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La bella vibrazione dentro Villa Mirafiori

Filosofo insofferente alle appartenenze e alle semplificazioni, Gennaro Sasso ha attraversato quasi un secolo di pensiero nel rigore della ricerca che scava nel testo, come in un corpo a corpo. E ci ha insegnato che la solitudine non è chiusura, ma il metodo per incontrare davvero il pensiero. Dall’Aula 2 della Sapienza all’Istituto Croce di Napoli, ha aperto la strada ai giovani e all’allegria

Gigante: l’aggettivo che più ricorre nei ricordi che affollano le pagine dei quotidiani il giorno successivo alla scomparsa di Gennaro Sasso è questo. Giganti lui e il talento che lo ha sostenuto fino alla fine, gigantesche le dimensioni dell’opera, gigantesco il lascito. Siamo nel regno della filosofia intesa nel senso più stretto, già alle prese con il primo paradosso: l’autore che ha fatto della compostezza una cifra suscita testimonianze che sfiorano la perdita della misura. Serve un secondo sguardo – ha sempre ragione Wittgenstein – per capire che in realtà non c’è contraddizione. La sua esperienza filosofica non ha nulla di ordinario, non rientra nella norma. Ma prima ancora la vita, che arriva a sfiorare il secolo: muore, lucidissimo, poco prima di compiere 98 anni. Scrive senza sosta, costruisce una bibliografia sterminata: quasi 40 volumi, centinaia di saggi; il primo libro a trent’anni, l’ultimo a novantasei. È smisurato anche il campo d’azione che si spinge oltre i confini della disciplina. Parmenide, Platone insieme a Lucrezio, Dante; Machiavelli, il demone che non lo abbandonerà mai – occupa quasi un quarto della produzione – poi Heidegger, la lunga riflessione sull’idealismo italiano, Gentile e Croce, Cantimori, Chabod. Le liste hanno poco senso, i nomi ricordati sono funzionali a restituire non tanto l’ampiezza dello sguardo, quanto il modo d’intendere la filosofia, la capacità – la libertà – di riconoscerne i nuclei problematici oltre la varietà degli oggetti e delle loro rappresentazioni. In questo senso, in questo tempo segnato dal trionfo della specializzazione, della riduzione del sapere a competenza, dell’ossequio verso le partizioni disciplinari, Sasso è stato straordinario. Lo hanno ribadito in vario modo, le tante voci autorevoli intervenute nel ricordo, ma la prova più eloquente della sua eredità sono le generazioni di studenti passate per l’Aula 2 di Villa Mirafiori. Chi lo ha eletto maestro, etichetta che ovviamente rifiutava; chi ne detestava l’intransigenza e i modi; chi passava il resto del giorno a commentare, chi restava silenzioso per mesi e poi all’esame lasciava tutti a bocca aperta. Tutti, però, capivamo che succedeva qualcosa, in quelle lezioni: nessun ritardo era ammesso, salvo pentirsene amaramente, nessun rumore, non volava una mosca. Il testo non era un punto di partenza per comparazioni, analogie, ricostruzioni, ma l’oggetto di un durissimo corpo a corpo per ricostruire il concetto e sottoporlo a un’analisi spietata, parola per parola. Come ha scritto Marcello Mustè che con lui ha collaborato moltissimi anni: «Nessun autore – Aristotele o Spinoza, Kant o Hegel – poteva vantare un’autorità insuperabile di fronte a quel tribunale: tutti noi, seguendo il suo esempio, ci sentivamo liberi di fronte al testo, ma al tempo stesso vincolati con serietà alla sua lettura e al suo significato». Scavare nel testo, nelle parole che costruiscono insieme il significato e restituiscono il concetto porta a far emergere incongruenze, aporie, a cercare le ferite. Il lavoro del filosofo non è coprirle ma mostrarle, magari dopo averci sbattuto contro. In anni nei quali è quasi scomparsa la lettura diretta, tanto più se la fonte è complessa o autorevole, la descrizione di quelle lezioni riporta a un altro mondo. E in parte è davvero così: ma è stato quel mondo a consentire a molti di noi l’accesso alla comprensione dell’esperienza filosofica, alla scossa che porta con sé.

Un altro paradosso: nel discorso governato dal rigore logico, la scossa – in alcune varianti, vibrazione – diventa una categoria che definisce svolte e vocazioni. La scossa è legata alla lingua, alla concretezza del testo senza il quale, come abbiamo visto, si resta al di qua dell’esperienza filosofica. In una intervista del 2014 su Filosofia Italiana racconta di essere stato incerto, negli anni universitari, sulla strada da prendere: è tentato dal greco, ma la consapevolezza di non riuscire a raggiungere un livello adeguato, quello dei grandi maestri incontrati in Sapienza, lo porta a desistere – «non ho mai smesso di studiare greco, non sono mai diventato grecista». Anche la filosofia – l’agone filosofico – lo spaventa. Avverte lo scarto tra il racconto della disciplina e l’esperienza diretta del pensiero, la vibrazione che l’accompagna e che può essere così intensa da travolgere chi la vive, come accade a Carabellese. «Chi la riceveva rischiava di essere debole, così come il greco mio rispetto a quello di De Sanctis e di Perrotta».

Esclusi il greco e la filosofia, trova una via intermedia nella storiografia, una terra ambigua nella quale vi è ancora troppa inquietudine teoretica per sentirsi davvero al riparo. Sarà il testo, ancora una volta a orientare: incontra Machiavelli, non un filosofo ma «un pensatore a tal punto provocatorio nel suo estremismo che chi lo incontra sulla propria strada, se non è uno sprovveduto, non può che riceverne una forte scossa». Da quella scossa non torna più indietro anche se, precisa, sarà il dialogo, lungo e tesissimo, con Croce a sancire definitivamente la svolta filosofica e forse anche a convincerlo che quella stessa esperienza non è destinata a restare privata. Per decenni, in quell’Aula 2 di Villa Mirafiori, avrebbe cercato di verificarlo.

E siamo al terzo paradosso: i filosofi sono animali singolari, fatti per stare da soli, alla ricerca della distinzione, aveva detto in occasione della scomparsa prematura di Mauro Visentin, allievo che si rifiutava di definire tale, insistendo sulla reciprocità del rapporto. Guai a ricondurre queste parole alla ritualità: Sasso non amava le scuole, la pratica comunitaria nel senso rassicurante del termine, l’appartenenza che produce identità. Il filosofo, come abbiamo visto, deve battere in solitudine una strada che nessuno può percorrere al suo posto. E però, pochi, pochissimi studiosi della sua generazione hanno lasciato dietro di loro una costellazione così ampia di allievi, collaboratori, interlocutori. Non una scuola, certo, ma una rete di rapporti tenuti insieme da un’esperienza comune, uno stile. Molti di noi hanno imparato da Sasso cose diverse, talvolta persino opposte; quasi nessuno gli somiglia davvero. Eppure, tutti riconoscono il momento della scossa, quella che ha cambiato la propria prospettiva, ha reso più esigente la domanda, ha archiviato una certezza o ha dischiuso un orizzonte. Forse qui il paradosso si scioglie: la solitudine non è chiusura ma la condizione per un incontro autentico con il pensiero, che quando avviene vive però nello scambio e nella distinzione.

Non solo Villa Mirafiori – quasi una metonimia – il fortino dove non ci sentivamo solo studenti ma, appunto, comunità filosofica, non solo il seminario teoretico fatto di confronti serratissimi, dei quali si favoleggiava. E poi Napoli, l’Istituto Croce, che dirige per quasi un quarto di secolo, dal 1986 al 2010, trasformandolo in uno dei luoghi d’elezione della formazione umanistica postuniversitaria. Dodici borse di studio nazionali, selezione durissima, progetti di ricerca da definire e verificare costantemente, lezioni pomeridiane tenute da figure d’eccellenza. Conservo ancora il telegramma d’ammissione, ricordo ogni passo della scalinata di Palazzo Filomarino, le camicie da lavare la sera dopo i seminari, io che sudo poco, quasi mai. Scendevano il giovedì e il venerdì Sasso, Visentin, Inglese e gli altri: Dante, tanto Machiavelli – l’onda della fortuna – e le ore nella biblioteca di Croce: altro che appartenenza. Se ho capito il paese in cui sono nata e la famiglia meticcia da cui vengo – ebrei in fuga, istitutrici tedesche, figlie francesi illegittime, carabinieri irpini morti di crepacuore nel tentativo di salvare moglie e figlie – l’ho capito lì. Ho pianto sulle lettere tra Croce e Thomas Mann – «Nessuno nasce senza una storia» – ma tra quelle pagine mi sono vaccinata, una volta per tutte, dal pessimismo: in controtendenza allora, figuriamoci oggi.

Non c’è un quarto paradosso, per chiudere, ma una forbice che resta aperta. Descrivo il mondo del Novecento: la filosofia e l’accademia erano ancora saldamente maschili. Nessuna discriminazione, ci mancherebbe, ma la distanza tra inclusione e partecipazione era esperienza viva. I concetti venivano sottoposti a un esame rigoroso e spregiudicato, ma nascevano da una storia costruita sulla nostra esclusione, giustificata nei secoli con argomenti sempre nuovi, da Aristotele a Croce. Eppure, il fatto che le donne siano uscite dal destino per entrare nella storia in un tempo relativamente recente sembrava – sembra ancora – una questione marginale, qualcosa di cui la filosofia tradizionale, pur interrogando la natura umana, non avverte la necessità di occuparsi. La scossa arriva con le prime filosofe che aprono quel cantiere. Ne riconosco subito la radice e la forza. Siamo a oltre vent’anni dalla fine del Novecento, molto è cambiato, ma la riflessione su questi temi resta ancora confinata in un ambito separato o letta in chiave rivendicativa. Ma come si può rispondere alle gigantesche – è il caso – domande del nostro tempo, dal declino della natalità ai sistemi intelligenti, dalla bioetica al linguaggio, senza passare da lì?

In uno degli ultimi scambi, nato sull’onda di un invito a un convegno per il centenario dell’Estetica, aveva declinato. «Ho quasi la stessa età», osservava riferendosi al volume, «cerco di prendere la cosa con allegria». Poi, come sempre, raccomandava di coinvolgere i più giovani. Ho pensato a quell’allegria in occasione della festa di chiusura del Convegno Mondiale di Filosofia, ospitata da Sapienza in un agosto torrido due anni fa, settemila partecipanti da tutto il mondo. Bellissimo, durissimo. Sopravvissuti al clima e alle fatiche, abbiamo ballato in Aula Magna per un’ora intera: Chalmers in giubbino in pelle, suore felici, giovani arabi in kilt, il traduttore di Husserl in calzini, nessuno sbagliava un colpo. Nei lavori avevamo celebrato in modo laico la comprensione, il dialogo, la speranza; la fiducia nella filosofia come lingua capace di consentirli. Ripensando a quella sua allegria, mi piace credere che avrebbe riconosciuto, in quella passione condivisa, non una distrazione dal pensiero ma una delle sue ragioni.

Fabrizia Giuliani (Roma, 1966), insegna Filosofia del linguaggio e Studi di genere alla Sapienza di Roma. Tra i suoi ultimi lavori: “La lingua di Gentile” (Treccani, 2016) e “Le parole per non dirlo, la violenza nella lingua del giudice” (FrancoAngeli, 2021). Dallo scorso maggio coordina il comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla violenza contro le donne.