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Il vero barbaro tra i Windsor è Fergie la rossa

La grande insabbiata reale è la Duchessa di York, che ha portato le macchie di unto sullo stemma con le sue schifezze e le sue carriere bassamente commerciali dagli anni Novanta fino all’altro ieri, con quel suo spuntare ovunque negli Epstein files, che già hanno abbattuto l’ex marito. «La ventata d’aria fresca» che doveva fare l’anti Diana è diventata il problema perfetto, da sotterrarsi

Si vede proprio che abbiamo preso un’altra accelerata generazionale, perché parli di reali inglesi e ti sembra di parlare di fossili. Sono cambiati i giornali, sono cambiate le curiosità – anzi a dirla meglio sono cambiati i gusti delle brioche del popolo, ognuno vuole scegliere la sua e la luisona reale, cioè la pastarella vecchia in vetrina a Londra da troppo tempo, non la chiede quasi più nessuno. È anche successo, negli ultimi vent’anni, che con i social si sia moltiplicato il volume del pettegolezzo di varie grandezze e quindi adesso l’interesse è frammentato e fatto a pezzi piccolissimi. E non c’è posto per tutti nell’attenzione che ci è rimasta. Diana oggi non sarebbe più così tanto Diana? Forse. Perciò mi sono chiesta: parlandone da vivi, chi è il più darwiniano, di quella famiglia Windsor? Chi è tra loro il vero barbaro, la persona capace di stare in quest’epoca e farla fruttare spietatamente al meglio, incurante e ignifuga, e in spregio a qualsiasi tradizione? Non è certo Kate Middleton ora Catherine Her Royal Highness che veste abiti di fascia media e sceglie borsette di prezzo relativamente basso per significare “sono più o meno una di voi”. Adesso poi indossa certi tailleur talmente mesti che ti fanno cambiare canale. La grazia gentile che ha nel sorriso. Quella dignità meravigliosa e quel contegno nel non esprimersi mai se non sobriamente, quell’entusiasmo a ogni inaugurazione di scuola materna ne fanno l’erede sensata di Elisabetta. È perfetta, Kate, e perfetta anche a farsi voler bene da tutti. Ma se parliamo di stare nell’adesso, nel tempo terremotato contemporaneo, di chi è lo scettro di persona-dei-Windsor che davvero finisce per assomigliare a noi, ai degradi sistemici gravi e a volte buffi dello stare insieme che chiamiamo società? Non è nemmeno Camilla, che si è ben allineata e figura egregia con l’intelligente Carlo. Non sono Harry e Meghan che sono stati furfanti ma mai così tanto e fino in fondo, nessuno scandalo aperto come si fa con gli scandali, la loro è volgarità ben attrezzata e con perimetro transennato, volevano solo sfilarsi e tenere il negozio di marmellate online più qualche serie tv per il sostentamento in California. Sono, in una sola parola, sopportabili. Ancora obbediscono alle regole dell’invisibilità.

Chi vorrebbero davvero su un altro pianeta è lei, la grande insabbiata reale, la Meghan molto più Meghan della Markle, Sarah Ferguson. Lei sì che ha portato le vere macchie di unto sullo stemma. Un’evoluzione di schifezze e carriere bassamente commerciali dagli anni Novanta fino all’altro ieri che ne hanno fatto il problema perfetto. Per un confronto: Kate Middleton ha dovuto superare il trauma del nomignolo Waity Katie. Diana le invasioni nel privato, i sospetti di bulimia, le accuse di infelicità: ma come, principessa, perché sei sempre triste? Le corna di Carlo? E che sarà mai. Sarah senza troppe storie si prendeva epiteti come Duchessa di Pork e campava benissimo lo stesso.

Il matrimonio

Sarah Margaret Ferguson, Fergie come veniva chiamata, incontra il numero due del reame (ma preferito della madre) principe Andrea quando ha ventisei anni. Una ragazza che mette allegria, con quel testone di capelli crespi e rossi, è ciarliera, ride sempre con tutti i denti. Proprio Diana – sono cugine di quarto grado – li presenta. Anzi li fa sedere accanto al pranzo organizzato durante il fine settimana di Ascot della Regina.

Lì Fergie era appena stata lasciata da un ricco divorziato di venticinque anni più grande di lei. La stampa, che cominciava a stancarsi dell’onnipresenza dianesca, accolse la ragazza di campagna come «una ventata d’aria fresca», racconta Tina Brown nei Palace Papers. La regina, poi, era sollevatissima dal fatto che almeno questa nuora sapesse parlare con entusiasmo autentico di cavalli, cani e campagna. «Diana viene meglio nelle foto», commentò il Washington Post, «ma Fergie è più divertente».

Diana, la grande calcolatrice, aveva previsto tutto. Ci sperava, in una sottrazione di riflettori. Serviva una ragazza meno bella e più rumorosa, la cosa migliore che può capitare nella vita delle superstar al vertice è la concorrenza gestibile. «Fergie alleggerisce il carico», disse proprio al suo amico ballerino Wayne Sleep. E poi le due erano amiche. Ai bei tempi perfino spensierate: si imbucarono vestite da poliziotte alla festa di addio al celibato di Andrea. Alla fine si sposarono all’Abbazia di Westminster – Duca e Duchessa di York – davanti a un pubblico di cinquecento milioni di persone.

Andrea e Sarah erano un bell’assortimento, erano già accomunati dai traumi. Esattamente come era successo a Diana, pure la madre di Sarah aveva lasciato tutto per un nuovo amore, un giocatore di polo sudamericano, era partita con lui per l’Argentina. Il motivo però era stato il marito: a Londra lo conoscevano bene, un eccellentissimo porco che alla fine fu ripreso dai fotografi in un salone di massaggi erotici, nell’88, dopodiché licenziato in tronco e reciso dai rami reali.

«Il fatto che sua madre abbia lasciato Fergie ebbe su di lei un effetto enorme», raccontò a Tina Brown nel 2006 Kate Waddington, una delle più strette amiche di Fergie. «Ha davvero determinato com’è: la sua insicurezza. Ancora oggi, se ti telefona e tu non richiami, sprofonda nell’ansia, chiedendosi che cosa abbia fatto di sbagliato». Anche Susan Barrantes, la madre di Fergie, morì in un incidente d’auto nel settembre 1998. Scontro frontale su una strada provinciale argentina.

Sarah poteva solo sistemare il suo personaggio e organizzare per contrasto una carriera da anti Diana. Una così non poteva certo pigolare per l’infedeltà. Le pesava la mosceria della vita nei palazzi, quello sì. Andrea era a casa solo quaranta giorni all’anno nei primi cinque anni di matrimonio. Il principe Filippo si rifiutò di permetterle di raggiungere il marito a Portsmouth con la motivazione che sarebbe stata una distrazione eccessiva.

E quando tornava tanto normale non era, Andrea. È dappertutto la storia del suo letto coperto da cinquanta orsacchiotti di peluche che le cameriere dovevano sistemare esattamente nel punto stabilito da lui o usciva pazzo. Lee, moglie dell’ex ambasciatore statunitense nel Regno Unito Walter Annenberg, rimase sconvolta quando Andrea fece una visita privata nel 1993 a Sunnylands, la loro tenuta di Palm Springs, in California, e il Duca si rinchiuse nella sua camera da letto per due giorni, a quanto pare guardando pornografia. Si separarono, e Sarah l’estate del 1992, a Saint-Tropez, regalò al mondo la foto del signore texano che le succhiava l’alluce. La poveracrista, quando uscirono le foto, si trovava pure a Balmoral con le due figlie. La regina le disse di fare le valigie e andarsene. «La rossa è nei guai», mandò Diana via cercapersone a Richard Kay del Daily Mail. Il principe Filippo non rivolse mai più la parola a Fergie. Se lei entrava in una stanza, lui usciva.

L’America

Siccome soldi non ne aveva mai avuti, Andrea pare fosse un notorio taccagno, Sarah divenne con la separazione una Duchessa Olandese Volante. La sua politica commerciale era votata al principio del: piglio tutto. Andò in America. Firmò per apparizioni tv, per un contratto con le porcellane Wedgwood che le richiedeva di visitare, in dodici mesi, quaranta o cinquanta centri commerciali americani di fascia media, dove era incaricata di promuovere i servizi da tavola. Accettò pure un lavoro come testimonial di Weight Watchers negli Stati Uniti, la dieta che era l’Ozempic di quei tempi, per due milioni di dollari l’anno. Fu la sua iniziativa che incassò meglio e così la principessa riuscì a pagare tutti i debiti.

Nel 2006 però investì 700 mila sterline che aveva risparmiato in Hartmoor, un marchio di lifestyle con uffici su Madison Avenue. Doveva essere una società ombrello per le sue attività, ma nel 2008 Weight Watchers la scaricò, e Hartmoor crollò per cattiva gestione e spese eccessive. Si mise di nuovo nei guai. Soldi, soldi, soldi. Nel maggio 2010 cadde nella trappola tesa dal reporter sotto copertura del News of the World, Mazher Mahmood, che si fingeva un uomo d’affari intenzionato a comprare l’accesso al principe Andrea. Riuscì a registrare Fergie mentre prometteva un contatto con l’ex marito per 500 mila sterline. Disse di trasferire il denaro sul suo conto Hsbc, assicurandogli: «Posso aprire qualunque porta tu voglia, e lo farò per te. Prenditi cura di me e lui si prenderà cura di te… Ti tornerà indietro dieci volte tanto».

Abbastanza? Macché. Qui siamo di fronte a qualcuno che non ha paura di scendere a toccare il fondo, una strappatrice intrepida di araldi. L’ultimo capitolo è dell’altro ieri. Il dipartimento di Giustizia americano ha pubblicato il 30 gennaio 2026 oltre tre milioni di nuove pagine relative ai file Epstein. Sarah compare spesso, dentro la discarica (nemmeno tanto archeologica) del potere occidentale.

Il colpo di grazia è arrivato con la lettera del deputato democratico statunitense Suhas Subramanyam, membro della House Oversight Committee, che ha chiesto a Ferguson di collaborare con l’indagine congressuale su Epstein, i complici e i suoi facilitatori. La richiesta riguarda quelli che Subramanyam definisce “legami sociali e commerciali” con Epstein e l’eventuale conoscenza dei rapporti tra Epstein e Andrea Mountbatten-Windsor. La lettera cita anche email attribuite a Sarah, nelle quali Epstein viene descritto come “a legend” dopo la sua condanna del 2008, e compare la frase «I am at your service. Just marry me». Più imprudente di così sarebbe stato possibile? Certo. Sarah allude, in una della mail, a un weekend di sesso della figlia. Ce ne sarebbe abbastanza per volersi sotterrare, ma ancora deve venire la parte migliore. Al centro di uno schifìo inenarrabile, mentre tutte le associazioni di volontariato e le charity mandano annunci ufficiali di depennamenti, stralci e cancellature dagli albi e il City of York Council vota all’unanimità la rimozione della Freedom of the City of York, Sarah senza cautele di privacy (i.e. senza preoccuparsi di fare tutto in grande incognito) parte per la Svizzera e si chiude in un retreat da tredicimila sterline al giorno. Non dice nemmeno una parola, non uno straccio di comunicato.

Qui è dove per ora finisce la storia di Sarah Ferguson. Che è una tremenda metafora, intanto. Perché contiene la grande tradizione british: il never complain never explain di Elisabetta, che purtroppo s’allinea troppo bene all’ultima evoluzione di questo tempo sbandato, non c’è più nessun principio di gravità esistente al mondo, la vergogna ha cambiato inchiostro, è passeggera e non prevede più abiti a lutto, non esiste niente di tanto irrimediabile che non possa essere riparato (e fatto scordare) con un ligio silenzio, non esiste più nessun pericolo di precipitare talmente in basso e non poter trovare comunque il modo di cadere in piedi.

Ester Viola (Morbegno, 1978), avvocato e scrittrice. Ha pubblicato per Einaudi “L’amore è eterno finché non risponde” (2016) e “Gli spaiati” (2018). Ha una newsletter, “Ultraviolet”.