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Quando a Berlino est è cambiato il profumo

Jenny Erpenbeck, l’autrice di Kairos, è cresciuta nella Ddr in una famiglia di letterati, rifugiati, molto europea. Nei suoi romanzi intreccia la Storia e le persone, indugia sui dettagli, come lo Chanel N. 5 che si sentiva ovunque quando è caduto il Muro, o il non parlare mai di soldi, perché tanto erano pochi per tutti. Niente melanzane. Conversazione sulla memoria del Novecento e su un padre

Nata sotto il segno dei pesci in una famiglia di letterati, Jenny Erpenbeck è cresciuta nella Ddr. Ed è lì che è ambientato il suo libro, Kairos, un romanzo di cui si è parlato molto e che nel 2024 le ha fatto vincere l’International Booker Prize. È la storia di un’intensa e complessa relazione amorosa tra una studentessa e uno scrittore ben più vecchio di lei nella Berlino est degli anni Ottanta. Ma, come ha detto l’autrice, è «anche una storia di dissolvenza di un intero sistema politico». Nei libri di Erpenbeck la Storia è sempre protagonista, tramite le vite delle persone. Questa primavera Sellerio, che la pubblica in Italia, ha riportato in libreria E non è subito sera (tradotto da A. Vigliani), dove ripercorriamo la storia del Novecento, tra Terzo Reich e purghe staliniane, attraverso le cinque esistenze possibili di una donna morta soffocata in culla nella Galizia asburgica.

C’è molta Storia nei suoi libri.

Credo che la Storia sia visibile solo nelle storie personali. Non esisterebbero esperienze storiche se non si materializzassero nelle vite delle persone. All’inizio della mia carriera di scrittrice non sapevo che questo aspetto mi avrebbe interessato così tanto. Avevo soltanto iniziato a farmi delle domande su problemi che non potevano essere semplicemente visti in modo categorico, e scrivendo è uscito fuori che c’era molta Storia nelle esperienze della mia famiglia. Molti membri della mia famiglia in un momento o nell’altro della storia sono stati rifugiati, e scrivere è un modo per mantenere la memoria. Mi interessa preservare oggetti e ricordi, anche perché la mia famiglia non poteva sempre portarsi via molte cose. Mia madre viene da quella che oggi è la Polonia, ma è di famiglia tedesca, in quella che era la Prussia. I genitori di mio padre erano immigrati tedeschi nell’Unione sovietica, dove è nato lui, ma ovviamente non è russo. È stato divertente leggere le biografie dove dicono che sono mezza russa e mezza polacca. Alla fine la Storia non è una cosa immateriale. Succede solo nella realtà, si traduce nella vita. Nel mio libro Di passaggio racconto di persone che cercano un posto idilliaco dove vivere, vogliono rilassarsi lontano dalla città e dalla politica. Ma anche in un posto come quello la Storia a un certo punto arriva, e cambia le loro vite.

Il potere cerca sempre di riscrivere la Storia.

È interessante vedere come la Storia che finisce nei libri di scuola è sempre aperta all’interpretazione. La Storia in generale non esiste, esiste solo nelle vite e nelle diverse esperienze. Per esempio, al momento su Germania est e ovest c’è una grossa discussione in corso. Chi ha il potere di raccontare come è andata e cosa ha significato questa divisione? Io quello che provo a esplorare nei miei libri è guardare la Storia da angolazioni diverse. O in momenti diversi. Anche per avere un’immagine più complessa di quello che è accaduto. È importante leggere tanti libri diversi su un argomento per avere diverse impressioni. La verità non è in un solo libro. È come l’esperienza personale: una legge può far soffrire qualcuno, e dare a un altro dei benefici. Quindi l’esperienza sarà diversa. La domanda è anche: chi comanda? Chi decide quali dettagli devono esser nascosti? Chi decide quali storie verranno raccontate e quali no alle future generazioni? La memoria è un campo di battaglia.

Oggi lo scrittore, anche di narrativa, ha una responsabilità sociale?

Nessuno dovrebbe fare niente per forza. Ogni scrittrice o scrittore deve esser libera di scrivere quello che vuole. Ma con la Storia è utile che ci sia il maggior numero di dettagli concreti, non solo per portare in vita una storia ma anche per preservare le cose che non vengono menzionate nei libri di Storia. Per esempio, in Kairos, racconto di come sia cambiato di colpo [col crollo del Muro] l’odore nelle strade. Di colpo a Berlino est si sentiva dappertutto l’odore dello Chanel N. 5. L’esperienza fisica della Storia, gli odori e i sapori, i comportamenti nello spazio, mi hanno sempre interessato. È come un viaggio nel tempo. Così puoi davvero creare una connessione, non è come nei testi scolastici dove impari le date e gli avvenimenti.

La sua famiglia piena di scrittori e traduttori ha avuto un impatto sulla sua scrittura?

Crescere in una famiglia di scrittori ti spinge a non voler essere una scrittrice. Si è oppositivi, come tutti i giovani. Ma ho avuto il privilegio di esser stata sostenuta in qualsiasi cosa volessi fare. E mi hanno nutrito con dell’ottima letteratura, mi hanno dato l’idea che essere una scrittrice è una normale professione che puoi scegliere. E che è fatta di duro lavoro, che c’è una routine. Ma quando ero bambina mi annoiavo con tutte quelle discussioni politiche che si facevano a tavola.

I suoi genitori difendevano la Ddr?

A ripensare a quei discorsi, i genitori di mio padre, che erano parte di quella prima generazione di comunisti, sembravano molto rigidi a prima vista. Ma in realtà c’erano continue discussioni in casa, su cosa si potesse cambiare nella società, su cosa si potesse fare per migliorare. Non c’era l’idea che tutto quello che faceva il governo fosse fantastico. Da bambina ho imparato che la società ha bisogno di cambiamenti e che dobbiamo portarli noi e prenderci la responsabilità del sistema in cui vogliamo vivere. La differenza è che i miei nonni credevano che questi cambiamenti si potessero fare da dentro, non da fuori. Non c’era modo di essere contro il sistema, solo cambiare le cose da dentro.

Katharina in Kairos, quando fa la sua prima gita oltre il Muro, resta sorpresa dalla vista dei senzatetto. Oggi secondo lei in Germania, ma non solo, c’è nostalgia per la Ddr? E c’è qualcosa di buono in quell’esperienza storica che dovrebbe esser recuperato?

Per me l’esperienza personale più importante di quel periodo è il fatto che i soldi non fossero al centro del pensiero di ogni individuo. Non si parlava di soldi perché le differenze tra chi ne aveva di più o di meno non era così grossa. Il privilegio basato sui soldi non era così enorme. Molte cose non si potevano comprare, anche se uno avesse voluto. Non c’era varietà. C’era un solo tipo di burro, un tipo di latte… ed era okay. Le arance erano disponibili solo a Natale. E non c’erano melanzane perché nella Ddr non crescevano. Quindi nessuno era obbligato a pensare ai soldi tutto il tempo. E poi, se vogliamo aggiungere un’altra cosa, c’erano veri diritti egualitari tra donne e uomini. Il 90 per cento delle donne aveva un impiego, mentre nella Germania ovest fino agli anni Settanta le mogli dovevano chiedere al marito il permesso per lavorare. Ma il problema è che le aziende e le fabbriche siccome erano “del popolo”, il popolo non le aveva a cuore, non prendeva responsabilità e quindi l’economia non era proprio in ottimo stato. E poi avevamo come vicino di casa un fratello più grande, al di là del Muro, la Germania ovest, e vedevamo la loro tv e c’era una continua comparazione col loro stile di vita.

La storia dei senzatetto che racconta in Kairos nasce da una sua esperienza?

Ho passato un anno a Roma da bambina, avevo sette o otto anni e uscivo dalla Germania est. Ero così scioccata quando per la prima volta ho visto qualcuno sdraiato in strada a mendicare e dicevo a mia mamma: «Dagli qualcosa poverino, aiutiamolo!». Non riuscivo a credere che un adulto dovesse fare affidamento su questi spiccioli. Quando l’ho scritto nel mio libro alcuni giornali occidentali mi hanno definita naïve, come se fosse impossibile sbalordirsi davanti a una scena del genere. E invece lo sono ancora adesso. Credo sia ancora uno scandalo.

Nel suo romanzo Voci del verbo andare mette in relazione un vecchio accademico con degli immigrati africani arrivati in Germania dopo esser sbarcati a Lampedusa.

Non dimentichiamoci che la prima democrazia, quella greca, era comunque basata sulla schiavitù. Quando ho scritto Voci del verbo andare ho studiato la burocrazia tedesca. È difficilissimo avere aiuto dallo stato quando sei un immigrato senza documenti. Non è nemmeno facile essere accettato come rifugiato, e se uno ce la fa è già una conquista, ma poi è lì che inizia il vero processo. Prima non sei nessuno. Credo nell’istruzione ed è giusto permettere a chi arriva di imparare a parlare la lingua del posto, imparare una professione, contribuire alla società, ma la cosa divertente è che i politici che promettono ai poveri che tutto andrà meglio sono i più ricchi. Pensa a Trump. La prima cosa per cui è diventato famoso è la frase «You are fired!». E esser licenziati vuol dire che perdi il lavoro e se perdi il lavoro, negli Stati Uniti soprattutto, non hai più niente.

Lei scrive spesso al presente. Anche quando parla del passato. È una scelta maturata o è successo in modo naturale?

Uso quello che nella grammatica tedesca si chiama presente storico. Mi piace molto perché è come se qualcuno saltasse nel passato e il passato diventasse presente. E tutto accelera. Ci si avvicina e si va più veloci. È come uno zoom cinematografico. Non ci ho mai pensato, è venuto tutto naturale.

E poi ci sono i dialoghi inseriti nel testo, in modo molto organico.

Nel mio primo libro non avevo quasi dialoghi. Avevo paura dei dialoghi. Poi ho pensato di scrivere un testo teatrale e lì ovviamente sono solo dialoghi, e mi sono divertita. Penso che il dialogo allo stesso tempo riveli e nasconda tantissimo. C’è il sottotesto. E poi il dialogo è uno strumento di potere. Cosa dici all’altro, cosa non dici, come lo dici. Rivela ciò che resta non-detto. Cerco sempre di mantenere la frase più corta possibile in modo che sia più affilata.

Lei cita W. G. Sebald come fonte d’ispirazione.

Austerlitz è una grande storia. C’è un ricordo, e questo ricordo fino al momento in cui non arriva a Praga lo porta con sé, ma in modo inconscio. I ricordi inconsci sono interessanti. All’inizio sembrano strani, lontani, poi col tempo cambiano e diventano familiari. Questo mi affascinava molto. E anche il modo in cui Sebald pensa al tempo – un po’ come Claude Lanzmann con il documentario Shoah. Le cose trattengono il tempo. Il tempo resta negli oggetti. Non sappiamo davvero cosa sia il tempo. Il passare del tempo è ancora un grosso mistero per noi. O almeno per me. Poi mi piace come Sebald faccia un collage di temi e motivi. Esplora non solo raccontando una storia, ma fa dei detour. Negli Anelli di Saturno pensa alla morte e alle uccisioni e anche alle fortezze e alla loro struttura. Ha avuto una grande crisi, a rischio depressione, quando lo hanno accusato di rubare le storie delle persone per usarle nei suoi libri. Era stato incolpato di usare la biografia di un tizio trasformandolo in un ebreo. Ma se scrivi un libro hai un nucleo, un’idea centrale, questa funziona come magnete e tutto il resto del materiale deve girarci intorno e adattarsi. Essere uno scrittore vuol dire rubare dagli altri e usare le storie delle persone che incontri, anche perché le usi per esplorare le cose in un certo modo, con dietro una certa idea che hai già.

Lei si trova mai in queste situazioni? Gente che la accusa di rubarle la vita?

Quando ho la sensazione di poter ferire qualcuno chiedo sempre. E anche se la cosa mi intristisce a volte tolgo delle cose che sarebbero state ottime nel libro. Se chiedi e l’altra persona ti dice: «No, questa cosa non metterla», devi accettarlo. Se vuoi metterla non chiedere. Quando scrivo senza chiedere il permesso allora cambio la situazione e i dettagli. Serve sempre del coraggio. Anche mia mamma, con cui ho sempre avuto un rapporto da migliore amica, mi ha detto: «Tutti i tuoi personaggi materni sono cattivi. Come mai?». E lei, da traduttrice, si è risposta da sola e ha detto: «Vabbè non è importante, è letteratura». Questo è anche il privilegio di crescere in una famiglia di scrittori. C’è sempre comprensione, si accetta la libertà nel descrivere le cose.

Della grande ondata di autofiction cosa pensa?

Ah, adesso ha un nome? Penso che possa essere interessante. A volte mi infastidisce la domanda che mi fanno alle presentazioni: quanto c’è in percentuale di autobiografico in questo libro? In fondo la letteratura è uno scambio di esperienze, è comunicazione tra esseri umani. Forse ha a che vedere con la domanda: «Se questo ti è accaduto davvero allora l’esperienza che racconti è affidabile?». Quando mi chiedono cosa c’è di mio nei libri dico: le emozioni e le sensazioni che mi hanno portato a scrivere sono autobiografiche, il materiale viene da cose di altri, mie o inventate. La gente spesso prende un libro e pensa che sia una storia vera, si dimenticano che i libri sono qualcosa di costruito. Sono un collage di materiali, non sono mai identici alla vita vera. Sono fatti di pensieri e di carta.

Come scrive?

Quando ho iniziato a scrivere seriamente, da giovane, scrivevo su una macchina da scrivere. Mi rendeva più coraggiosa, perché era un oggetto estraneo, era come se a scrivere fosse qualcun altro. Se prima mi nascondevo dietro alla macchina da scrivere, ora mi nascondo dietro al computer. Solo il mio diario lo scrivo a penna. Ma se scrivi a penna non puoi spostare i passaggi e le frasi e non puoi vedere tutto chiaramente. Ho un file con tutte le cose che taglio, tutti gli avanzi, e magari un giorno li userò oppure resteranno lì per sempre. Normalmente mi ci vogliono un po’ di anni per pensare a una cosa, e poi a un certo punto mi siedo e scrivo. La scrittura poi è relativamente veloce. Però scrivo poche pagine al giorno. E non è subito sera l’ho scritto in un anno e mezzo. Ma ci ho pensato per molto tempo, prima. Penso, poi un giorno mi siedo e dico di no a tutti gli inviti. E se sono fortunata riesco a scrivere ogni giorno. Scrivo ogni giorno e poi un giorno il libro è finito.

Legge romanzi mentre scrive romanzi?

Non ho nulla in contrario a leggere romanzi, ma la verità è che poi mi ritrovo a passare molto tempo a fare ricerca. Leggo soprattutto libri di storia o autobiografie che hanno a che vedere con il tema su cui sto scrivendo. E c’è molto da leggere! Sto ancora leggendo molto materiale sulla Ddr – non sono ancora alla fine. Ora sto leggendo i Diari di Anaïs Nin. Inquietanti, ma scritti benissimo.

Servono per il prossimo libro?

In questo periodo sto leggendo libri sul rapporto tra padri e figlie, perché il prossimo libro sarà sulla figura del padre. Sono molto più fortunata, io, di Anaïs Nin, che è stata una bambina triste. Mi interessa però vedere come altre persone si relazionano al padre. Mio padre è ancora vivo e abbiamo un ottimo rapporto. Mi ha dato tutto il suo materiale, i suoi diari. Qui torniamo un po’ alla domanda sull’autofiction. Mi piace chiamare le cose con il loro nome, e quello che sto scrivendo non sarà un libro di narrativa. Ora sto ragionando sui diversi avvenimenti nel corso di una vita per capire quali hanno peso. Un po’ come in E non è subito sera dove vediamo come quello che succede da piccoli a volte ha un’immensa influenza quando si è grandi, altre cose invece no, e gli avvenimenti che potevano esser cruciali si dimenticano completamente. Il peso del materiale di una vita non è sempre uguale, cambia.

E suo padre lo sa che sta scrivendo su di lui? È contento?

Voleva scrivere la sua autobiografia e io ho detto: la faccio io. E a volte scherzo che si chiamerà L’autobiografia di mio padre. Lui è felice, ma ha anche paura. Mi ha detto: «Fallo nel modo in cui vuoi farlo tu». È una persona che ha letto migliaia di libri e si ricorda moltissime cose, è tipo Wikipedia. Non riesco a tenermi al passo con la sua conoscenza, o con la filosofia che ha studiato. Non è roba mia. Devo farlo nel mio modo. Ormai del libro ne stiamo parlando da dieci anni. Ho registrato alcune nostre conversazioni. Ho preso un sacco di appunti. A volte ho paura. Penso che sia un libro molto difficile per me da scrivere. Il più difficile. Anche perché potrebbe essere l’ultimo almeno per molto tempo. Dopo dovrò riprendermi.

Giulio Silvano (Lerici, 1989)  è  redattore di Nuovi Argomenti, ha  tradotto  alcuni libri (tra cui Bernard Malamud e Anne Carson), collabora con il Foglio.