa e ormai irrecuperabili, le solite raccomandazioni, un bacio veloce mentre i clacson delle auto reclamano spazio tra vie intasate. Sarà una padella caduta – inspiegabilmente – a destare qualche sospetto: un cuoco con grande esperienza che sbaglia “le spadellate”. Si pensa alla stanchezza. Poi un braccio più debole del solito, fino alla diagnosi e alla vita che cambia irrimediabilmente.

I primi giorni di scuola, Luca è disponibile, si racconta con quel fare un po’ interrogativo che hanno i ragazzi in prima media. Sono ancora bambini, ma iniziano a sentirsi grandi. Ci sono quelli di terza da guardare, e forse da conquistare. I racconti estivi, i primi scritti, striminziti e un po’ sgrammaticati, descrivono una famiglia come tante: una sorta di album fatto di fotografie a colori, dove non sembrano esserci ombre. Con il passare dei giorni, gli alunni catalogano i professori: il più severo, l’antipatico, il simpatico. Anche i professori fanno, in fondo, lo stesso con i ragazzi. Luca è tra quelli che si distraggono facilmente, soprattutto a fine giornata, quando fame e stanchezza diventano una miscela esplosiva. I prof. inventano lezioni di gruppo – il cooperative learning, lo chiamano gli esperti – e poi dialoghi in classe, tornei di palla rilanciata, ripassi di tabelline. Tentativi di favorire legami positivi che i ragazzi rinsaldano a modo loro: scambiandosi pezzi di merenda con le mani sporche di pennarello; giocando a far ruotare una bottiglia con un po’ d’acqua; litigando, con serietà assoluta, per la Lazio o per la Roma. Luca vive e cerca la normalità di un undicenne. La sua è fatta di grande autogestione e disordine: compiti non fatti o fatti male, materiale incompleto, e gli insegnanti che cercano di affiancarlo con pazienza, mentre alcuni genitori lo invitano a casa per studiare con i figli, poi la merenda e, a volte, anche una cena veloce.

Arrivano presto le ottobrate romane, quel momento in cui l’estate cerca di resistere all’autunno ormai avviato ed entra tra le finestre delle classi. Luca si rivela sempre più un alunno complesso che mette in crisi noi insegnanti. Ci si interroga in incontri ufficiali o in scambi di opinioni nei corridoi. La scuola cerca di fare il meglio ma non esiste una strategia adeguata e risolutiva. I giorni passano, a un certo punto i raggi del sole illuminano il banco vuoto di Luca che spesso si assenta, poi ritorna a scuola ma senza compiti e con un solo quaderno per tutte le materie. Arrivano i colloqui. È in uno di questi che la sua vita sfonda qualsiasi misura, svela il mistero dell’altro, abbatte la presunzione di avere tra le mani tutti gli elementi per leggere il cammino che un ragazzino di undici anni sta facendo. Più che un cammino è una Via Crucis con stazioni notturne che si ripetono uguali ogni sera. La mamma di Luca continua il lavoro del marito al chiosco e spesso fa tardi. Prepara la cena per il figlio, le ultime raccomandazioni, i cellulari sempre ben in vista e va via. Iniziano così ore di assoluto silenzio. Il papà in un angolo. Luca di fronte. La tv che fa da colonna sonora. Il papà in silenzio, Luca di fronte. Tra qualche ora arriverà un badante a mettere l’ammalato a letto. Intanto c’è Luca, il ragazzino con il sostegno, che diventa padre di suo padre. È un’esperienza che a un certo punto capita a ogni figlio. A Luca è toccata prima di tutti. Almeno in questo è il primo della classe. Tra un compito e l’altro, asciuga il viso del papà quando scorge una lacrima che faticosamente si affaccia sull’occhio scuro. Gli bagna le labbra, lo osserva per capire se qualcosa non va e bisogna allertare la mamma o qualche vicino di casa. Poi arriva il momento di mettersi a letto. Il badante gestisce con cura quest’ultimo scampolo di giornata. Se c’è la mamma, Luca ritorna nella sua camera altrimenti si mette al fianco del papà nel letto matrimoniale. Luca scorre ancora un po’ il cellulare, la mamma dovrebbe arrivare a momenti. Si addormenta e il mattino seguente si ritrova nella sua stanza.

Queste sono le notti di un alunno che la mattina ritrovo di fronte a me, tra i banchi. Arriva puntualmente in ritardo, entra affannato e io sono rapito dalle immagini e dalle domande. Come starà? Come sarà andata questa notte? Rispetto i suoi tempi, osservo il suo sguardo perdersi nel vuoto, mentre lo zaino rimane chiuso e sul banco giace un quaderno a caso, il primo che ha trovato. Ho paura di fare male, di dire troppo o troppo poco. Ci sono cose che non puoi imparare sui libri, nei tirocini ma solo vivendole e Luca è un bambino da vivere, da guardare, da abbracciare. È un bambino che ha bisogno di normalità, di essere interrogato, rimproverato, lodato. Per lui non valgono schemi precostituiti. In realtà, è così per tutti, è così per me, ed è così anche ora che il papà di Luca non c’è più. In chiesa, ai primi banchi c’era tutta la sua classe, c’erano gli ex compagni delle elementari, i professori, il Dirigente scolastico. Tanti amici del papà, alcuni sulla sedia a rotelle di fronte a un destino che sarà anche il loro. Mentre il prete cercava parole sensate per esprimere l’insensato, mamma e figlio piangevano discretamente. Luca, dentro un cappotto, quasi un mantello di Madonna in un quadro di Piero della Francesca, era abbrancato al corpo di sua madre che lo stringeva.

Ecco che il rito termina con le ultime invocazioni, il fumo d’incenso aumenta le lacrime, un applauso cerca di esorcizzare il vuoto; i saluti, i ragazzini che schiamazzano e circondano l’amico. Poi dritti in strada, rincorrendosi affamati di vita e di cibo. Dalle tasche spuntano come d’incanto merendine, panini carichi di salame, pizze bianche e rosse. Mangiano voracemente, scambiandosi il cibo. Dolce e salato si mischiano come il dolore e la forza della vita che s’impone in questi casi. Gli adulti sono silenziosi. Guardo Luca un’altra volta, poi mi dirigo verso la scuola. Con la coda dell’occhio, vedo il corteo funebre muoversi in una direzione e la fila di ragazzini e genitori in un’altra. Ho il tempo per fare due passi. Il suono delle foglie morte sotto i piedi mi ricorda la musica francese, la sua eleganza, la sinuosità del fraseggio. Il mio respiro è via via più regolare. Provo a rimettere ordine tra i pensieri. Che cosa accadrà ora? Chissà come reagirà Luca. Il mio cervello accelera ancora, come il respiro e il passo. Arrivo a scuola. Mentre la bidella grida un «professo’, mò le apro er cancello» – aggiungendo un contrappunto bestiale alla musica che risuona ancora nella mia mente – vedo una macchina accostarsi. Luca scende e corre dentro la scuola dicendomi un «ciao prof». Ho appena il tempo di sbiascicare «buongiorno». Luca vuole stare a scuola con gli amici, anche solo un paio d’ore. Il suono della campana mi ricorda che anche per me è tempo di andare in classe.

Mario Leone (Gravina in Puglia, 1981) Musicologo, pianista, direttore di coro e didatta. Insegna, scrive e corre. Divoratore seriale di musica.