Vorrei svegliarmi quando tutto sarà passato, quando aprirò gli occhi al mattino e fuori sarà ancora buio perché la luce continuerà a farsi attendere ancora per qualche minuto. Ma non è possibile, allora mi preparo ad affrontare l’ennesima estate, io che sotto canicola ci sono nato, Leone di cognome e di segno zodiacale. Bruno Martino odiava l’estate per i baci perduti, gli amori passati; quell’estate che “ha dato il suo profumo ad ogni fiore…”. A me, quei fiori danno solo starnuti e occhi piangenti, consolati appena da antistaminici che portano una fastidiosa sonnolenza. Lo so, a voi invece piace. Adorate il caldo e l’umidità che si appiccicano ai corpi svestiti, il sudore che solca la pelle arrossata dalle prime scottature, la gara a chi per primo s’impossessa dei raggi del sole, le impresentabili scarpe aperte (per cortesia, firmate la petizione contro il sandalo francescano indossato da uomini non dediti al Signore e privi di abito di iuta) … Capisco il vostro dissenso, ma io, parafrasando Shakespeare, temo più il calore del sole che le furie rabbiose d’inverno. Non apprezzo le giornate lunghe, la possibilità di risparmiare sulla luce e salvare il pianeta, salvo poi tenere il condizionatore a quattro gradi, sparato tutto il giorno. Né mi entusiasma la stagione degli aperitivi, o l’estate descritta in Emily of New Moon da L. M. Montgomery, quando «Le lunghe, fumose e deliziose sere d’agosto, quando le falene bianche veleggiavano sopra la piantagione di tanaceti e il crepuscolo dorato sfumava nel vespro e nel viola sulle verdi pendici in lontananza, e le lucciole accendevano le loro torce da folletto presso lo stagno». Io dell’estate conosco solo le zanzare romane, capaci di succhiarmi più sangue di una donazione per Avis.
«L’estate arriva sempre ma senza avvisare», improvvisamente la temperatura si alza e la città subisce una metamorfosi. Le lamiere roventi delle auto in coda, il fruscio insistente di palazzi tappezzati di condizionatori che sembrano capaci di trascinare in volo gli edifici. L’asfalto brillante che suda come una grande fronte desiderosa solo di frescura. Anche il ritmo della vita è ondivago: insistente nei giorni feriali e sospeso nel fine settimana, quando tutti scappano via, lasciando il posto a turisti stranieri bianchi come il latte, in fila a mezzogiorno per entrare in un museo. Intorno, la gente sembra posseduta da una sorta di ansia da vita estiva. Io ascolto, passivo e incredulo. Si scoprono cose interessanti, si conoscono meglio le persone che vedi quotidianamente e che, solo pochi giorni prima, erano difese da cappotti e maglioni spessi. In tanti hanno già prenotato l’albergo, gli aerei, la casa al mare. Hanno pattuito con i parenti più stretti quando saranno espletate le buone pratiche di famiglia: «passo tre giorni a fine luglio e poi non ci sono». Per i genitori anziani bisogna trovare la badante sostitutiva perché anche loro, le badanti, hanno già organizzato il rientro nei paesi d’origine. Parte un vero e proprio casting fatto di referenze, passaparola e raccomandazioni, salvo poi ritrovarti, e farti andar bene, quella che non parla l’italiano, non ha esperienza ed è appena arrivata in Italia. Anche i centri estivi per i figli sono stati pianificati nei lunghi mesi invernali. Ce ne sono di tutti i tipi: quelli sportivi, con attività molto richieste come calcio e tennis. Per i più ricchi c’è il centro estivo di vela. In tanti si rivolgono alla parrocchia che hanno di fronte casa, odiata e maledetta tutto l’anno per le campane suonate ogni domenica alle 7 del mattino, e che adesso rappresenta un approdo sicuro per parcheggiare bambini nullafacenti dopo le fatiche scolastiche, risparmiando rispetto alle altre soluzioni. Per molti, l’inverno assomiglia a un lungo “levare”, direbbero i musicisti, che cade “in battere” durante i mesi estivi. Non è possibile andare fuori tempo, stonare o suonare la nota sbagliata altrimenti tutto può saltare.
L’estate è una stagione invadente, quella che più insiste per essere celebrata. Basta aprire Instagram e osservare la gioia di persone su terrazze affacciate sul mare, calici di Spritz e abiti sottili che svolazzano come vele al vento, mostrando tatuaggi che non sapevi la tua amica avesse fatto. Non esiste più l’amicizia di una volta, in cui ci si raccontava tutto. Piedi immortalati su uno sfondo di sabbia, cielo e mare; grossi occhiali da sole coprono tutto il viso e improbabili cappelli di paglia si intrecciano con capelli bizzosi. L’estate è una stagione voyeuristica, pretende che i corpi siano mostrati anche nelle loro sgradevoli imperfezioni. Pretende di documentare un tempo che scorre più lento e che possa non finire mai. L’estate è chiassosa e musicalmente sempre uguale, con una lunga serie di brani lanciati con la sola pretesa di diventare la colonna sonora di un periodo in cui il reggaeton si alterna a ritornelli da cantare a squarciagola, disturbando quei pochi che sulla spiaggia hanno tra le mani un libro. Già, la lettura. «Quando torno al mio paese», quelle rare volte che sosto in una spiaggia del sud Italia, sotto un ombrellone e con la maglietta sempre ben messa perché potrei scottarmi anche ai raggi della luna, non riesco mai a leggere quello che vorrei e quanto vorrei. Il caldo mi rallenta, la sabbia e la mistura di sudore e crema solare sporcano le pagine del libro, segnandolo indelebilmente. Non riesco a sottolineare le parti che mi commuovono, non ho i miei postit per puntellare i passaggi più suggestivi. Leggo e rileggo pagine che riuscirò a comprendere solo dopo, a casa, al fresco di un condizionatore acceso tutto il giorno e alimentato da corrente elettrica pagata a peso d’oro.
L’estate è anche tutto questo, per non parlare dell’aumento di incidenti stradali, peggioramento della qualità dell’aria, allergie, incendi, bere tre litri di acqua al giorno (ma come fate? Io starei chiuso in un bagno tutto il giorno), integrare e reintegrare, mangiare più frutta e verdura ma non sapere quando cucinarla. Il sonno peggiora, l’acqua scarseggia, aumenta la solitudine, peggiorano le malattie psicologiche e aumentano i matti che abbandonano i cani in autostrada.
Il mio complesso rapporto con la bella stagione nasce da un affetto smisurato per l’inverno. T. S. Eliot ha ragione, «Winter kept us warm»: l’inverno ci copre, ci scalda, un po’ ci difende. Richard Strauss all’inizio del Ventesimo secolo musicò la poesia Winterweihe (Consacrazione d’inverno, ndr) di Karl Henckell, esaltando la luce invernale che si vela, capace di accendere una luce interiore. Quando le foglie cadono, il mio umore migliora, la mia concentrazione si fa più solida. Posso utilizzare cuffie overear senza sentire le orecchie cuocere a bagnomaria. Posso correre a qualsiasi ora del giorno, usare il buio come scusa per porre fine a una giornata vorticosa. Amo l’inverno perché si può mangiare di più senza remore, gustare ricette tanto caloriche da scaldarsi, abbrustolire al forno del pane raffermo e sommergerlo con minestre bollenti in piatti di coccio. Amo l’inverno perché si semina il grano e si spera di avere condizioni atmosferiche favorevoli, dalle quali dipende un buon raccolto. L’inverno è il mio alleato contro la frenesia.
I pochi che ancora fanno figli, li concepiscono per lo più tra novembre e dicembre, lo dice l’Istat. Per me l’inverno è sempre stato il tempo della famiglia, di un padre meno preso dalla campagna rispetto al resto dell’anno, del lungo scorrere dei giorni verso un Natale dove poter cantare Carols inglesi o ascoltare l’Oratorio bachiano, dei felponi impregnati degli odori della cucina. Ditemi quale altra stagione non pretenda nulla in cambio, non chiede prove di felicità, non trasforma ogni uscita in una dichiarazione di appartenenza. L’inverno, al contrario dell’estate, non è “una casa di cliché”. Forse quello che più amo dei mesi invernali è la capacità di farmi rendere conto delle piccole cose, di una semplice melodia nel silenzio, del crepitio di una foglia e di un calore umano, di un abbraccio dove poter sempre ritornare. Comprendo il disappunto di chi mi legge ma è giunto il tempo di affrontare questa lunga stagione calda. Chiederò aiuto all’uomo con l’organetto che ciondola scalzo sul ghiaccio in Winterreise. Quel viaggio d’inverno, su poesie di Wilhelm Müller e musiche di Schubert, si chiude con la figura di un vecchio e inafferrabile personaggio a cui il protagonista sembra affidarsi. È quel che occorre: qualcuno che possa accompagnare la nostra vita e renderla melodiosa grazie a un semplice organetto. Anche d’estate.